Cosa sono i “mini daspo” di Salvini e perché se ne parla

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Matteo Salvini (foto: Federico Bernini/Bloomberg)

Il leader della Lega Matteo Salvini ha annunciato nei giorni scorsi la volontà di lanciare su scala nazionale i cosiddetti mini daspo. I provvedimenti, che sono ispirati al divieto per i tifosi violenti di accedere alla manifestazioni sportive, proibiscono ad alcune persone che sono già state denunciate di accedere a determinate aree della città.

I mini daspo, come sono stati ribattezzati dai giornali, sono stati introdotti per la prima volta da Marco Minniti, ministro dell’Interno nel 2017. L’allora ministro pensava che la misura potesse porre un freno al degrado dei grandi centri abitati e ha dato al sindaco e al prefetto il potere di creare zone rosse, off limits per chiunque avesse posto in essere condotte non in linea con l’ordine pubblico o potesse rappresentare un pericolo per la società.

Salvini vorrebbe implementare questa proposta, aggiungendo alle zone rosse anche i presidi sanitari e le aree in cui si svolgono fiere, mercati e spettacoli, ed estendendo il daspo a chi è indagato per reati di terrorismo (oggi vale solo per chi è stato denunciato per spaccio, percosse, rissa, lesioni personali, danneggiamento di beni e commercio abusivo).

Come funzionano i mini daspo

Assicurarsi che una delle persone che rientrano nelle categorie sopracitate non entri in queste aree non è semplice. Contrariamente a quanto avviene negli stadi, è difficile organizzare le risorse in modo da avere un controllo sui transiti che all’interno delle manifestazioni sportive è assolto da metal detector e agenti predisposti al controllo dei documenti d’identità.

Come spiega Il Messaggero, gli agenti possono però chiedere a persone sospette di allontanarsi – nel caso in cui riescano a individuarle – e denunciarle per aver violato il mini daspo.

Cosa dicono i sindaci

L’annuncio di Salvini ha diviso i primi cittadini d’Italia. Alcuni, come il triestino Roberto Dipiazza, il friulano Stefano Balloch e Angelo Rocchi, sindaco di Cologno Monzese, hanno detto di apprezzare molto i mini daspo. “Qualsiasi direttiva mi vede favorevole perché qui bisogna tornare nella legalità, ormai siamo impotenti davanti a posteggiatori, spacciatori!“, ha dichiarato Dipiazza, di Forza Italia, secondo quanto riporta il Corriere della Sera.

Non la pensa allo stesso modo l’ex collega di partito, ora in forza alla Lega, Nicola Ottaviani. “Ma cosa mettiamo? I cartelli con la scritta ‘Vietato spacciare’ all’ingresso dei centri storici?”, ha commentato il sindaco di Frosinone. “Purtroppo, l’individuabilità dei soggetti non è semplice: in queste zone rosse poi cosa facciamo? Andiamo a chiedere in giro il certificato penale a chiunque?”.

Alcuni sindaci temono anche che i mini daspo siano incostituzionali. A questo proposito l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, alla guida di Benevento, ha sottolineato: “Allontanare da una piazza una persona che è stata soltanto denunciata, potrebbe presentare poi un problema di congruità del diritto. Si sa come vanno queste cose: una persona condannata in primo grado, poi magari finisce assolto in Cassazione e i comuni si troverebbero poi invischiati in mille controversie e mille ricorsi”.

Le città che li usano già

I mini daspo sono già utilizzati in alcuni città italiane. Una di quelle che ne ha fatto più ricorso è stata Verona dove nel giro di due settimane, nell’estate 2018, sono stati imposti mini daspo a 52 persone.

Al provvedimento ha fatto ampio ricorso anche Bologna. Inizialmente il divieto era circoscritto alla Montagnola, ma con l’ultima giunta di Virginio Merola, è stato esteso all’area universitaria. Più sporadico si è dimostrato invece l’utilizzo a Milano, Verona e Roma.

A Firenze, invece, è appena cominciata una sperimentazione di tre mesi. Tra le zone off limits ci sono, tra l’altro, la Fortezza da Basso, il Parco delle Cascine, Borgo San Lorenzo e piazza del Mercato centrale.

 

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