5 cose che ho capito grazie al tweet di Calenda

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Chi è avvezzo all’uso dei social lo sa: come la potenza è nulla senza controllo, un bello scatto da condividere è niente senza il giusto claim che lo accompagni. Il tone of voice (registro linguistico, per gli anglofobi) è più della somma dei singoli vocaboli; è una modalità con cui si può comunicare senza parlare esplicitamente, insinuare idee, suggerire spunti e restituire, al netto della distanza tra chi condivide e i follower, un’immagine che si avvicini per approssimazione a un ideale, un simbolo, una filosofia di vita.

È facile capire come, sulla base di queste considerazioni, personaggi del calibro di Luca Morisi stiano costruendo la propria fortuna; meno immediato, invece, spiegarsi come si possa arrivare a risultati del genere:

È come se riuscissimo a vedere la scena: resort lusso 5 stelle superior in località dal nome francese che trabocca turbocapitalismo. Carlo Calenda si sveglia, è presto, l’aria è frizzante e decide di farsi un bagno rigenerante nella vasca esterna ghiacciata. Ma sarà una buona idea? Uscito, la luce è eccezionale, ombre lunghe, taglio caravaggesco e poi… un cigno! Con lo slancio con cui si superano le porte della metro un attimo prima che chiudano, recupera il telefono, lo lancia in mano all’assistente e concitato gli chiede di scattare, presto, bisogna cogliere l’attimo (il cigno!). Ed eccola. La foto perfetta.

Adesso però arriva il bello: che farci?

Carlo avrà fatto quello che in linguaggio tecnico si definisce benchmark con i modelli che prendono più like. La verità è che chiunque guardi sa perfettamente che Carlo Calenda non è quella cosa lì. È come se Samantha Cristoforetti pubblicasse una foto con le labbra arricciate e la scritta “Un kiss a tutti i miei follower” solo perché funziona sul profilo di Barbara D’Urso. No Carlo, anche tu devi trovare la tua dimensione: sei più della pastasciutta sovranista e triste di Matteo Salvini. Devi volare alto, non inseguire.

Mentre cerchi la tua strada, noi osservatori, guardando questo scatto, nel bene ma (soprattutto, diciamolo nel male), abbiamo capito alcune cose.

1 – La sinistra non è più quella di una volta (o forse sì) 

Non è forse Carlo Calenda sulle nevi, un Massimo D’Alema in yacht non ancora rottamato?

2 – Un Calenda-rio potrebbe essere una buona idea
Dopo una tisanoreica o una dieta Lemme, il calendario in stile putiniano è l’obiettivo non dichiarato, ma visibile all’orizzonte. Da inviare agli elettori come cimelio da collezione, perfetto accanto all’euroconvertitore spedito agli italiani da Silvio Berlusconi nel 2001. Ah, quanti ricordi!

3 – La percentuale è tutto
Leggetela come un’involontaria dichiarazione d’intenti: alle europee la sinistra non può ambire a un risultato percentuale inferiore alla massa grassa corporea del leader che ne ha scritto il manifesto.

4 – I cigni sono i nuovi gattini (?)
Quando la destra sovranista cala la carta felina, è il momento di utilizzare come spirito guida un animale più elegante e meno mainstream. Peccato – sempre a livello di comunicazione – per quell’assist su “la morte del cigno” di cui si è letto un po’ ovunque, ma vabbè. L’impegno è apprezzabile: la sinistra riparta dagli animali delicati, cigni esclusi.

5 – In Russia dev’esserci un’aria pazzesca 

52753391_343862783139002_2730837882943045632_nQuarantacinque vs sessantasei anni: perché Carlo pare lo zio di Vladimir? Possibile che per votare leader machissimi che si fotografano a torso nudo nella tundra uno debba recarsi ai seggi a Vladivostok (lì dove tutti votano tranquillamente, come sa chiunque abbia mai letto un sovranistissimo sito di casa nostra)? Prima gli italiani!

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