Green Book, agli Oscar ha vinto il film più razzista di tutti

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Il razzismo è una cosa seria. E sgradevole. I neri lo sanno meglio dei bianchi e difatti Green Book, vincitore dell’Oscar 2019 come miglior film, non ha trovato presso la comunità nera lo stesso entusiasmo ricevuto dalla critica. Spike Lee, registra afroamericano, che quest’anno ha ricevuto l’Oscar con BlackKklansman (come miglior sceneggiatura non originale, non la sua opera migliore comunque, lo Spike Lee cattivo e onesto di Fa’ la cosa giustaJungle Fever ormai è passato) voleva abbandonare la cerimonia quando Green Book è stato premiato e anche Jordan Peele, attore afroamericano, pare non averla presa bene.

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Green Book è la storia vera di un autista italoamericano, Tony Vallelonga (Viggo Mortesen), che si trova a lavorare per un musicista afroamericano, Don Shirley (Mahershala Ali), in tour per gli Stati Uniti. I due, passando tante ore in auto, si conosceranno fino a diventare amici e Tony Vallelonga si metterà in discussione, rivedendo certi pregiudizi sui neri, pregiudizi alimentati dall’epoca, da una società che frequentemente discriminava (Green Book era appunto una guida di hotel per viaggiatori neri).

Nel film molte questioni legate al razzismo vengono sfiorate ma mai approfondite e in ogni caso il regista Peter Farrelly (che insieme al fratello Bob ha firmato alcune commedie di “grana grossa” come Tutti pazzi per Mary, Lo spaccacuori, Io, me & Irene) e Nick Vallelonga (figlio di Tony e tra gli sceneggiatori) si riservano di porre gli spettatori davanti a situazioni disturbanti, situazioni, ad esempio, che facciano sentire i bianchi imbarazzati nella loro pelle e i neri arrabbiati nella propria.

Gli stereotipi sono mostrati in una chiave comica che io ho trovato francamente imbarazzante. Ad un certo punto Tony insegna a Don a mangiare il pollo fritto, un piatto “da negri”; Tony non sa scrivere e quindi Don gli detta le lettere da spedire alla moglie; Tony non sa parlare e Don lo corregge continuamente; Tony ama il jazz e Don sembra addirittura ignorarne l’esistenza, quindi Tony, oltre a “mangiare come un negro” deve insegnare a Don ad ascoltare la musica come tale. Questo gioco di rovesciamento dei ruoli, di un bianco che si comporta come un nero e un nero che si comporta come un bianco, nasconde un intento non poi così sottile: non far sentire troppo colpevoli i bianchi abbassandoli al livello dei neri, compiacere i neri innalzandoli al livello dei bianchi (anche loro ascoltano e suonano musica classica, anche loro sanno scrivere, e anche bene! E non tutti mangiano pollo fritto).

oscar 2019
(foto: Getty Images)

Oltre al pregiudizio individuale, il film tocca il tema del razzismo sociale, ma anche qui con le protezioni dovute. Durante il tour, Tony e Don verranno fermati dalla polizia e fatti scendere dall’auto per un controllo rude e sommario. Quando Tony si sentirà dare del “mezzo negro” in quanto italoamericano, stenderà con un cazzotto il poliziotto. Il musicista e il suo autista finiranno i prigione. Dietro le sbarre Don, con la sua solita aria urbana e affettata da nobile decaduto, deprecherà l’atteggiamento istintivo di Tony e metterà a posto le cose facendo una telefonata a una “persona molto importante” che si scoprirà essere Bob Kennedy. Il messaggio è: c’è l’America dei poliziotti ignoranti ma anche una più alta, più potente se vogliamo, un’America inevitabilmente bianca, che veglia e combatte su valori come l’uguaglianza. E comunque, per non urtare quei telespettatori che durante i giorni lavorativi vestono divisa e distintivo, il regista sceglie, nel finale, di far fermare l’auto da un poliziotto che non ha alcun intento razzista, ma aiuta Tony e Don a cambiare una gomma a terra e li saluta augurando loro buon natale.

Insomma, anziché denunciare il razzismo, Green Book ne parla edulcorandolo. Don, che è solo e non ha nessuno con cui passare il natale, alla fine busserà alla porta di Tony venendo accolto come uno di famiglia da una tribù italoamericana che a inizio film appariva affondata nel più bieco pregiudizio e chiamava i neri “melanzane”.
Facile capire che il film sia piaciuto molto ai bianchi e poco ai neri. Tra l’altro i famigliari di Shirley lo hanno criticato in un’intervista con Shadow And Act definendolo una “sinfonia di bugie”

Rachel Weisz e Olivia Colman (entrambe nominate) in La favorita di Yorgos Lanthimos
Rachel Weisz e Olivia Colman (entrambe nominate) in La favorita di Yorgos Lanthimos


Green Book
dimostra che il razzismo è una questione troppo presente per essere affrontata in modo onesto da Hollywood. Ma questa edizione degli Oscar dimostra anche che pur di evitare di essere tacciata di razzismo, Hollywood è capace di premiare film che non lo meritano solo perché toccano direttamente o indirettamente la suddetta questione. Parlo di Black Panther, recitato al 99% da attori afroamericani che alcuni davano addirittura per favorito come miglior film. Black Panther è in realtà un cinecomic qualunque, anzi, un po’ noioso, banale con attori privi di carisma e che non meritava nemmeno le statuette come migliore scenografia e migliori costumi considerando che per le stesse categorie concorreva La favorita di Yorgos Lanthimos. Così come Green Book non meritava quella come miglior film non solo per quanto appena scritto, ma perché per la stessa categoria concorreva un autentico capolavoro: Roma di Cuaron.

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