Fare serata con Edoardo Ferrario: la stand-up italiana e le leggi della risata

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DSC_8501Quando all’Altroquando di Roma (libreria di giorno, al primo piano, e locale di notte, scese le scale), dopo che sul palco sono passati 6-7 comici, è il turno di Edoardo Ferrario, l’introduzione è diversa da tutte le altre e il pubblico è disposto in un’altra maniera. Già quando è entrato nella saletta e si è messo ad ascoltare chi si stava esibendo prima di lui l’aria era diversa.

Edoardo Ferrario è il più importante stand-up comedian italiano. È stato il primo a diventare noto, il primo di una nuova generazione di persone che per fare comicità hanno deciso di non ricalcare la tradizione del cabaret preferendo ispirarsi a modelli anglosassoni. Da diversi anni gira i teatri e i locali d’Italia, ha da poco fatto partire un tour che comprenderà anche delle date europee (Amsterdam e Berlino) e poi ne ha in programma anche a Londra e New York (ma ancora non c’è la data). Soprattutto Netflix, che ha in catalogo moltissimi spettacoli di stand-up comedian, quando ha deciso di inserirne anche tre italiani (caso rarissimo), ha messo Edoardo Ferrario come front-runner, sarà il primo ad andare online il 15 Marzo. Lo seguiranno altre due colonne della stand up italiana: Francesco De Caro, ad un mese di distanza, e poi un altro mese dopo Saverio Raimondo.

Edoardo Ferrario con Francesco De Caro e Saverio Raimondo ad una serata sperimentale in lingua inglese (a Roma per turisti) nel 2010
Edoardo Ferrario con Francesco De Caro e Saverio Raimondo ad una serata sperimentale in lingua inglese (a Roma, per turisti) nel 2010

La mia è stata la prima generazione a interessarsi davvero alla stand-up comedy e ora vedo che chi vuole essere un comico non si rivolge più al cabaret. È una questione di linguaggio e culturale di cui sono molto felice”, racconta. “Il cabaret è una cosa difficilissima, chi lo fa è in grado di intrattenere una piazza piena di persone, gente che magari oscilla da nonne a nipoti a genitori, tutti lì con il gelato in mano e di certo non venuti per lui. La stand-up comedy è diversa, prevede un pubblico che ti è venuto a sentire e argomenti più personali. Sempre comicità ma altro linguaggio come lo Swing è diverso dal Bebop”. Questa sera Edoardo Ferrario è venuto a provare. È un Martedì e locali come l’Altroquando consentono a diversi comici di esibirsi davanti ad un pubblico ristretto per provare. Si alternano sul palco, dieci minuti a testa, e affinano il materiale, testano nuove battute o nuovi pezzi, capiscono se certe idee possono funzionare o no: “La stand-up comedy non esiste a casa, non esiste senza pubblico. Non è come fare un disco in studio e poi andare live, la devi preparare con il pubblico. Anche i comici americani più noti e pagati, quelli che guadagnano milioni di dollari come Kevin Hart, vanno nei locali a provare i pezzi dello spettacolo e prendono 20 dollari, come tutti gli altri”.

Scrivere e affinare uno spettacolo interamente nuovo richiede ad Edoardo un anno e mezzo di lavoro, un anno e mezzo fatto di molte serate di prova e poi di test più seri fatti inserendo nuovi pezzi negli spettacoli vecchi. Questa sera tocca a un pezzo sulle donne che allattano in pubblico, è la seconda volta che lo prova sul palco e stavolta ci ha inserito una parte in più, in mezzo, in cui vuole renderlo più personale: “Io sono parte di ogni battuta, non farei ridere se raccontassi che faccio le 4 in discoteca strafatto, perché non è vero, non si abbina a me. E il punto di tutto è sempre la risata. In molti vedono la stand-up comedy come filosofia, invece è risate. In America ragionano su una battuta ogni 11 secondi e se non fai ridere sei fuori. Per questo io mi impongo di avere un buon ritmo, il pubblico deve ridere sempre, poi per alcuni concetti magari mi prendo un minuto senza risate ma non mi piace quando il comico si prende 2 minuti per farti la parte seria (a meno che tu non sia Jim Jefferies)”.

Eppure Edoardo Ferrario non è che non parli di questioni serie. È diventato molto noto con la webserie Esami, che scriveva e interpretava, nella quale di esame universitario in esame universitario diceva tutto quel che voleva sulle persone, lo stato, le ingiustizie, il nepotismo e le aspirazioni che vanno a morire chissà dove (serie in cui facevano cammei molti dei migliori standupper di oggi). Ha lavorato in televisione a Quelli che il calcio per più di un anno assieme a Luca Ravenna (“Un lavoro incredibile, difficile e duro, quando ho smesso ho avuto tempo per fare uno spettacolo al Brancaccio da 2.800 persone in due serate, trovare l’accordo con Netflix e preparare un tour europeo!”), poi ha realizzato video per diverse trasmissioni, fa radio e tantissime serate. Ora, quando lo presentano sul palco, sembra il padre di altri comici che avranno dieci anni meno di lui, ha un altro ritmo, un altro afflato e un altro mestiere: “Guarda che quelli di stasera non sono niente male, sono la terza generazione venuta dopo di noi. Ma considera che sono solo prove quelle che vedi”.

