I consigli di Jordan Shapiro per i genitori che crescono i figli in un mondo digitale

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Jodan ShapiroSpeaker, autore, scrittore, esperto di formazione e filosofo. Jordan Shapiro si occupa da sempre dell’intreccio fra tecnologie digitali e bambini, più in generale di nuovi modelli educativi. Dedicati anche agli adulti, visto che collabora con l’aeronautica statunitense e il Thomas Edison State College. Alla Temple University di Philadelphia, città dove è nato nel 1977, insegna invece nel programma sull’Eredità intellettuale ed è direttore associato per l’Innovazione digitale al College of Liberal Arts. Per l’ateneo della Pennsylvania sta sviluppando il prossimo corso in alfabetizzazione tecnologica, primo del genere negli Stati Uniti, che dovrà preparare gli studenti alle sfide del futuro sotto l’aspetto occupazionale ed economico.

Membro del think tank Symy Symposium, guidato dall’ex primo ministro greco George Papandeou, dall’economista Joseph Stiglitz e dall’ex vicepresidente della Banca mondiale Mats Karlsson, è dunque uno dei massimi esperti mondiali di competenze digitali e tecnologia nell’istruzione. Trovate in libreria e negli store online il suo ultimo volume, un saggio appena uscito e dedicato al suo principale interesse. S’intitola Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale (Newton Compton editori, 352 pagine, 12 euro) ed è un’autentica guida che mescolando antropologia, storia della società, tecnologia e pedagogia prende posizioni molto chiare su come gestire questa fase di rimediazione tecnologica. Cosa fare e soprattutto cosa non fare. Il sottotitolo d’altronde parla chiaro: “Il rivoluzionario, indispensabile manuale per i genitori del XXI secolo”. Lo abbiamo intervistato in esclusiva.

Il dibattito sul rapporto fra bambini, minori e tecnologia somiglia più a una battaglia fra tifosi che a un confronto fra esperti: perché assume sempre contorni tanto violenti?

“Gli esseri umani mediano le loro esperienze del mondo tramite gli strumenti. E quindi, nello stesso modo in cui i treni e le auto sono state parte di una trasformazione di come interpretiamo lo spazio (fra le altre cose), le tecnologie digitali rappresentano una trasformazione che non si ferma al lato pratico ma si allarga alla percezione, all’epistemologia, all’economia, alla politica e così via. La violenza resistenza agli schermi è una resistenza al cambiamento, è la paura dell’ignoto. E credo che per alcune persone sia anche una protezione delle cose di cui ci curiamo di più. Ma, per definizione, le cose che ci stanno più a cuore – i nostri valori più profondi e i principi – sono precisamente le cose che siamo sempre stati in grado di adattare ai contesti che cambiavano. Sfortunatamente, a volte confondiamo una specifica manifestazione tecnologica dei nostri valori con i valori stessi”.

Il suo libro è ricco di argomenti a favore di una completa immersione dei bambini nel mondo tecnologico e dei videogiochi, una sorta di ineluttabile destino evoluzionistico. Ma sembra meno accurato sui rischi: quali sono?

“Non so se sono d’accordo sul fatto che sia meno accurato sui rischi. L’intero libro ruota intorno a ciò che considero il rischio più grande di tutti: che cioè non riusciamo a mantenere i vecchi valori umani come etica, compassione, gentilezza e così via. Mi preoccupo che gli adulti non stiano considerando le cose che contano di più e non le immaginino applicate a contesti diversi. E quindi non stiano preparando le nuove generazioni a vivere bene in un modo mediato dal digitale. Li stiamo lasciando progettare il futuro senza guida o assistenza. Così come per i rischi sanitari, continuiamo a scoprire che sono esagerati. La maggior parte degli studi che ha scoperto piccole correlazioni fra display ed eventuali conseguenze negative sono ingannevoli. Prendi la questione dell’aumento di peso, l’idea che i monitor conducano ad atteggiamenti sedentari. Si parte dal presupposto che i monitor sostituiscano altre attività più salutari come l’esercizio. Ma il problema reale è la mancanza di esercizio, non gli schermi. Dunque dovremmo affrontare seriamente il problema di come scoprire nuovi modi per promuovere il movimento, non usare le tecnologie come capro espiatorio”.

