Cosa resta di Matrix, 20 anni dopo

0
287
Questo post è stato pubblicato da this site

E se tutto ciò che ci circonda non fosse reale? Se il computer su cui sto scrivendo, gli operai al lavoro nel palazzo di fronte al mio, le macchine che passano per strada e anche il cane che di fianco a me dorme nella cuccia fossero solo un’illusione? Quanto ci sia di vero nella realtà che abbiamo di fronte agli occhi è una domanda che l’umanità si pone almeno da quando Platone ha dato forma al suo mito della caverna.

Più in là nel tempo, Cartesio è arrivato invece a postulare il suo cogito ergo sum partendo da una simile riflessione: come possiamo distinguere il vero dal falso? Millenni dopo Platone, e secoli dopo Cartesio, l’approccio verso la possibile finzione della realtà che ci circonda è però radicalmente cambiato. Da esercizio filosofico, la messa in discussione di ciò che si presenta davanti ai nostri occhi si è trasformata in un’analisi sull’effettiva fattibilità di un mondo simulato (non un’illusione, quindi, ma una vera e propria replica).

Un’analisi non più solamente speculativa, ma anche logica, analitica e soprattutto informatica. Nell’epoca digitale in cui siamo immersi, era inevitabile che – se ciò che ci circonda è davvero una simulazione – la spiegazione non potesse risiedere in ombre proiettate su una caverna o in un genio maligno che impiega “tutta la sua industria a ingannarmi”, ma in una dettagliatissima riproduzione informatica. Insomma: un immenso videogame.

Siamo tutti immersi in Matrix?

Il giorno in cui questo approccio si è materializzato in tutto il mondo porta la data del 31 marzo 1999, quando nei cinema statunitensi uscì The Matrix: il capolavoro delle sorelle Wachowski. “Matrix è ovunque, è intorno a noi. Anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti per nasconderti la verità”. Con queste parole, Morpheus introduce a uno sbigottito Neo le fondamenta dell’inganno in cui vive.

“Matrix è un mondo dei sogni generato al computer, costruito per tenerci sotto controllo”, spiega più avanti Morpheus. Le motivazioni dietro alla nascita di Matrix (su cui torneremo più avanti) non sono l’aspetto più importante. Quello che conta è soprattutto come la teoria di un mondo simulato digitalmente, a partire dal 31 marzo 1999, si sia diffusa come un virus informatico nella nostra società: diventando una delle teorie del complotto più affascinanti e scomodando addirittura i filosofi delle più prestigiose università; che l’hanno non solo investigata, ma addirittura avvalorata. Prima di arrivare ai filosofi, però, partiamo dagli aspetti folkloristici.

Così come, in Matrix, i déjà vu sono l’errore che permette di accorgersi quando qualcosa nella matrice sta venendo modificato dai creatori; allo stesso modo, nella nostra realtà, si verificherebbero dei veri e propri glitch: degli errori imprevedibili che dimostrano la finzione del mondo in cui viviamo. Gli esempi e le teorie si sprecano, ma la più divertente è quella secondo cui durante la cerimonia degli Oscar 2017 si sarebbe avuta una dimostrazione del fatto che viviamo in Matrix. Dopo aver annunciato la vittoria di La La Land, un imbarazzatissimo Warren Beatty fece dietrofront per assegnare il premio di miglior film a Moonlight; da alcuni, questa clamorosa gaffe venne vista come uno dei più evidenti glitch all’interno della nostra realtà (per quanto surreale, tutta la vicenda è anche al centro di un lungo e complesso articolo del New Yorker).

