Parola sua: Steve Jobs raccontato da Steve Jobs

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Questo articolo è comparso originariamente sul numero 32 di Wired Italia, a ottobre 2011, ed è il secondo di una serie di 10 articoli storici della rivista, che vi riproponiamo per celebrare i nostri 10 anni. Il primo lo trovate qui.

I.
La nascita

[Daniel Morrow per Computerworld Smithsonian Awards, 1995]
Steve, iniziamo con qualche dato biografico.

“Sono nato a San Francisco, California, Stati Uniti, pianeta Terra, il 24 febbraio 1955. Potrei aggiungere un sacco di dettagli, ma dubito che a qualcuno possano interessare”.

[d.m.] Vi siete trasferiti nella Silicon Valley quando avevi sei, sette anni.

“Sì. Era il posto più straordinario del mondo per crescere. Qualche casa più in là della nostra era appena arrivato un ingegnere della Hewlett-Packard, che era un radioamatore. Aveva avuto un’idea bizzarra per farsi conoscere dai ragazzi della zona: aveva messo sul vialetto di casa un microfono elettronico con tanto di batteria e altoparlante, a disposizione di tutti”.

[d.m.] Grandioso.

“Ovviamente ho iniziato a giochicchiarci. Così ho conosciuto quest’uomo, Larry Lang, che mi ha insegnato moltissimo sull’elettronica. Si divertiva a montare gli Heathkit (una serie di prodotti per hobbysti dell’elettronica, ndr), che erano fantastici. In realtà erano più cari del prodotto finito, quando esisteva. Avevano dei manuali dettagliati su come assemblare i pezzi, che erano colorati secondo il tipo e andavano disposti in una maniera precisa. Così costruivi con le tue mani quel che volevi. Capivi che cosa c’era dentro un prodotto finito e come funzionava, perché c’era pure una guida sul funzionamento, ma forse la cosa più importante era che ti facevi l’idea di poter assemblare qualsiasi oggetto. Guardavi un televisore e pensavi: ‘Non ne ho mai costruito uno, ma potrei farlo: ce n’è uno nei kit della Heat’”.

[David Sheff per Playboy, 1985]
Poi, alla Hewlett-Packard, hai pure lavorato.

“Avevo 12-13 anni e tanto bisogno di pezzi per costruire le mie cose, perciò ho preso la cornetta e ho chiamato Bill Hewlett; era sull’elenco telefonico di Palo Alto. Mi ha risposto ed è stato gentilissimo. Mi avrà parlato per 20 minuti. Non mi conosceva, ma mi ha dato i pezzi che volevo e mi ha offerto un lavoro estivo alla catena di montaggio della Hewlett-Packard, ad assemblare misuratori di frequenza. Ok, assemblare forse è un po’ troppo, diciamo che giravo qualche vite, ma non importa, mi sentivo in paradiso. Mi ricordo che il primo giorno ho espresso tutto il mio entusiasmo e la mia felicità al caporeparto, un tizio di nome Chris, dicendogli che la cosa che amavo di più al mondo era l’elettronica. Poi gli ho chiesto quale fosse la sua. Mi ha guardato e mi ha detto: ‘Scopare!’ (ride). Ho imparato un sacco di cose quell’estate”.

II.
Il Battesimo

[d.s.] Non hai mai dimenticato il vero motivo per cui lavoravi: guadagnare i soldi per viaggiare.

“Quando ero in Atari, avevano consegnato una partita di videogame difettati in Europa. Sapevo come ripararli, ma bisognava andare sul posto. Mi sono proposto come volontario in cambio di un periodo di aspettativa. Hanno accettato. Sono andato prima in Svizzera e poi a Nuova Delhi. E ho trascorso un periodo in India”.

[d.s.] Dove ti sei rasato la testa.

