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Se qualche inguaribile ottimista sperava ancora che il giornalismo potesse rapidamente superare la crisi economica che sta da tempo affrontando, quanto avvenuto il 23 gennaio 2019 gli avrà fatto cambiare idea. In una sola giornata e nei soli Stati Uniti, oltre mille giornalisti hanno perso il loro posto di lavoro. A colpire è anche il fatto che questi licenziamenti non abbiano coinvolto qualche vetusta testata locale incapace di adeguarsi alla digital transformation. Al contrario, le vittime sono proprio quelle imprese che avevano affrontato l’editoria con un approccio da startup digitale, e che sono state a lungo considerate un esempio di come fare informazione online (nel bene e nel male).

Il caso simbolo è BuzzFeed: società fondata da Jonah Perretti nel 2009, da sempre in bilico tra sensazionalismo, viralità a tutti i costi e giornalismo di qualità (esemplificato dalle inchieste di BuzzFeed News, per due anni finaliste al Premio Pulitzer) e costantemente in prima linea nella sperimentazione di nuovi formati editoriali. Non è bastato: nel Black Wednesday del giornalismo, BuzzFeed ha licenziato il 15% della sua forza lavoro, circa 220 persone. Nella stessa giornata, Verizon (proprietaria di Huffington Post Usa, Yahoo News e parecchie altre testate) ha annunciato che taglierà qualcosa come 800 posti di lavoro.

Pochi giorni dopo anche Vice Media – il cui fondatore aveva già da tempo annunciato un imminente “bagno di sangue” nel mondo del giornalismo – ha licenziato 250 impiegati (non solo redattori) in tutto il mondo. In mezzo a queste pessime notizie, gli ottimi risultati che continuano a premiare il New York Times sembrano essere la classica eccezione che si può permettere solo la più nota e diffusa testata del mondo, che può contare su un’audience globale.

Anche in Italia la situazione non è delle migliori. I dati sulle vendite dei quotidiani sono impietosi: negli ultimi cinque anni, le copie vendute sono diminuite anche del 45%; travolgendo i giornali più noti del nostro paese. La situazione è talmente tragica che l’ex direttore di Repubblica Mario Calabresi, per difendere il suo operato dopo la sostituzione alla vetta del quotidiano di pochi giorni fa, ha sottolineato come sotto la sua direzione il quotidiano avesse semplicemente ridotto l’emorragia annuale di lettori dal 14% al 7%.

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Insomma, il giornalismo sta diventando una gara a chi fa meno peggio. E a farne le spese, anche dalle nostre parti, sono ovviamente i giornalisti: circa 200 posti di lavoro sono a rischio nel gruppo editoriale che fa capo a Repubblica. Di chi è la colpa di tutto ciò? In primis, dell’incapacità di trovare un nuovo modello di business adatto all’epoca digitale, ma anche del duopolio Google e Facebook, che si mangia il 75% della torta pubblicitaria. Non solo: un altro fattore, almeno secondo una bella analisi di Michele Mezza, è l’automazione. “A essere sostituiti con bot e intelligenze artificiali, in larga parte, sono proprio le funzioni desk, l’ultimo ridotto in cui si erano rifugiati i giornalisti dopo le decimazioni di inviati e corrispondenti”.

L’automazione del lavoro – che fa temere un futuro di disoccupazione di massa, in cui gli esseri umani saranno gradualmente sostituiti da robot e intelligenze artificiali – colpisce anche l’editoria. Le domande da porsi, a questo punto, sono due: in cosa consiste l’automazione del giornalismo ed è vero che è questa una delle cause dei licenziamenti?

La risposta alla prima domanda è nota già da qualche anno: i software di intelligenza artificiale sono ormai in grado di scrivere autonomamente articoli di giornale, 24 ore su 24, senza richiedere uno stipendio, senza mai stancarsi e senza nemmeno fare un errore di battitura. Secondo quanto riporta il New York Times, circa un terzo del contenuto pubblicato da Bloomberg News viene prodotto da un software. Il sistema usato dalla società si chiama Cyborg ed è in grado di sfornare migliaia di articoli su tutti i report finanziari che ogni trimestre invadono le redazioni.

Una realtà pionieristica nell’utilizzo di giornalisti-robot è l’Associated Press, che già dal 2014 ha stretto una partnership con Automated Insight, azienda il cui algoritmo produce articoli su match sportivi e, anche in questo caso, report finanziari. “I robot reporter sono stati anche produttori prolifici di articoli sulle leghe minori di baseball per AP, sul football scolastico per il Washington Post e sui terremoti per il Los Angeles Times”, scrive sempre il Nyt.

