Proxima b, l’esopianeta più vicino a noi, potrebbe essere abitabile

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proxima b
(Foto: Jack O’Malley-James/Cornell University)

Proxima b, il pianeta roccioso che orbita intorno alla stella più vicina al nostro Sole, Proxima Centauri, potrebbe essere potenzialmente abitabile. A riferirlo è un nuovo studio appena pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society dai ricercatori della Cornell University, secondo cui il pianeta roccioso potrebbe avere le condizioni adatte per ospitare la vita: la quantità di raggi ultravioletti ai quali è esposto, infatti, sembrerebbe essere inferiore a quella ricevuta dalla Terra circa 4 miliardi di anni fa, proprio quando sul nostro pianeta cominciarono a evolversi le prime forme di vita.

Fin dalla sua scoperta avvenuta nel 2016, Proxima b è stato un esopianeta considerato dalla comunità scientifica degno di nota: non solo perché la sua massa è molto simile a quella del nostro pianeta, ma anche per la sua temperatura che lo renderebbe potenzialmente candidato a ospitare acqua allo stato liquido sulla sua superficie. Come vi avevamo raccontato, infatti, uno studio pubblicato su Nature aveva dimostrato come il pianeta fosse distante circa 7,5 milioni di chilometri dalla sua stella (la Terra, ricordiamo, dista circa 150milioni di chilometri dal Sole) e che il suo periodo orbitale permettesse al pianeta di posizionarsi nella cosiddetta zona temperata, ovvero, che almeno teoricamente, potrebbe ospitare acqua liquida in superficie.

E ora la nuova ricerca statunitense sembrerebbe avvalorare ulteriormente questa ipotesi. Servendosi di simulazioni al computer, il team di ricercatori, coordinato da Lisa Kaltenegger e Jack O’Malley-James è riuscito a ricostruire il bombardamento di raggi Uv che arriverebbe su Proxima b ( ma anche su altri esopianeti vicini e considerati potenzialmente abitabili, come quelle del sistema Trappist-1, Ross-128b e Lhs 1140b) dimostrando che il pianeta riceve una radiazione di circa 250 volte maggiore di quella della Terra. Una quantità, dicono i ricercatori, considerata fatale e sfavorevole per lo sviluppo della vita. “Si tratta di pianeti che orbitano intorno alle cosiddette nane rosse, le più diffuse dell’Universo”, spiegano i ricercatori. “Queste stelle bombardano molto spesso i pianeti vicini con raggi Uv ad alta energia, molto più di quanto non faccia il nostro Sole con la Terra”.

In che modo, quindi, ci potrebbe essere vita in condizioni così estreme? Per capirlo, i ricercatori hanno simulato diverse composizioni atmosferiche, da quelle simili al nostro pianeta, fino a atmosfere anossiche o prive di ozono, che non riescono perciò a bloccare le radiazioni ultraviolette. Confrontando, poi, i risultati con i dati relativi alle condizioni della Terra primordiale, ovvero quando l’atmosfera era priva di ossigeno e ozono ed esposta quindi alle radiazioni ultraviolette, i ricercatori hanno dimostrato che sebbene queste radiazioni siano molto elevate, sono comunque inferiori a quelle ricevute dalla Terra circa 4 miliardi di anni fa. E non comportano perciò una limitazione per l’abitabilità di un pianeta. “Dato che la Terra primitiva era abitata”, concludono i ricercatori, “in questo studio abbiamo dimostrato che i raggi UV non dovrebbero essere un fattore limitante per l’abitabilità dei pianeti orbitanti attorno alle stelle, come le nane rosse. I nostri mondi vicini sono obiettivi sempre più intriganti per la ricerca di vita oltre il nostro Sistema solare”.

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