“Non è andata proprio così. Stavo facendo un giro sull’Himalaya e mi sono imbattuto in una specie di festa religiosa. C’era un baba, un santone, con un enorme seguito. C’era un buon profumino di cibo, perciò mi sono avvicinato tranquillamente per presentarmi e mangiare qualcosa. Per qualche oscuro motivo questo baba, appena mi ha visto, è venuto verso di me, si è seduto ed è scoppiato a ridere. Non parlava granché inglese e io parlavo poco hindi, ma cercava di portare avanti una conversazione e intanto si rotolava dal ridere. Poi mi ha afferrato il braccio e mi ha trascinato su un sentiero. Era divertente perché c’erano centinaia di indiani che avevano fatto migliaia di chilometri ed erano stati con questo tizio per dieci secondi, mentre io sono capitato lì per mangiare e lui mi ha portato con sé. Mezz’ora dopo arriviamo in cima alla montagna, dove c’è una piccola sorgente con un laghetto: quello mi puccia la testa in acqua, sfodera di tasca un rasoio e inizia a rasarmi il capo. Io resto scioccato. Ho 19 anni, sono in un paese straniero, in cima all’Himalaya, e questo tizio assurdo, un baba indiano, mi pesca da in mezzo alla folla per radermi la testa in cima a una montagna. Non so ancora perché l’abbia fatto”.

III.
L’apprendistato

[d.s.] Dove hai conosciuto Steve Wozniak?

“Nel garage di un amico. Io avevo 13 anni, lui tipo 18. Era forse la prima persona che incrociavo a saperne più di me di elettronica. Siamo diventati subito amici”.

[d.s.] Com’era il mondo dei computer, all’epoca?

“C’erano dei circoli nati intorno a un kit per computer chiamato Altair. Era straordinario che avessero trovato un modo per costruire, e possedere, un computer. Quando eravamo al liceo, era difficile avvicinarsi a un computer mainframe. Ci toccava andare in auto da qualche parte e contare sulla benevolenza di qualche grande compagnia che ce ne lasciasse usare uno. Ora invece, per la prima volta, potevi addirittura comprare un computer. L’Altair era uscito nel 1975 e costava meno di 400 dollari. Era relativamente economico, ma non tutti potevano permetterselo. Perciò la gente si associava, formava dei piccoli club”.

[d.s.] E voi avete deciso che potevate rifare l’Altair meglio.

“No, non ci pensavamo. Io lavoravo molto alla Atari e di notte facevo entrare Woz. Atari aveva lanciato Gran Track, il primo gioco dove per guidare usavi un volante. Woz ci sprecava un sacco di monete, così lo lasciavo giocare gratis al piano della produzione. Una sera, ero bloccato su un progetto e gli ho chiesto di interrompere per dieci minuti i suoi rally per aiutarmi. Lui ha lavoricchiato su qualcosa e a un certo punto ha abbozzato un terminale di computer con uno schermo sopra. Più tardi ha comprato un microprocessore e l’ha collegato al terminale creando quello che sarebbe diventato l’Apple I”.

[d.s.] L’idea è stata semplicemente di farlo?

“Certo. E sbatterlo in faccia agli amici”.

IV.
Il primo miracolo

[Gary Wolf per Wired, 1996] Hai fama di creare prodotti dal design molto curato. Perché pensi che non ce ne siano di più in commercio?

“‘Design’ è una parola curiosa. Alcuni pensano che si riferisca all’aspetto esteriore degli oggetti. Ma se rifletti capisci che ha a che fare con il loro funzionamento. Il design del Mac non stava, o non tutto, in come appariva. Lo apprezzavi soprattutto quando lo usavi. Per progettare davvero bene qualcosa devi prima assimilarla. Devi intuire qual è la sua essenza. Ci vogliono impegno e passione per capire a fondo qualcosa, bisogna masticarla anziché limitarsi a ingoiarla. La maggior parte della gente non si concede il tempo per farlo. La creatività non è che la capacità di collegare le cose. Quando chiedi a una persona creativa come ha fatto qualcosa, si sente un po’ in colpa perché non l’ha fatto sul serio, l’ha solo visto. Gli è sembrato scontato in un istante. E questo perché ha saputo collegare le proprie esperienze e sintetizzarle in un oggetto nuovo”.

[George Gendron e Bo Burlingham per Inc., 1989] Circolano storie su quanto fossi pignolo riguardo all’Apple II, su quanto insistessi che ogni saldatura della scheda madre fosse dritta e l’interno della macchina piacevole e ordinato.

