Con Massimo Bordin se n’è andato un pezzo di storia italiana

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Massimo Bordin (foto: Ireneo Alessi, International Journalism Festival 2018 / CC)

È morto poco fa a Roma Massimo Bordin, è davvero con immenso dolore che diamo questa comunicazione, che non avremmo mai voluto dare”. L’annuncio è arrivato in diretta dalle frequenze di Radio Radicale, l’emittente alla quale il giornalista e storico conduttore della rassegna stampa mattutina Stampa e Regime aveva dedicato gran parte della sua vita.

Amico e compagno di avventure di Marco Pannella, Bordin aveva 67 anni e da tempo era affetto da una malattia ai polmoni che tuttavia non gli aveva impedito di restare alla conduzione della sua creatura radiofonica – considerata da addetti ai lavori e non solo tra i migliori spazi di approfondimento politico del panorama giornalistico italiano – fino al 2 aprile di quest’anno.

La sua voce, inconfondibilmente roca e accompagnata dagli immancabili colpi di tosse ormai entrati nell’immaginario collettivo, ha preso per mano almeno due generazioni di radioascoltatori, guidandole attraverso un mondo che nel suo periodo di conduzione ha attraversato, tra le altre cose, gli stravolgimenti di Tangentopoli, la fine della Prima Repubblica, gli alti e i bassi del berlusconismo, gli orrori dell’11 settembre 2001 e tutta l’epopea della Lega Nord, da Bossi a Salvini.

E mentre il mondo cambiava, Bordin restava lì, voce di un popolo silenzioso che ogni mattina si svegliava con un certo amore (corrisposto) per la complessità, la vera parola d’ordine alla base dell’intera carriera di Bordin e dell’esperienza di Radio Radicale, l’emittente che Anna Momigliano su Rivista Studio definisce oggi “dei secchioni, dei liberali, degli habitué della rassegna stampa. Ma anche la radio dei matti, dei mangiapreti, dei bastian contrari, degli esterofili, dell’élite che alla democrazia diretta preferisce la democrazia indiretta”.

In una trasmissione andata in onda martedì, la collega Roberta Jannuzzi – che lo ha sostituito negli ultimi giorni alla conduzione di Stampa e Regime – si era riferita all’assenza di Bordin lasciando trapelare la sua volontà di mantenere il “massimo riserbo per sua esplicita richiesta”.

È morto come è vissuto. Con generosità e libertà, risparmiando agli amici e a chi lo amava il dolore del suo doloreha dichiarato Marco Taradash, collega e compagno di militanza di lungo corso di Bordin, che nel fine settimana lo sostituiva nella rassegna stampa, “Massimo Bordin è stato un punto di riferimento necessario nei giorni e nelle notti di Radio Radicale e della storia politica italiana. Lo resterà ogni giorno che viene”, ha scritto Taradash.

Tanti sono le dediche commosse dei colleghi comparse immediatamente sui social network, tra cui quello di Roberto Saviano (“Il debito di riconoscenza che ho verso Massimo Bordin non è quantificabile”) e della giornalista di Rai3 Eva Giovannini, che lo ricorda attraverso la sua caratteristica più riconoscibile: “Quanti risvegli tra il caffè, i tuoi colpi di tosse, il tuo sguardo sulle notizie e la tua voce che rassicurava anche le mattine più cupe. Un abbraccio ovunque tu sia, Massimo Bordin, e viva, sempre Radio Radicale”.

Direttore di Radio Radicale per 19 anni, nel bel mezzo dei quali Massimo Bordin aveva lasciato l’incarico in aperta polemica con Pannella, nel 2010 – Pannella era tra le altre cose editore dell’emittente – dopo un litigio avvenuto in diretta, nel corso di una delle lunghissime, iconiche conversazioni domenicali tra i due. Dal 2012 teneva una rubrica sul quotidiano Il Foglio intitolata Bordin Line, e negli ultimi giorni era diventato uno dei principali alfieri in difesa di Radio Radicale, condannata alla chiusura dopo i tagli ai fondi per l’editoria annunciati dal ministro del Movimento 5 stelle Vito Crimi.

In suo onore Radio Radicale ha trasmesso le note del Requiem di Mozart, la sigla che ogni mattina introduceva la voce del giornalista, diventata un appuntamento fisso per molti.

 

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