Il rapporto Mueller prova che gli hacker russi sono un problema, non un meme

0
85
Questo post è stato pubblicato da this site
(foto: MIKHAIL KLIMENTYEV/AFP/Getty Images)

Nella serata italiana del 18 aprile è infine arrivato il faldone di 400 pagine del rapporto redatto dal procuratore speciale Robert Mueller, che ha indagato sul Russiagate – l’inchiesta giudiziaria nata negli Stati Uniti per le sospette intromissioni di organi russi nella campagna presidenziale del 2016 – e il possibile ruolo avuto dal presidente Donald Trump nell’ostacolare il corso della giustizia in seguito.

Trump non risulta formalmente incriminato di un reato, dato che gli inquirenti coinvolti nella stesura del documento sapevano fin dall’inizio che non avrebbero potuto mettere sotto accusa il presidente – per motivi di aderenza alla Costituzione – ma ci sono svariati passaggi che evidenziano la gravità di quanto successo ai piani alti dell’establishment americano negli ultimi anni. A partire da poche parole: “in sweeping and systematic fashion” (in modo radicale e sistematico): in questa definizione eloquente, secondo Mueller e il suo team, risiede il livello di infiltrazione del governo russo nella corsa alla Casa Bianca di tre anni fa.

I russi, nel concreto, si sono fatti strada nei server della campagna democratica di Hillary Clinton, con lo scopo di rubare email e documenti da diffondere grazie all’utile apporto di WikiLeaks, l’organizzazione di Julian Assange.

In quattro centinaia di pagine di un report che a tratti assume i contorni del grottesco, c’è anche spazio per le coincidenze temporali: il 27 luglio 2016 Trump, ebbro di folla a uno dei suoi comizi, diceva testualmente: “Russia, se sei in ascolto, spero riuscirai a trovare le email di Hillary” (era già noto alla stampa che la Clinton si era servita di account di posta elettronica non sicuri, durante il suo periodo da segretario di stato, e WikiLeaks aveva appena diffuso i primi documenti segreti); appena cinque ore dopo, ha scoperto Robert Mueller, i servizi segreti di Vladimir Putin del Direttorato principale per l’informazione attaccavano per la prima volta gli uffici clintoniani. Lo stesso giorno. E non solo: qualche giorno prima, durante un viaggio verso l’aeroporto con Richard ‘Rick’ Gates (socio d’affari di Paul Manafort, ex capo della campagna Trump), il biondo miliardario newyorkese aveva detto al suo collaboratore di sapere che “sarebbero arrivate rivelazioni di altro materiale compromettente”, si legge nell’inchiesta, al punto che quell’estate “la campagna Trump stava organizzando una strategia di comunicazione basata sulla possibile diffusione di email della Clinton a opera di WikiLeaks”.

In tutto, Mueller ha trovato prove di 14 reati su cui indagare (12 dei quali rimangono secretati, per non mettere i bastoni fra le ruote alle indagini in corso), passando de facto la palla al Congresso americano ed evidenziando oltre ogni dubbio i tentativi di Trump di ostacolare la giustizia (d’altronde lo stesso ha reagito alla nomina di Mueller a procuratore speciale con un “È terribile, questa è la fine della mia presidenza, sono fottuto”, dicono le carte) provando a far mentire ripetutamente per lui il suo entourage (che spesso si è rifiutato di farlo). In due parole: stando alle evidenze presentate da Mueller, la Russia ha certamente agito per destabilizzare la politica americana nel 2016.

Torna allora in mente quel folto sottobosco di commentatori, politici, giornalisti e agitprop, posizionati a destra come a sinistra, che per anni – più o meno da quel periodo – hanno reso l’espressione hacker russi una macchietta, un fantoccio parodistico da esibire ogniqualvolta qualche mainstream liberal insisteva sulla gravità e il pericolo delle incursioni putiniane in occidente. Il canovaccio era grosso modo sempre lo stesso: si prende(va) il monito (talvolta proveniente da pulpiti non immacolati, certo: ma conta il predicatore o la preghiera?) su fake news e hacker russi e lo si rappresenta come una barzelletta ad usum di bolsi liberali all’acqua di rose, alternativamente troppo stupidi per capire la società connessa o troppo in malafede per guardare ai limiti dei governi in carica. Così, in queste rappresentazioni – che col passare del tempo hanno colonizzato uno spettro politico bipartisan, per l’appunto – l’interesse russo e le sue strategie diventavano nient’altro che un al lupo al lupo da additare e deridere, un divertentissimo meme sui moderati in cerca di un capro espiatorio.

Ebbene, le 400 pagine di Robert Mueller ci hanno rivelato tante cose, alcune imbarazzanti, altre oltraggiose, quasi tutte preoccupanti per la tenuta democratica: tra le altre, che gli hacker russi sono una realtà operativa, non un meme su cui darsi di gomito per sottolineare – con opportuno benaltrismo – contraddizioni in seno ai sistemi politici occidentali.

Senza arrivare al gergo politico dell’idiozia utile, bisognerebbe chiedersi chi e cosa si può avvantaggiare di un atteggiamento così fine a sé stesso, e in ultima analisi miope. Prendete WikiLeaks e Julian Assange, i due grandi protagonisti della contro-informazione dell’ultimo decennio, celebrati come eroi capaci di squarciare il velo di Maya delle ipocrisie liberal: tra le pagine del rapporto si legge che il 6 luglio 2016 WikiLeaks contattava su Twitter l’hacker dei servizi segreti militari russi Guccifer 2.0. A fine mese ci sarebbe stata la convention democratica di Philadelphia, per scegliere chi avrebbe rappresentato i Dem a novembre tra Hillary Clinton e Bernie Sanders: “Se hai qualcosa che riguarda Hillary lo vogliamo nei prossimi due giorni, preferibilmente, perché la convention si avvicina, e lei dopo quella si aggiudicherà i supporter di Bernie [Sanders]”, scriveva l’organizzazione di Assange a Guccifer 2.0, aggiungendo: “Crediamo che Trump abbia solo il 25% di possibilità di vincere su Hillary, per cui la prospettiva di un conflitto tra Bernie e Hillary è interessante”.

 

The post Il rapporto Mueller prova che gli hacker russi sono un problema, non un meme appeared first on Wired.