“È tutto vero”.

[g.g. e b.b.] Anche la scheda madre del NeXT è un capolavoro di bellezza. Come tutto il computer. In effetti potrebbe tranquillamente stare nella collezione d’arte del Moma.

“Sì, mi hanno chiamato”.

[g.g. e b.b.] Perché l’aspetto di un circuito elettronico è tanto importante per te?

“Non è un capriccio. In molte cose – le auto potenti, per esempio – l’estetica è il frutto diretto della funzione e per me l’elettronica è una di queste. Ma ho anche imparato che le grandi aziende hanno a cuore l’estetica. Perché trasmette un messaggio su come l’azienda percepisce se stessa, sul senso di disciplina dei suoi progetti, su come è gestita e altre cose del genere”.

[Michael Krantz per Time, 1999] Che cosa divide l’arte dalla tecnologia?

“Non ho mai pensato che fossero due cose distinte. Leonardo da Vinci era un grande artista e un grande scienziato. Michelangelo sapeva moltissime cose su come estrarre una pietra dalla cava”.

[g.g. e b.b.] In che cosa è stato importante l’Apple II?

“Con l’Apple II non era più necessario intendersi di hardware per usare un computer. Il passo successivo, dall’Apple II al Macintosh, è stato non dover più essere un hacker o un ricercatore elettronico per usarne uno”.

[g.g. e b.b.] Ti rendevi conto che stavi creando dal nulla una nuova industria, quando sviluppavi l’Apple II e il Mac?

“Con il Mac era abbastanza chiaro. Con l’Apple II meno. Ma devo ammettere che vederlo accadere è abbastanza diverso da immaginare che accadrà”.

[d.s.] Quanto ci è voluto per sviluppare il Macintosh?

“Più di due anni, ma la tecnologia che c’è dietro è stata elaborata per tanti altri anni, prima. Non penso di aver mai lavorato così duramente a qualcosa, ma è stata l’esperienza più bella della mia vita. Credo che quasi chiunque ci abbia lavorato direbbe lo stesso. Nessuno di noi voleva mandarlo in produzione. Era come se sapessimo che una volta uscito dalle nostre mani non sarebbe più stato nostro. Quando l’abbiamo presentato all’assemblea dei soci, c’è stata una standing ovation di cinque minuti. Io vedevo tutto il team di sviluppo nelle prime file. Era come se non ci capacitassimo di averlo finito davvero. Piangevano tutti”.

[d.m.] Quali sono i risultati di cui vai più fiero?

“La cosa che ci ha legato di più è stata la capacità di fare cose che avrebbero cambiato il mondo. Eravamo in meno di cento a sviluppare il Macintosh e Apple ne ha venduti più di 10 milioni. Poi è stato copiato da tutti e ora parliamo di centinaia di milioni. È una scala piuttosto grande, un milione a uno. Non capita spesso, nella vita, di vedere amplificate le proprie idee cento volte tanto, figurati un milione”.

[d.m.] Tutto è poi confluito nel NeXT.

“Lì dentro c’è il meglio. Quando ero alla Apple, alcuni amici mi dissero: “Devi vedere cosa stanno facendo al Parc (Palo Alto Research Center) della Xerox”. Non è che lasciassero entrare molta gente, ma ci sono riuscito. Era il 1979. Ho visto Alto, il loro prototipo di computer, che era fenomenale e mi hanno mostrato tre cose su cui avevano lavorato nel 1976. In realtà, non è che le abbia viste tutte e tre. Ho visto solo la prima, ma era così incredibile che mi ha abbagliato e non mi ha permesso di vedere le altre due. Mi ci sono voluti anni per riscoprirle, ricrearle e incorporarle tutte e tre nel disegno complessivo, ma erano realmente troppo avanti. Nessuna era davvero compiuta, ma tutte erano il germe di ciò che poi si è realizzato. Parlo di interfaccia grafica, linguaggio Oop (Object oriented programming) e collegamento in rete. L’Alto aveva il primo schermo grafi co del mondo. Aveva un rudimentale sistema di menu. Pannelli rudimentali, eccetera. Non funzionava come avrebbe dovuto, ma di massima c’era già tutto. Quanto alla rete, loro hanno inventato Ethernet, come sai. E avevano circa 200 Alto connessi via server in una rete locale, che si scambiavano email e tutto il resto. Nel 1979!”.