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Fuori dagli Stati Uniti, l’edizione australiana del Guardian ha recentemente pubblicato il suo primo articolo automatizzato – utilizzando il software ReporterMate – sul tema dei finanziamenti ai partiti. Cos’hanno in comune i contenuti prodotti da algoritmi? Terremoti, risultati sportivi, report economici, finanziamenti: tutti questi articoli si basano su cifre, dati e percentuali; caratteristiche che consentono alle intelligenze artificiali di lavorare al loro meglio.

A differenza di quanto si potrebbe immaginare, inoltre, questi brevi articoli non sono prodotti integralmente dai software; ma si basano spesso su scheletri di articoli predisposti da giornalisti umani, che possono essere riutilizzati più e più volte e che gli algoritmi si limitano a riempire coerentemente con nomi e numeri.

Articoli brevi, pieni di dati e noiosissimi da scrivere. Che gli stessi giornalisti, a quanto pare, sono ben contenti di affidare ai robot: “Ogni trimestre passavamo il 25% del nostro tempo a scrivere report sull’andamento finanziario delle aziende”, ha spiegato ad Al Jazeera Lou Ferrara, cronista finanziario di Ap. “Un lavoro che odiavamo tutti. Ora che è automatizzato, possiamo utilizzare il nostro tempo in modo migliore”. Altre fonti confermano, nello stesso articolo, che nessun cronista di Associated Press ha perso il lavoro a causa di questi robot: semplicemente, i giornalisti possono impiegare il loro tempo e le loro abilità in modo migliore.

“Il lavoro giornalistico è creativo, riguarda la curiosità, la narrazione, la ricerca delle informazioni e l’indagine politica. È pensiero critico e giudizio. Ed è qui che vogliamo che i nostri giornalisti spendano tutte le loro energie”, ha confermato Lisa Gibbs, sempre in forza all’agenzia. Messa così, sembra una manna dal cielo: le noiose mansioni quasi di data entry vengono svolte dagli algoritmi, permettendo a giornalisti e redattori di dedicarsi ai lavori con maggiore valore aggiunto.

Ma le intelligenze artificiali si occupano anche di altro: “Quando fai un’analisi dei dati, puoi sfruttare l’intelligenza artificiale per trovare correlazioni e anomalie, che un giornalista umano si occuperà poi di comprendere e approfondire”, ha raccontato al New York Times Hillary Mason, responsabile del software di machine learning Cloudera. Immaginate per esempio un reporter di cronaca nera che sta seguendo il caso di un omicida seriale. Un software potrebbe diventare incredibilmente utile per scovare, negli articoli di giornali – o se i rapporti della polizia venissero messi online – altri omicidi compiuti nella stessa zona, con lo stesso modus operandi o che hanno coinvolto vittime simili.

Altri software si occupano invece di personalizzare le newsletter, sulla base dei gusti di chi le riceve, o di moderare i commenti agli articoli. Il mantra, quindi, è quello che spesso si sente quando si affronta il tema del lavoro nell’epoca dell’automazione: le macchine non sostituiranno l’uomo, ma lo affiancheranno. Ma è proprio così?

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In verità, è facile immaginare che i software che si occupano di sfornare centinaia di brevi articoli renderanno più complesso l’ingresso in redazione di aspiranti redattori, a causa della riduzione della forza lavoro necessaria per svolgere compiti magari poco appassionanti ma che costituiscono l’ossatura dell’inevitabile gavetta. Per quanto i software non siano, per il momento, direttamente responsabili del licenziamento di giornalisti, il loro utilizzo rischia di ridurre ulteriormente il lavoro di bottega nelle redazioni (merce già oggi rarissima), durante il quale si svolgono le mansioni più semplici.

Ma l’impatto dell’automazione sarà comunque limitato: nonostante il gran parlare che se n’è fatto, questi algoritmi possono per ora soltanto combinare dati e cifre, per comporre articoli sintetici e che seguono uno schema rigidamente predefinito. Qualsiasi articolo che richieda un minimo di indagine, approfondimento, interviste, riflessioni ed elaborazione può essere svolto solo ed esclusivamente da un essere umano; e sarà così ancora per moltissimo tempo.

È probabilmente sbagliato mettere in relazione il licenziamento di mille giornalisti negli Stati Uniti e l’avvento dei primissimi robot-giornalisti. A causare la crisi generalizzata dell’editoria è stata più che altro l’incapacità di adattarsi (anche economicamente) all’epoca digitale, missione invece riuscita all’industria musicale e cinematografica. Tra le tante minacce che giungono da ogni parte al mondo del giornalismo, compresa la costante delegittimazione del proprio ruolo di watchdog, quella dell’automazione è probabilmente la meno grave di tutte.

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