Cosa dice il rapporto Mueller sul Russiagate

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Il rapporto Mueller (foto: Eva HAMBACH / AFP)

Il procuratore speciale Robert Mueller e il team di esperti che per due anni hanno indagato sul Russiagate, ovvero sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, sono arrivati alla conclusione che Donald Trump è diventato presidente grazie all’aiuto di Mosca e ha cercato di ostacolare la ricerca della verità in almeno undici occasioni.

Mueller ha concluso le indagini diversi giorni fa ma i risultati sullo scandalo che per gli ultimi due anni ha scosso la politica e l’opinione pubblica americana sono stati resi noti solo il 18 aprile, dopo la diffusione del cosiddetto rapporto Mueller. Il fascicolo è stato messo a disposizione dalla Casa Bianca su richiesta dei democratici. Diversi esponenti del partito dell’asino avevano infatti preteso di leggere le 448 pagine del documento per valutare un eventuale impeachment.

Prima di ieri, solo una persona aveva letto il fascicolo per intero: il procuratore generale William Barr. Il politico del partito conservatore aveva ricevuto il rapporto da Mueller e lo aveva sintetizzato in una lettera di quattro pagine che aveva poi inviato al Congresso. Nel testo, Barr spiegava che la Russia aveva effettivamente interferito con le presidenziali, ma non faceva nessun riferimento agli undici tentativi di The Donald di bloccare le indagini.

Cosa dicono le nuove carte

Il rapporto Mueller è composto da 448 pagine, divise in tre volumi. Non è possibile leggere il documento per intero: alcuni nomi e frasi sono infatti stati coperti con delle pecette per tutelare la segretezza di indagini ancora in corso e la privacy di alcune persone che sono coinvolte nell’indagine solo marginalmente. Altre informazioni ancora sono state cancellate per motivi costituzionali: tutto ciò che è stato ottenuto tramite un gran giurì non può, per legge, essere diffuso.

In generale, il procuratore speciale afferma che la Russia ha interferito con le elezioni presidenziali in modo sistematico e volontario; che Donald Trump e persone a lui vicine hanno incontrato spesso funzionari russi – ma questo non è sufficiente a dimostrare una collusione – e che il presidente ha cercato di bloccare le indagini in almeno undici occasioni.

Nel fascicolo Mueller spiega che i servizi russi hanno condizionato la scelta degli elettori americani diffondendo sul web in modo “radicale e sistematico” notizie false su Hillary Clinton, candidata democratica alle presidenziali del 2016. L’ex first lady sarebbe stata danneggiata anche da frequenti attacchi informatici, di natura illecita, volti ad ottenere documenti ed email che sono poi stati diffusi dalla piattaforma WikiLeaks.

La seconda accusa riguarda i contatti tra il governo russo e il comitato Trump. A questo proposito, il super procuratore sottolinea che ci sono stati e sono stati anche “numerosi”. Tuttavia, questo mutuo scambio di favori non è abbastanza, sul piano giurisprudenziale, per parlare di una “cospirazione”. Non ci sono, infatti, prove a sufficienza che dimostrino che le due parti si siano messe d’accordo per ottenere il reciproco vantaggio, violando la legge.

L’ultimo punto riguarda l’ipotesi che il presidente Trump abbia ostruito la giustizia. Secondo Mueller e il team di esperti che hanno lavorato al suo fianco, The Donald ha cercato di ostacolare le indagini sul Russiagate in almeno undici occasioni. Di alcuni tentativi, la stampa aveva già parlato. Una tra tutte, la richiesta di Trump all’allora capo dell’Fbi James Comey di chiudere l’indagine su Michael Flynn, l’ex consigliere per la sicurezza che aveva mentito al Congresso sui suoi rapporti con la Russia, e la decisione di licenziarlo.

Mueller però ne ha citati molti altri. Il 17 giugno del 2017, per esempio, Trump telefonò a casa all’avvocato della Casa Bianca Don McGahn e gli ordinò di fare in modo che Mueller stesso venisse licenziato. McGahn però si rifiutò di farlo. Qualche giorno dopo, l’8 luglio, il presidente diffuse un comunicato pieno di informazioni false in risposta nel tentativo di smentire un incontro tra suo figlio e un avvocata russa che aveva materiale compromettente su Hillary Clinton. The Donald convinse anche Sarah Sanders, portavoce della Casa Bianca, a diffondere un comunicato – falso – in cui si diceva che Comey era stato licenziato perché tanti si erano lamentati di lui.

Trump rischia l’impeachment?

Mueller scrive nel fascicolo che lui e la sua squadra sapevano sin dall’inizio che l’indagine non avrebbe portato ad un’incriminazione nei confronti del presidente. Secondo il procuratore, questo avrebbe infatti comportato una violazione del principio di separazione dei poteri per cui il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario devono essere esercitati da organi differenti in condizioni di parità ed autonomia. Ciò nonostante, aggiunge, l’inchiesta è andati avanti perché c’era un “forte interesse pubblico” a che si conoscesse la verità.

Mueller conclude il rapporto scrivendo che “sulla base dei fatti e delle leggi” non è possibile affermare che il presidente non abbia ostacolato la giustizia. “Di conseguenza, per quanto questo rapporto non concluda che il presidente ha commesso un reato, non lo esonera nemmeno”. E aggiunge che solo il Congresso può chiedere conto delle azioni del presidente “sulla base del principio che nessuno è al di sopra della legge” con l’obiettivo di “impedire a un presidente l’uso corrotto del suo potere”.

Al momento, non è quindi possibile escludere l’impeachment. Tuttavia, è difficile che Trump venga incriminato e decada dalla carica. Affinché ciò sia possibile, il Senato, che è composto soprattutto da rappresentati repubblicani, dovrebbe approvare il provvedimento con la maggioranza dei 2/3. Secondo gli analisti, bisognerebbe inoltre capire se il fatto che Trump abbia cercato di ostacolare le indagini e di nascondere la verità sul Russiagate, senza riuscirci, equivalga comunque al reato di ostruzione della giustizia.

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