[d.s.] Tu volevi gestire il gruppo di lavoro sul Lisa (progetto di computer iniziato da Apple nel 1978, ndr). Markkula e Scott, che erano i tuoi capi, anche se avevi giocato un ruolo importante nell’assumerli, non pensavano ne fossi in grado, è vero?

“Dopo aver strutturato i concetti base, aver individuato le persone chiave e aver definito le principali direttive tecniche, Scotty ha deciso che non avevo abbastanza esperienza. È stato molto doloroso. Inutile negarlo”.

[d.s.] Sentivi che stavi perdendo la Apple?

“Forse sì, ma la cosa più difficile da accettare era che per il Lisa avevano assunto molta gente che non condivideva la nostra idea iniziale. C’erano grosse divisioni, all’interno del progetto Lisa, tra chi, in pratica, voleva costruire qualcosa come il Macintosh e chi veniva da Hewlett-Packard o altre aziende e pensava a macchine più grandi, da vendere alle aziende. Io intanto avevo messo insieme un piccolo gruppo per progettare il Macintosh. Non ci presero molto sul serio. Credo che Scotty si divertisse alle mie spalle”.

V.
L’ esilio

[g.g. e b.b.] Come ti senti? Molti manager si disperano all’idea di ricominciare tutto da capo.

“Be’, intanto non è la prima volta che lo faccio. C’è già stato il Macintosh, che è stato un po’ come tornare in garage: abbiamo usato Apple come leva economica, abbiamo sfruttato la forza vendite, ma in pratica abbiamo ridefinito da zero un sacco di cose”.

[g.g. e b.b.] Stai dicendo che hai già dimostrato a te stesso che puoi farcela.

“Sto dicendo che ho motivazioni diverse. Il mercato dei computer è giovane. L’Apple II e il Macintosh hanno contribuito a definire quale direzione avrebbe preso. Spero che il NeXT faccia altrettanto”.

[g.g. e b.b.] Un proposito ambizioso.

“Sì. Significa avere successo su larghissima scala. Il nostro concorrente più piccolo vale un miliardo e 750 milioni di dollari. Stiamo costruendo dalle fondamenta la prossima impresa da un
miliardo di dollari (invece NeXT fu un flop commerciale, ndr)”.

[d.m.] Raccontaci di Pixar.

“È stato un amico, ancora una volta, a consigliarmi di andare a trovare questi pazzi che lavoravano per la Lucasfilm a San Rafael. George Lucas, che è una persona intelligente, a un certo punto ha capito che doveva fondare un’azienda hi-tech. Aveva qualche problemino: quando prendi una pellicola e la copi, si generano disturbi e sfocature, e per Guerre Stellari lui aveva sovrapposto fino a 13 pellicole per fotogramma. Una era il girato, un’altra lo sfondo, un’altra i modellini, un’altra gli effetti speciali e così via. Ogni volta che aggiungeva un pezzo doveva fare una copia, accumulando disturbi. Se fai un fermo immagine di uno qualunque dei film ti accorgi che è di pessima qualità. George, che è un perfezionista, ha detto: ‘Voglio eliminare i difetti’, e ha puntato sul digitale. Nessuno l’aveva mai fatto prima. Ha comprato l’hardware necessario e assunto le migliori teste in circolazione per sviluppare un software dedicato, e ce l’ha fatta. A un certo punto George ha deciso che non voleva più spenderci milioni di dollari l’anno, perciò ho rilevato io il gruppo e l’ho battezzato Pixar con l’obiettivo di rivoluzionare la grafica d’alta gamma. Ma Pixar aveva una seconda, più grande aspirazione: raccontare storie. Volevamo realizzare il primo film d’animazione in computer-graphic, interamente creato con un computer: set, personaggi, tutto. Dopo dieci anni, ci siamo riusciti. È Toy Story».

VI.
Il ritorno

[Andy Reinhardt per Businessweek, 1998] C’è un sacco di simbolismo nel tuo ritorno in Apple. Basterà questo alone di magia per rilanciarla?