Ma questo è solo un esempio: altri utilizzano come prova la più grande rimonta nella storia del Superbowl (sempre 2017), mentre su YouTube potete trovare centinaia di video che dimostrano come effettivamente la nostra vita sia condotta all’interno di una simulazione. Finché siamo nel campo del complottismo internettiano, è difficile prendere sul serio questa tesi. Il discorso cambia quando uno dei filosofi più in vista della nostra epoca, Nick Bostrom, decide di pubblicare un paper accademico in cui dimostra – con le armi della filosofia analitica, della logica e della matematica – come la probabilità che il nostro mondo sia una simulazione sia talmente elevata da essere quasi una certezza.

Il saggio di Bostrom, pubblicato nel 2003 dall’università di Oxford con il titolo Are You Living in a Computer Simulation?, non fa riferimento né a civiltà aliene né a intelligenze artificiali, ma a una lontana civiltà umana che avrà a disposizione il potere computazionale necessario a ricreare un mondo digitale indistinguibile da quello reale. Un traguardo inevitabile, prima o poi (secondo Bostrom); che ci pone di fronte a tre alternative: la specie umana si estinguerà prima di conquistare questa capacità; la specie umana diventerà in grado di creare un elevato numero di simulazioni digitali dell’universo ma non avrà la volontà di farlo; oppure stiamo già vivendo in una simulazione computerizzata.

A differenza di come spesso lo si racconta, quindi, Bostrom non afferma che noi stiamo effettivamente vivendo in una sorta di enorme videogioco; ci pone invece di fronte a un trilemma. In poche parole, se l’umanità non si sarà estinta prima di essere in grado di creare un universo simulato e se avrà effettivamente intenzione di crearlo, allora non ci resta che accettare l’inevitabile conclusione: viviamo già oggi – noi tutti, con probabilità prossime alla certezza – nell’equivalente di Matrix.

Ovviamente, ci sono buone possibilità che prima o poi l’umanità si estingua (viste anche le pessime condizioni in cui versa il nostro pianeta); così come si può pensare che l’umanità decida di non dare vita a queste simulazioni (anche perché significherebbe simulare guerre, genocidi, malnutrizione e povertà estrema; causando sofferenze reali). Inoltre, Bostrom dà per scontato qualcosa che tanto scontato non è: che in un futuro non si sa quanto lontano sarà possibile simulare miliardi di menti coscienti (le nostre) ed essere in grado di riprodurre fin nei dettagli più microscopici il mondo in cui viviamo e i pianeti che ci circondano (e non è affatto detto si possa fare).

Ma se si accettano le premesse di Bostrom, e se si considera che all’interno di ogni universo simulato sarebbe possibile crearne altri (in una sorta di matrioska di simulazioni resa possibile dalle virtual machine), allora è inevitabile che il numero di realtà alla Matrix, col passare dei secoli e dei millenni (la scala temporale, in questa vicenda, è senza confini), diventerà talmente grande da rendere la probabilità di vivere in un mondo reale quasi infinitesimale (se volete approfondire la questione senza spaccarvi la testa sul paper originale, qua trovate una versione più divulgativa).

Quel che più conta, in questa sede, è però sottolineare come la teoria della simulazione sia uno dei lasciti culturali e filosofici più importanti di Matrix (a sua volta influenzato dalle visioni incredibilmente avveniristiche di Philip K. Dick); che ha condizionato anche imprenditori del calibro di Elon Musk e che è destinata a venir dibattuta finché qualcuno non sarà in grado di confutare il trilemma di Bostrom (impresa che, in 16 anni, non è riuscita a nessuno).

La superintelligenza artificiale

Ma la teoria della simulazione non è l’unico lascito di Matrix; che ha contribuito – assieme a 2001: Odissea nello spazio, Terminator, Ghost in the Shell e tanti altri – a sviluppare quella che oggi, talvolta, sembra prendere le sembianze di una vera e propria fobia: il timore che nasca una superintelligenza artificiale in grado di soggiogare l’umanità.

