Il ragazzo che diventerà re, ovvero re Artù ai tempi della Brexit

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Era inevitabile che lo stato di incertezza economica, sociale e politica in cui versa il Regno Unito si riversasse in qualche maniera nel cinema. Come sempre il cinema d’autore affronta i temi in maniera aperta mentre è quello pop a saperli prendere di riflesso, quello insomma che di certo non si mette a parlare di Brexit ma che ne riflette il mood. Così è in una Londra per nulla piacevole e presentata come ormai nel caos più totale e priva di guida che arriva Excalibur a investire un nuovo Artù: “Si narra che un dì l’Inghilterra morì/di audaci cavalier/il buon re morì senza eredi e così/agognaron tutti al poter/Soltanto un prodigio poté salvar/il regno da guerre e distruzion/una spada nella roccia che un bel dì/laggiù comparì”.

È quello che vediamo all’inizio di Il ragazzo che diventerà re nelle prime pagine dei giornali inquadrati nello sfondo e quello che dicono i telegiornali: il Paese è nel caos. Il cinema allora immagina una soluzione fantastica a questo impasse, una che ovviamente viene dalla tradizione, il ritorno di un condottiero mitologico che potrà risolvere tutto. Lo dicevano Gli Incredibili 2 con stupefacente pregnanza: il risorgimento del cinema fantastico dei nostri anni, con grande predilezione per l’eroismo, è la sublimazione di una fantasia che più che escapista è di delega, guardare qualcuno di estremamente potete, abile ed eroico fare tutto il lavoro per noi. Negli anni della morte dell’attivismo, l’eroismo riflette il desiderio di delegare ad altri la risoluzione dei problemi maggiori.

Così sarà un bambino di 12 anni bullizzato a scuola che, proprio fuggendo dai bulli, finisce in un cantiere nel quale vede la spada in un pilone di cemento armato e la estrae senza fatica. Da lì inizia un percorso fatto di ritorni merlineschi, cavalieri della morte che escono dal terreno e un lungo viaggio per evitare il ritorno di Morgana fatto assieme ad improvvisati cavalieri del tavolino da salotto rotondo. Joe Cornish, che già aveva girato un ottimo film d’avventura con preadolescenti (Attack the Block), qui replica il format trovando nell’attualizzazione di Artù tantissime idee e dinamiche tra il divertente e il suggestivo. Almeno nella prima parte.

Infatti dopo un inizio animato (bellissimo) e un’introduzione di personaggi e intreccio impeccabili, il film si perde, incapace di tenere il suo tono perfetto tra ironia e vera avventura anche quando è il momento di tirare la trama, far correre gli eventi e far scontrare i protagonisti. Finisce in una piccola mascherata e soprattutto ha un doppio finale che non gli giova, anzi! Il fatto che sembri finito e poi invece si scopra che non lo è, che c’è ancora da fare, fornisce l’impressione che questo film abbia il sequel incorporato (il secondo finale è più in grande stile, con più personaggi e minacce maggiori).

Oltre a questo dispiace vedere che i meccanismi di attualizzazione latitano. Harry Potter ha mostrato a tutti che la magia, oggi, è la tecnologia e quando il cinema o la letteratura la raccontano, questa funziona a patto di avere una parentela con quel che la tecnologia fa nella nostra vita (le foto animate, le mappe con cui interagire…). In Il ragazzo che diventerà re c’è un lavoro molto scarso in questo senso e il risultato è che il film dà un’impressione un po’ raffazzonata. La spada Excalibur pulsa di luce blu all’avvicinarsi della minaccia come un device moderno dotato di un piccolo led al centro dell’elsa che pare avere un sensore di prossimità per segnalare al possessore il cambio di status, non diversamente dagli smartphone. I cavalieri infuocati/demoniaci emergono dal sottosuolo di notte quando il resto dell’umanità scompare per lasciare campo libero ai protagonisti, come in un videogioco (accadeva in Simon’s Quest ma la differenza tra giorno e notte nella composizione dello scenario e la trasformazione di NPC in nemici è un classico), un meccanismo di gioco che viene ben adattato al mondo delle magie. Sono questi gli unici due veri indizi di modernizzazione del ciclo arturiano. Un po’ poco.

Il ragazzo che diventerà re per il resto fa il contrario, cerca di trasportare con fedeltà le dinamiche arturiane nell’Inghilterra di oggi, retrodatando meccanismi moderni invece che modernizzando il mito, introducendo cioè cavalli e armature in una specie di scuola/fortezza, invece che trasformandoli (per fare un esempio banale) in automobili e divise. In linea con il pensiero di trovare una risposta tradizionale a problemi di attualità, vuole trasportare il passato nel presente e non trovarne gli equivalenti moderni. È un livello di lettura in meno per un film che avrebbe avuto bisogno anche di quello, del fascino di un adattamento più complicato e unico.

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