“Ti sbagli. Non è un one-man-show. L’azienda è ripartita da due fatti. Primo, qui ci sono un sacco di persone di talento che da un paio d’anni si sentono dare dei perdenti, tanto che qualcuno iniziava a crederci. Per cui la prima cosa è stata tornare a vincere. E lo si vede dalle reazioni ai nostri prodotti, dalle vendite, dagli utili. La seconda cosa è che Apple ha ricominciato a innovare: l’iMac dimostra che siamo ancora capaci di creare prodotti rivoluzionari”.

[Peter Burrows per Businessweek, 2004] Cosa si può imparare dalle difficoltà a innovare che Apple ha affrontato nel decennio prima del tuo ritorno?

“La gente mi chiede spesso dove Apple abbia sbagliato in quegli anni, ed è facile sparare su alcuni personaggi. Certo, hanno avuto le loro responsabilità. Ma si può fare un’analisi più approfondita. Apple ha avuto il monopolio dell’interfaccia grafica per almeno 10 anni. È un periodo lunghissimo. Come si perde un monopolio? Pensaci. Alcuni progettisti molto bravi inventano un prodotto meraviglioso e l’azienda lo trasforma in monopolio. Dopodiché non sono più i progettisti a guidare l’azienda. È il marketing, oppure chi allarga il giro d’affari all’America Latina o dove vuoi. Perché concentrarsi sul prodotto e migliorarlo quando l’unica azienda a cui puoi togliere quote di mercato sei tu stessa? Allora le gerarchie cambiano. E chi finisce per gestire lo spettacolo? I tizi delle vendite. Un giorno, per un motivo qualsiasi, il monopolio finisce. Ma a quel punto i progettisti migliori se ne sono già andati, o nessuno li ascolta più. Così l’azienda attraversa un periodo complicato e a volte sopravvive, altre no”.

[p.b.] Capita spesso nell’industria?

“Guarda Microsoft. Chi è a capo di Microsoft?”.

[p.b.] Steve Ballmer.

“Esatto, il tizio delle vendite. Questione chiusa. È successo anche a Apple”.

[m.k.] Hai dovuto reinventarla.
 “Quando sono tornato, Apple era confusa. Aveva dimenticato cos’era, perché esisteva. Le radici di Apple erano di costruire computer per le persone, non per le aziende. All’epoca in cui l’abbiamo fondata, era Ibm a fare computer per le aziende. Ora sono Microsoft e Intel. La cosa divertente è che 20 anni dopo siamo allo stesso punto: nessuno fa computer per la gente».

[a.r.] Dopo l’iMac, col suo look irriverente, punterete su qualche prodotto completamente diverso?

“Si parla tanto di palmari e di apparecchi da collegare alla tv. Apple cercherà di fare qualcosa del genere rimanendo se stessa. Ma, grazie a Pixar, ho un po’ di esperienza nel campo dell’entertainment e so che scegli internet quando vuoi accendere il cervello, la tv quando vuoi spegnerlo. Non sono tanto convinto che si integreranno”.

VII.
Il secondo miracolo

[Jeff Woodell per Rolling Stone, 2003] L’industria discografica minacciava di spedire in prigione chiunque scaricasse musica illegale. Ti sembra un approccio intelligente?

“La nostra idea fin dall’inizio è stata che non tutto quell’80 per cento di gente che scaricava musica illegalmente voleva davvero rubarla. Ma il web è irresistibile. Ti dà soddisfazione immediata. Non devi andare fino al negozio; la musica è già digitalizzata e non devi copiarla dal cd. È per questo che una persona è disposta a trasformarsi in ladro pur di farlo. Ma chiedergli di smettere senza dargli una valida alternativa non ha senso. Abbiamo detto: “L’unico modo per convincere la gente a smettere di rubare è offrirle la carota invece del bastone”. E la carota è un’esperienza migliore, a un solo dollaro a canzone. Poi abbiamo spiegato alle case discografiche che scaricare una canzone da Kazaa non è tutto questo spasso. Digiti il titolo di una canzone, ma non ne trovi una, bensì centinaia, su centinaia di computer diversi. Provi a scaricarne una e, magari, dall’altra parte c’è una connessione lenta. Dopo due o tre collegamenti da schifo finalmente hai un brano, ma scopri che mancano quattro secondi perché l’ha convertito un ragazzino di dieci anni. Ora che ottieni quel che volevi passa minimo un quarto d’ora. È vero, qualcuno è disposto a fare comunque tutta la trafila, ma molti altri no”.

