The Umbrella Academy: tutti per uno, nessuno per tutti

0
69
Questo post è stato pubblicato da this site

La vedremo il 15 febbraio su Netflix, e… sì, è un’altra serie di supereroi, ma con enfasi su “altra”. The Umbrella Academy è incentrata su un severo miliardario, Sir Reginald Hargreeves, il quale adotta sette bambini nati in diverse parti del mondo lo stesso giorno, nell’ottobre del 1989. Dei fratelli, – Luther, Diego, Allison, Klaus, Numero 5, Ben e Vanya – tutti manifestano poteri sovrumani meno l’ultima. Addestrati severamente per diventare paladini della giustizia, crescono sotto le luci della ribalta finché i rapporti si incrinano tanto da portarli alla separazione, ma sono costretti a mettere da parte i rancori per fermare la fine del mondo.

Supereroi con i problemi dei comuni mortali, quale novità. Eppure The Umbrella Academy, serie tratta dai bizzarri e deliziosi fumetti pubblicati una decina di anni fa e ideati dal cantante dei My Chemical Romance Gerard Way (anche produttore dello show) non è scontata quanto sembra. Nei dieci episodi che compongono la prima stagione – trasposizione dei primi sei volumi – di belle idee ce n’è più di una, a partire da un incipit cacofonico dove l’esibizione musicale di Vanya, virtuosa del violino alle prese con un medley da Il fantasma dell’opera di Webber, si sovrappone ai chiassosi squarci sulle frenetiche vite dei fratelli. Educati da un tutore che si rivolgeva loro chiamandoli con un numero (Luther, il leader, Numero Uno, e così via…), con una robotica “Stepford wife” come mamma e uno scimpanzé come maggiordomo, sono diventati adulti psicologicamente fragili, traumatizzati, delusi e arrabbiati.

the-umbrella-academy (1)

Con queste premesse, sempre sulle note del violino di Vanya e delle composizioni di Jeff Russo (Star Trek: Discovery), The Umbrella Academy scorre su due binari, due linee narrative che si intersecano e seguono – la prima – le imprese degli Hargreeves per scoprire e fermare le cause dell’apocalisse, – la seconda – le dinamiche che sottendono alle spinose relazioni dei fratelli.

Ognuno con un specifico trauma da superare e un bagaglio di risentimento da elaborare, fanno della serie un dramma familiare tanto quanto un cinecomic formato Netflix. Nell’ucronia (la storia è ambientata in una realtà leggermente diversa dalla nostra) di The Umbrella Academy tutto gira intorno a un concetto ribaltato di ordinario e straordinario: chi, come Vanya, è cresciuto tra superumani, ha patito decenni di umiliazioni perché in minoranza, essendo l’unica “non speciale”.

umbrella-3

Tuttavia, il ribaltamento non è così netto: anche Klaus, disadattato (in inglese diremmo “misfit”, come lo era Robert Sheehan, l’attore che lo interpreta, lanciato appunto dalla serie Misfits) amante delle droghe ricreazionali e affezionato paladino della promiscuità sessuale, è vittima dei pregiudizi degli Hargreeves meno eccentrici. Sotto questo aspetto la serie dà il suo meglio e il suo peggio: è impossibile affezionarsi o entrare in empatia con i frustrati Luther (Tom Hopper di Black Sails) e Allison, noiosi e asettici alfa del gruppo, mentre funziona alla grande, per carisma e presenza scenica, il reietto Klaus e in misura minore la complessata Vanya (Ellen Page, già mutante degli X-Men, qui mesta testimonial del fashion genderless) e il macho mammone Diego (David Castañeda, Soldado).

L’irlandese Sheehan era già stato un mutante sboccato, logorroico e amante degli eccessi in Misfits, ma qui conquista il livello superiore: stravagante, svanito, isolato e incompreso nella sua infinita malinconia, vive ai margini della società perennemente sminuito dai fratelli convinti che l’abito – in particolare le gonne a portafoglio, le striminzite magliette psichedeliche e i pantaloni di pelle alla Jim Morrison in pendant con l’occhio bistrato – facciano il monaco.

umbrella 4

La declinazione più supereroistica e action di The Umbrella Academy si rifà senza eclatanti guizzi ai canovacci escatologici (ovvero incentrati sulla fine del mondo) del genere: di serie sui supereroi sono saturi i media, e inventarsi qualcosa di memorabile è sempre più arduo. Il ruolo di showrunner è stato affidato a Jeremy Slater (già sceneggiatore di Fantastic 4 – I fantastici quattro e Death Note, una filmografia che non gioca a suo favore) e Steve Blackman (il quale può fregiarsi di aver lavorato a Fargo e Legion ma – purtroppo – anche ad Altered Carbon e Private Practice).

Alla fine, l’appeal dei personaggi, rappresenta il vero motivo di coinvolgimento della serie; per cui, se questa verrà rinnovata, c’è da aspettarsi una seconda stagione più avvincente, quando non vedremo l’ora di sapere cosa ne sarà degli Hargreeves dopo gli eventi esiziali illustrati nella prima.

The post The Umbrella Academy: tutti per uno, nessuno per tutti appeared first on Wired.