Nel 1999 si era nel pieno del cosiddetto inverno dell’intelligenza artificiale: decenni e decenni trascorsi senza che questo settore, in cui già negli anni Cinquanta si riponevano enormi aspettative, facesse particolari passi avanti. Il fascino della AI, però, è rimasto intatto anche durante il lunghissimo inverno; come dimostrano le innumerevoli opere di fantascienza che a questo mondo si sono ispirate.

L’intelligenza artificiale, però, viveva allora quasi solo nella creatività di scrittori e sceneggiatori. Ed è probabilmente anche per questo che l’idea della AI di Matrix, vista oggi, pecca di grande ingenuità: “Abbiamo poche informazioni”, racconta sempre Morpheus a Neo. “Ma quello che sappiamo per certo è che all’inizio del 21° secolo tutta l’umanità si era unita all’insegna dei festeggiamenti. Grande fu la meraviglia per la nostra magnificenza, mentre davamo alla luce una AI: la cui sinistra coscienza produsse una nuova generazione di macchine. Ancora non sappiamo chi colpì per primo, se noi o loro”.

Oggi che, al termine del decennale “inverno”, siamo nel pieno della rinascita dell’intelligenza artificiale (grazie allo sviluppo dei network neurali, della grande disponibilità di dati e di un potere computazionale nettamente superiore), fa un po’ sorridere la descrizione della AI che dà Morpheus: qualcosa che sorge inatteso, da un momento all’altro. Come se gli scienziati informatici non fossero partiti da algoritmi in grado di consigliarci i libri su Amazon per poi eventualmente arrivare a forme più evolute; ma come se dal loro lavoro fosse improvvisamente sorta una (e una sola) intelligenza artificiale cosciente, in grado poi di riprodursi.

Un salto quantico, insomma: dall’assenza di intelligenza artificiale alla super AI; senza passaggi intermedi. Non solo: una AI che, inevitabilmente, si sarebbe ribellata all’umanità (da questo punto di vista, il modo in cui lo stesso argomento è trattato da Ghost in the Shell è nettamente superiore).

Le cose sono andate in maniera molto diversa da come immaginato in Matrix: le intelligenze artificiali che oggi utilizziamo quotidianamente non sono un unico software onnisciente, ma algoritmi che lavorano dietro le quinte per rendere più efficienti innumerevoli strumenti digitali (da Facebook a Google, per arrivare alle ultime evoluzioni nel campo della cybersicurezza e della sorveglianza). Non solo, in tutto questo non c’è nemmeno una scintilla che fa immaginare che un domani si potrà arrivare a software dotati di coscienza e tanto meno che questi possano ribellarsi all’umanità.

Per il momento, il massimo ottenuto dal deep learning sono calcoli statistici estremamente raffinati, sempre più rapidi e sempre più evoluti; in grado a volte di essere superficialmente confusi per strumenti intelligenti. Come si possa passare dalla velocità di calcolo, e dall’abilità di scovare pattern in un set di dati, a una vera intelligenza (che richiede capacità di astrazione e generalizzazione che sono l’opposto di ciò che una AI è in grado di fare) è qualcosa che al momento non si riesce nemmeno a immaginare.

Ma è proprio questo a dimostrare l’enorme impatto culturale di Matrix (e Terminator e gli altri): in un mondo in cui siamo immersi nei reali rischi dell’intelligenza artificiale (privacy, pregiudizi dell’algoritmo, effetto sul mondo del lavoro, eccetera) e in cui Siri dà quotidianamente prova di un’intelligenza scarsissima, il nostro immaginario collettivo continua a subire l’enorme fascinazione degli scenari immaginati da opere di fantascienza novecentesche. È una strada che ha origine lontane: tutte queste opere si rifanno, in misura diversa, al racconto La Risposta (1954) di Fredric Brown. In quelle poche pagine, lo scrittore di fantascienza immagina la costruzione di un supercomputer galattico al quale viene chiesto, come prima domanda, se esiste Dio. “Adesso sì”, è la sua risposta.

The post Cosa resta di Matrix, 20 anni dopo appeared first on Wired.