[Betsy Morris per Fortune, 2008] L’iPod è stato la svolta.

“Con l’iPod siamo usciti dalla campana di vetro dei sistemi operativi ed è stato grandioso perché ha dimostrato che l’innovazione, l’ingegnerizzazione e il design di Apple contavano davvero. L’iPod ha toccato quote di mercato del 70 per cento. È inutile che ti dica quanto è stato importante dopo tanti anni di fatiche ripagate dal 4-5 per cento del Mac”.

[p.b.] Molti dicono che il rapido sviluppo di tante tecnologie digitali – dai dischi ai chip, fino agli schermi e alle reti – cambierà la natura dell’innovazione. Più che inventare qualcosa da zero, innovare significherà mixare queste risorse in modi nuovi.

“Ma certo, non si inventa mai nulla. Però qual è la tecnologia principale? E quale l’idea del prodotto? Da dove viene? Ti assicuro che il disco da 1,8 pollici non è stato creato per l’iPod, ma non è la tecnologia più importante in un iPod”.

VIII.
Il terzo miracolo

[b.m.] Come è nato l’iPhone?

“Tutti noi avevamo un cellulare. Solo che lo odiavamo, era orribile da usare. Il software era pessimo, ma anche l’hardware non era un granché. Abbiamo chiesto in giro e praticamente chiunque sembrava detestare il proprio cellulare. Eravamo d’accordo che potessero essere più potenti. E molto interessanti da produrre. È un mercato enorme: si vendono un miliardo di cellulari l’anno, il quadruplo dei pc. La sfida era realizzare un telefono di cui potessimo innamorarci. Avevamo la tecnologia. Avevamo la miniaturizzazione dell’iPod. Avevamo il sistema operativo dei Mac. Nessuno aveva mai pensato di mettere sistemi operativi complessi come l’Os X dentro un telefono, quindi era un grande interrogativo. Abbiamo discusso a lungo se ne eravamo in grado o meno. Quando si trattava di decidere, ho detto: “Facciamolo. Proviamoci”. I ragazzi del software dicevano che si poteva fare, perché non lasciarli provare? Ci sono riusciti”.

[b.m.] Però ci sono stati dei problemi, nello sviluppo…

“C’è sempre un momento in cui le cose non funzionano, ed è così facile nasconderselo – convincersi che va tutto bene quando in cuor tuo sai che non è così. Il design esterno dell’iPhone è stato diverso dall’attuale fin quasi al momento in cui non sarebbe più stato possibile cambiarlo. A una delle nostre riunioni del lunedì ho detto: “Non mi piace. Non riesco a convincermi a innamorarmene. E questo è il prodotto più importante che abbiamo mai fatto”. Abbiamo schiacciato il tasto “cancella”. Abbiamo riguardato un’infinità di prototipi realizzati e di idee schizzate. E il risultato è l’iPhone che vedete, che è infinitamente meglio”.

IX.
Il quarto miracolo

[Kara Swisher alla D8 Conference, 2010] Quando avete costruito il sistema operativo multi-touch, non l’avete fatto direttamente per i tablet…

“Invece ho cominciato dal tablet, dall’idea di eliminare la tastiera e scrivere su un display di vetro multi-touch. Ho chiesto ai nostri ingegneri se potevamo creare uno schermo su cui poter
davvero scrivere con le mani, con le dita, e circa sei mesi dopo mi hanno mostrato questo prototipo fantastico. Erano i primi anni 2000. All’epoca stavamo pensando di realizzare un cellulare: ho accantonato il progetto del tablet, perché il telefono era più importante, e ci siamo presi qualche anno per fare l’iPhone. Quando le cose hanno iniziato ad andare per il verso giusto abbiamo ritirato fuori il tablet, recuperato tutto quello che avevamo imparato dal telefono, e ci siamo rimessi all’opera”.

