Fosse/Verdon, una coppia problematica nell’epoca d’oro dei musical

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Non bisogna per forza essere degli appassionati della storia di Broadway per godersi Fosse/Verdon, la miniserie che debutta il 18 aprile su Fox Life, ma certo aiuta avere una qualche idea dell’aura mitica che circonda i suoi protagonisti. Gli otto episodi, infatti, vedono Sam Rockwell e Michelle Williams nei panni rispettivamente di Bob Fosse, uno dei più grandi coreografi e registi di tutti i tempi (è finora l’unico nella storia ad aver vinto Oscar, Emmy e Tony nello stesso anno), e la moglie Gwen Verdon, considerata come la migliore attrice e ballerina dell’epoca d’oro di Broadway, fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Le dinamiche fra i due, fatte di grande alchimia ma anche di accesi contrasti, danno vita a un racconto discontinuo eppure molto affascinante.

Fosse e Verdon si conoscono nella metà degli anni Cinquanta quando il coreografo emergente scopre un’intesa travolgente con la ballerina che è già una star del palcoscenico. L’unione fra i due, veicolata dalla coreografia per il musical Damn Yankees che per molti ha segnato la rivoluzione per la danza americana, li proietta ancora più nella fama. Agli inizi degli anni Settanta, però, le cose sembrano complicarsi quando il film tratto dal musical Sweet Charity, diretto da Fosse, è un flop colossale e Verdon è costretta a usare tutta la sua pazienza e il suo sostegno per aiutare il marito. Gli equilibri cambiano ancora con il film tratto da Cabaret, un successo strabiliante per Fosse, che arriva dopo le sue continue infedeltà e di fronte al fatto che, ormai una donna di mezz’età, Verdon trova a fatica nuovi ruoli.

Come in un gioco delle parti che si ribaltano continuamente, questa non è solo la storia di un’era entusiasmante per il mondo dello spettacolo americano (noi italiani, meno avvezzi ai musical e ai film musicali forse fatichiamo a comprenderne fino in fondo la rilevanza) ma anche il ritratto di un matrimonio che vede i due coniugi non solo nell’irrimediabile necessità l’uno dell’altro ma che protagonisti di una competizione continua e snervante, che travalica i banali adulteri o le ripicche matrimoniali e diventa una specie di sublimazione dei ruoli artistici e di genere (Verdon, vera componente creativa della coppia, contribuì in modo fondamentale a molte delle coreografie del marito anche se storicamente non gliene fu accreditata quasi nessuna, e forse anche questa serie avrebbe dovuto dare credito più a lei che al marito).

In effetti, soprattutto nei primi episodi, vediamo Rockwell dipingere Fosse come un uomo travagliato dal punto di vista psicologico, dipendente da svariate sostanze, manipolatore con le donne più di quanto non riesca invece ad avere successo con produttori e agenti. D’altra parte è Verdon, una Williams ancora più virtuosistica del solito, che in qualche modo sacrifica sé stessa per sostenere il marito e sopporta anche ambiguamente i suoi comportamenti scostanti. Ma quella che sembra la classica vicenda dell’uomo accentratore che oscura la moglie invece genuinamente brillante si ribalta presto nuovamente: con il procedere delle puntate capiamo che anche in Verdon c’è un seme di squilibrio, spietatezza e arrivismo che non ne fanno per forza l’eroina angelicata e sofferente che ci immaginiamo all’inizio (l’episodio legato a Chicago è significativo).

Infatti la chiave di lettura di un prodotto come Fosse/Verdon è perlomeno duplice: da una parte abbiamo questa costruzione super estetizzata e glamour del mondo dello spettacolo, resa con grande mimesi anche nei movimenti artistici più complessi; dall’altra un’immersione psicologica senza sconti, che fa del rovesciamento delle aspettative un’arma affilatissima e frustrante. Rockwell e Williams sono in questo di grande effetto, alternando fragilità liquide e asprezze rocciose, aprendo e chiudendo l’interruttore dell’empatia con abilità magistrale. La sintonia fra i due è palpabile tanto quanto feroci sono i loro scontri, consumati anche nella vita privata come due attori su una scena.

fosse/verdon

Ma tutto questo materiale narrativo e attoriale sicuramente intrigante sconta una costruzione cronologica confusionaria a dir poco, data dalla stratificazione di flashback incastrati gli uni dentro gli altri e marcati da indicazioni temporali ogni volta diverse (“263 giorni dal primo Tony di Gwen Verdon” ad esempio), che disorientano appunto il pubblico meno informato. E anche il passato doloroso dei due, fondamentale per capire le fragilità di adulti, è impastato nella storia in quelle che sembrano allucinazioni estemporanee.

Insomma Fosse/Verdon è lontano dalla perfezione e può sembrare una serie fin troppo calcolata per avere un cuore pulsante, ma riesce comunque a scaldare con il fascino di un’arte e di alcuni artisti che ci sembrano per sempre perduti ma il cui disagio riecheggia fino a noi, a partire dalle dinamiche di coppia e di genere.

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