Shapiro-Il metodo per crescere bambini in un mondo digitale

Che il dibattito sui videogame sia spesso deprimente per la povertà delle argomentazioni è vero, ma l’idea che i ragazzi si stiano così profondamente allontanando dalle soft skill tradizionali non è altrettanto sconfortante?

“In realtà c’è più evidenza che i bambini stiano perdendo le cosiddette soft skill a causa dei sistemi educativi che tendono a sistemi pedagogici problematici e rigidi e a un sovraffidamento ai test in cui si è dentro o fuori. Al contrario, molte ricerche mostrano che giocare è il modo migliore per sviluppare le qualità morbide di cui parliamo. E quindi, in un mondo connesso, i ragazzi hanno bisogno di opportunità per giocare digitalmente: non al posto dei giochi fisici, ma in aggiunta ad essi. Forse la ragione per cui assistiamo a tanti terribili atteggiamenti digitali come il cyberbullismo e i troll su Twitter è che l’attuale generazione di adulti non ha avuto abbastanza opportunità di affinare le proprie qualità sociali digitali quando era piccola, non ha avuto il sostegno degli adulti dell’epoca”.

L’ecosistema digitale tende a ibridarsi continuamente. Una piattaforma che al lancio sarebbe parsa innocua può all’improvviso integrare funzioni di messaggistica o altre caratteristiche per le quali non era stata inizialmente progettata: non crede che questa continua mutazione renda questi ambienti digitali profondamente diversi dalla sand box, la sabbiera dei bambini nei parchi pubblici da cui lei parte nel libro?

“Io non sostengo che questi posti siano uguali alle sand box. Sostengo che servano allo stesso scopo. Sono spazi di gioco dove i bambini possono sperimentare e inventare in modi creativi e immaginifici. Infatti, lo sostengo perché la sand box non è uguale allo spazio di gioco digitale, ma al contempo non è sufficiente, da sola, come palcoscenico in cui sviluppare tutte le qualità sociali in un mondo connesso. Se vogliamo che i bambini diventino adulti in grado di mantenere spirito d’iniziativa, autonomia e dignità rispetto a quelle che chiama ‘continue mutazioni’, dobbiamo sostenerli e guidarli mentre giocano e sperimentano in questo tipo di contesti”.

Che genere di società nascerà da un kindergarten largamente parallelo a quello della vita reale? Quali vantaggi e quali problemi sorgeranno per le classi dirigenti del futuro ma, in generale, anche per i cittadini dei prossimi anni?

“Ciò a cui lei si riferisce è la mia più grande paura. Nel mio libro sostengo proprio che dobbiamo sbarazzarci dell’idea che gli spazi di gioco rappresentino un mondo parallelo. Gli adulti devono assicurarsi di riuscire a integrare vita digitale e fisica in modi olistici che incoraggino i valori della cittadinanza che sosteniamo”.

Concluderei chiedendole dei brevi suggerimenti per i genitori.

“Giocate con i vostri figli. O almeno, fatevi coinvolgere. Chiedete loro a cosa giochino. Incoraggiateli a pensare criticamente sui media digitali che consumano. Spingete per un approccio più consapevole e coscienzioso di quei canali e contenuti. Oltre alle comunicazioni faccia a faccia, è importante che gli adulti comunichino attraverso messaggi, social media e altri mezzi digitali. Il modo in cui una persona gestisce il rapporto fra esperienze interne ed esperne sotto l’aspetto psicologico, emotivo, spirituale e intellettuale, emerge in relazione al modo in cui interagisce con le prime autorevoli figure esterne: i genitori e chi si occupa di loro.

“In un mondo connesso, alcune di queste esperienze devono coninvolgere tecnologie connesse. Infine, riconoscere che l’identità del proprio figlio è probabilmente e profondamente connessa a un avatar digitale o a un profilo social. Il loro senso di autostima e sicurezza è collegata alle loro attività digitali. Ogni volta che un genitore liquida il mondo digitale come qualcosa di aggiuntivo, diabolico o superficiale, manda al figlio un messaggio chiaro: non vedo valori nel tuo mondo. Questo condurrà a una delle due conseguenze, per me entrambe negative: un universo digitale attivamente e ferocemente contrario ai valori degli adulti o un mondo pieno di disprezzo per se stessi”.

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