[k.s.] Vorrei farti una domanda a proposito di Flash (che né iPhone né iPad supportano, ndr). Se il mercato dicesse: ‘Ascoltate un po’. È importante per noi far funzionare non solo i video, ma interi siti con Flash’? Se la gente dicesse che l’iPad è difettato per questo motivo?

“Noi cerchiamo solo di fare grandi prodotti per grandi persone, ma abbiamo il coraggio di dire: ‘Non crediamo che questa caratteristica sia fondamentale: la lasciamo fuori’. Magari facendolo andiamo contro gli interessi di qualche azienda, ma siamo pronti a tutto pur di creare il miglior prodotto possibile per i nostri clienti. Se ci riusciamo, compreranno i nostri prodotti.Se non ci riusciamo, no. Per ora non mi sembra che la gente trovi l’iPad tanto difettoso: dal lancio a oggi ne abbiamo venduto uno ogni tre secondi”.

[k.s.] Ci vogliono addirittura tre secondi per venderne uno?

“Allo stato attuale, mi preoccupa solo il fatto che ci vogliano tre secondi per farne uno, sennò li venderemmo più velocemente”.

[k.s.] Ti arrivano notizie su ciò che succede alla Foxconn (la superfabbrica cinese dove si assemblano i prodotti Apple, ndr)?

“Sono profondamente convinto che Apple sia una delle aziende più impegnate, e non solo nel nostro settore, a capire le condizioni di lavoro lungo tutta la catena produttiva. Siamo molto rigorosi. Quindi posso dirti alcune cose che sappiamo, e poi chiudiamo il discorso. La Foxconn non è un carcere. Se la visiti, vedrai che sì, è una fabbrica, ma cavoli, ci sono ristoranti, cinema, ospedali e piscine. Insomma, per essere una fabbrica, è una gran bella fabbrica. Se conti i tentati suicidi, quest’anno sono stati 13 in sei mesi. È uno stabilimento in cui lavorano 400mila persone, quindi possiamo ipotizzare 26 tentativi di suicidio all’anno su un totale di 400mila persone, ovvero 7 su 100mila, comunque meno della media dei suicidi negli Stati Uniti, che è di 11 persone persone su 100mila. Ciò non toglie che sia un dato preoccupante”.

X.
La successione

[Brent Schlender per Fortune, 1998]
Qualche rimpianto, su qualche decisione di lavoro?
“Certo, ci sono un’infinità di cose che vorrei aver fatto in un altro modo. Ma nella vita i rimpianti maggiori sono per quello che non hai fatto. Ciò che rimpiangi davvero è non aver mai invitato a ballare una certa ragazza. Negli affari, se avessi saputo prima quel che so adesso, avrei fatto meglio un sacco di cose, ma alcune probabilmente peggio. Che importa? Conta di più vivere il presente. Ti faccio un esempio. Durante le vacanze ho letto il libro del premio Nobel per la fisica Richard Feynman. Aveva il cancro. A un certo punto racconta una delle ultime operazioni prima di morire. Il medico gli dice: ‘Richard, non so se ce la faremo’. E Feynman si fa promettere che, se diventa chiaro che non si salverà, il medico gli toglierà l’anestesia. Sai perché? ‘Voglio provare come ci si sente a spegnersi’, dice Feynman. È un bel modo di stare nel presente: guardare quel che ti capita nel modo giusto, esserne curioso anche quando è negativo”.

[b.s.] Apple può sopravvivere anche senza Steve Jobs?

“C’è gente davvero in gamba alla Apple. Tim Cook ha fatto cose grandiose come capo della divisione dei Mac. Alcuni pensano: ‘Oh mio Dio, se Jobs finisce sotto un autobus, Apple è rovinata’. Ok, non credo che sarebbe una passeggiata, ma ci sono persone eccezionali. E il consiglio d’amministrazione avrà più di un ottimo candidato tra cui scegliere un nuovo amministratore delegato. Il mio lavoro è rendere tutti i dirigenti abbastanza bravi da potermi succedere, ed è quello che sto cercando di fare”.

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