A metà tra tradizione italiana (l’ammirazione vivissima per Corrado Guzzanti e l’amore per i personaggi) e modelli anglosassoni, Ferrario ha trovato una maniera per infilare i suoi personaggi nella stand-up comedy. Chi l’ha seguito dall’inizio ha notato il passaggio che c’è stato da pezzi che raccontavano tutto quello che più di nicchia e specifico ci potesse essere ai resoconti personali: “Ho capito che il mio modo di ragionare sulle cose fa ridere il pubblico e che se metto me stesso nel racconto è meglio. Invece all’inizio ero radicale, non sopportavo il fatto che ovunque vedessi cabarettisti che non dicevano niente di vicino a me, che riguardasse la mia vita di ventenne, era solo battute sul traffico, problemi con la moglie… Per questo facevo l’opposto”. Nell’ultimo spettacolo, Temi caldi (quello che sarà su Netflix) c’è un perfetto esempio di questo stile, della maniera in cui Ferrario costruisce i suoi pezzi, ed è il racconto dell’arrivo di Rodotà a scuola. Che sia o no un aneddoto vero non è dato saperlo, ma tutto il pezzo ricostruisce una giornata in cui alla sua scuola venne a parlare Stefano Rodotà. C’è un contesto incredibile e una capacità di rendere vivo il racconto degli anni al liceo, c’è lui e i suoi amici stonati dalle canne che accedono all’auditorium della scuola e tutto culmina con l’imitazione di Rodotà che, in questo scenario allucinato e annoiato, prefigura internet già negli anni ‘90.

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Stasera è un’altra storia però. Appena salito sul palco prende in giro chi è venuto prima di lui, riprende le sue gag e prolunga il materiale degli altri per far capire che stava lì e ascoltava. “È fondamentale far capire al pubblico che non è solo lui che guarda te”, ci dirà poi, “ma che ci sei anche tu che stavi tra loro e dal palco li guardi” per questo i comici spesso chiedono di alzare la mano a chi tra l’uditorio abbia fatto qualcosa o appartenga a un certo gruppo umano, per dimostrare che li stanno a guardare: “Io poi faccio un’altra cosa ancora: creo una divisione artificiosa, per esempio dico che quelli in prima fila hanno pagato di più e quelli in fondo sono invece i poveri. Poi quando durante lo spettacolo faccio una battuta sui poveri noto che quelli ridono di più perché si sentono tirati in causa”. Così anche qui prima di provare il pezzo sull’allattamento prende di mira uno in prima fila, parte con delle battute improvvisate e poi un pezzo del vecchio spettacolo su Roma e i taxi: “Poche sere fa ero in un locale che fa musica indie e sono partito con un pezzo in cui ho fatto nera la musica indie e ha funzionato tantissimo, ma non avrebbe avuto senso farlo qui”.

Il punto però è che lui è e rimane Edoardo Ferrario, per quell’uditorio di certo più noto degli altri “che è un peso che in questo caso non ci vorrebbe, perché vengo qui a provare e loro invece si aspettano di ridere moltissimo. Ma tanto il bello della comicità è che è democratica, anche Seinfeld, che è stato il comico più noto e potente del mondo, spiega che la fama conta per i primi sei minuti, poi se non fai ridere nessuno ride”. A oggi i comici più di successo spesso gestiscono le serate nei locali, chi sta iniziando e vuole esibirsi deve mettersi in fila per avere il suo posto sul palco, come se prenotasse una saletta prove (lo si vede nella serie I’m Dying Up Here), chi invece è più noto e habitué ha più facilità ad avere uno spazio. Infine chi è proprio famoso può avvertire anche all’ultimo perché un posto lo si trova sempre per lui, visto che il locale non è una no-profit e vuole fare ingressi.

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Stasera Edoardo è in forma, il pezzo sull’allattamento va benissimo, specie in quella parte centrale che ha aggiunto per l’occasione, un po’ più dura con delle battute che in effetti non era scontato che funzionassero. Il pubblico ride forte e poi alla fine, nel momento in cui deve ottenere il massimo delle risate, chiude il pezzo usando un vocione e facendo un’imitazione grottesca di un omone che allatta. È la parte più grassa e, caricata da tutto quel che è venuto prima, è divertentissima, ottiene il maggior successo: “Vocine e vocioni funzionano sempre, ma non puoi farci tutto uno spettacolo, non farebbe ridere”. Quando gli chiedo se prima di una serata importante come quelle che ha tenuto al Brancaccio non pensi mai che, male che vada, potrà ricorrere alle vocine e faranno comunque ridere tutti, ha un momento di silenzio e risponde: “Eh certo sì…. Però davvero ci devi stare attento, il cabaret è far ridere il più possibile, la stand-up comedy è un po’ più intima e personale, è una sfida con te stesso e un continuo miglioramento”.

Ma il mestiere è tale che, avendo tutto il tempo per preparare il pezzo, uno sarebbe in grado di far ridere su qualunque argomento, anche il meno divertente? “Sì, perché esistono dei meccanismi precisi che fanno ridere, sono sei-sette e li puoi imparare. All’inizio ho frequentato una scuola di scrittura specializzata nel linguaggio comico: non ti insegna a essere divertente – nessuno lo può fare –, ma ti fornisce ottime basi per scrivere e andare sul palco ottenendo almeno il minimo sindacale. Poi una volta che hai l’algoritmo entra la fantasia, entra quanto sei bravo a colorire e quanto ci lavori. Quindi alla fine se devo scrivere qualcosa di divertente sui cavatappi sì, se mi dai del tempo ce la faccio, poi non sarà mai il mio pezzo più divertente perché di quell’argomento non me ne frega niente, ma funzionerà”.

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