Peterloo: anche gli dei del cinema sbagliano

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Peterloo è la storia di un massacro poco familiare al pubblico non-britannico ma molto noto in patria. Si trattò di una manifestazione pacifica in favore dell’estensione del diritto di voto e di altre rimostranze che fu repressa nel sangue ad opera del governo conservatore, una strage a senso unico inattesa, ingiusta e brutale che fu riportata a dovere dai giornali dell’epoca e che rimase emblematica della paura che il governo britannico aveva di una rivoluzione francese anche su suolo inglese. Ironicamente proprio da lì e da quegli eventi partirono una lunga serie di riforme che modernizzarono lo stato. Ma di questo non c’è traccia in Peterloo che è invece molto più interessato alla componente di indignazione dell’evento.

Con un lunghissimo preambolo che occupa quasi tutto il film e il minimo sindacale per la strage, dura, sanguinaria ma anche rapida ed essenziale nelle sue conseguenze, Mike Leigh gira una storia con eroe-massa, senza cioè un vero protagonista ma con tantissimi personaggi semplici e popolari, emblemi della buona classe proletaria che va a protestare, a cui oppone dei pupazzi, dei conservatori da operetta che sghignazzano e non sanno organizzarsi. Parliamo proprio di attori vestiti di nero che recitano la stupidità, messi a fare i cattivi senza mezzi termini mentre in piazza scende il bene, la solidarietà, la comunione d’intenti e la solidità dello spirito di classe. È una divisione che ha il sapore del mondo spiegato ai bambini.

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Mike Leigh è in realtà uno dei grandissimi campioni del cinema inglese più audace e sfrontato, un uomo che nei suoi film sembra capace di non rispettare nessuna regola (Another Year è una sceneggiatura impossibile che non è chiaro come diventa un film fantastico, Turner è una biografia che rinnega ogni stereotipo, Segreti e bugie è stato un caposaldo dell’innovazione del cinema britannico anni ‘90, La felicità porta fortuna è un film contagioso e inspiegabile che ha lanciato Sally Hawkins e Eddie Marsan). Stavolta invece indossa i panni di Ken Loach e trasforma il suo cinema, semplificandolo e rifiutando il suo pregio maggiore: la capacità di far vedere qualcosa di mai visto, ogni volta. Loach e Leigh sono due bandiere del cinema d’autore a vocazione fortemente socialista, solo che Loach lo mette in scena senza mezzi termini, Leigh invece aveva sempre parlato d’altro, lasciando che fossero le situazioni, i personaggi e l’etica di fondo a dichiarare le proprie intenzioni. Qui no, qui gira un film a tesi.

Troppo intelligente e sofisticato ha dimostrato di essere Leigh in passato per non essere conscio di aver girato un film sempliciotto, uno che rifiuta qualsiasi pensiero complicato e vuole solo fare propaganda vecchio stampo. Ovviamente ha ragione lui, quell’evento fu una strage immotivata, fu frutto dell’arroganza aristocratica e di un forte disprezzo dell’iniziativa popolare se non proprio degli esseri umani che compongono il popolo, ma non si può filmare così! Non si può onestamente creare un cartone animato con attori in carne ed ossa che vada così in deroga ad ogni plausibilità non tanto storica (difficile esprimersi su di essa) ma proprio umana. Le persone peggiori non parlano così, non sono così nettamente schierate tra buoni e cattivi, non sghignazzano così per i mali altrui, non si comportano come stereotipi ambulanti, e ce l’ha insegnato proprio lui con i suoi film!

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C’è non poca maestria, questo va detto, nella maniera in cui smembra la figura classica del protagonista e racconta 10 personaggi che insieme sono il protagonista. Segue tantissime persone e quindi nessuno in particolare per raccontare la massa, il popolo come entità unica, come organismo vivo, che comunica, parla, si aiuta, marcia e ha desideri compatti e unici. Come nel cinema sovietico. C’è evidentemente un desiderio di ritorno a quel tipo di idea di comunità, in cui tutti sanno di dover combattere per gli stessi obiettivi e hanno la forza che le masse possono avere.

Ma a poco serve la scarsa ironia sul fatto che i comizi dell’epoca fossero abbastanza ridicoli (in pochi sentivano, molti erano lì senza sapere bene che succedesse), anzi impallidisce di fronte al cumulo di retorica con la quale il film sostiene i suoi eroi. Più che parteggiare per loro sembra sponsorizzarli e alla fine non gli fa un gran servizio. Sono gli eroi complicati quelli che conquistano tutti, quelli invece di parte predicano unicamente ai convertiti.

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