Come si ricostruisce una guglia come quella di Notre Dame

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(foto: Geoffrey Van Der Hasselt/ Getty Images)

Lo skyline di Parigi non è più lo stesso. La Flèche, la guglia che svettava dal tetto di Notre Dame, non c’è più. Distrutta – abbiamo tutti le immagini impresse nella memoria – dall’incendio che ha devastato la cattedrale lo scorso 15 aprile. Una ferita nel cuore dei parigini, dei francesi e degli europei tutti, certo, ma una ferita che può e deve essere risanata in fretta. Lo dicono le autorità francesi, dal presidente Emmanuel Macron, che pronostica (forse con un po’ troppo ottimismo) un restauro lampo in 5 anni, al primo ministro Édouard Philippe, che annuncia un imminente concorso internazionale per architetti per la ricostruzione proprio della Flèche. I termini del bando non sono ancora noti: per cosa opterà la Francia? Per una ricostruzione conservativa di un simbolo o per un nuovo, moderno, progetto? E come si fa a far rinascere la Flèche? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Caperna, docente del dipartimento di Storia, disegno e restauro presso l’università Sapienza di Roma.

“La ricostruzione della guglia di Notre Dame è una questione complessa perché implica più livelli concettuali. A differenza del tetto e delle volte della cattedrale, il cui ripristino porrà in prevalenza problemi tecnici, la Flèche si manifesta come una questione affrontabile con varie opzioni di ordine figurativo, spiega Caperna. “È inoltre un vero e proprio simbolo, un segno verticale nella città che milioni di persone hanno ammirato e il fatto di averla persa pone un problema architettonico di notevole rilevanza urbana”.

La presenza di un elemento che dal tetto di Notre Dame si slanciasse verso l’alto nel cielo di Parigi, in pieno stile gotico, è attestata sin dal 1250. La guglia originaria, che aveva la funzione di terzo campanile della cattedrale, venne demolita tra il 1786 e il 1792 per poi essere di nuovo innalzata a partire dal 1860, sul progetto di Eugène Viollet-le-Duc che si ispirò alla freccia della cattedrale di Orleans.

La guglia Flèche andata distrutta pochi giorni fa, dunque, era un artefatto ottocentesco in stile neogotico: 93 metri da terra, con un’anima di 500 tonnellate di legno e 250 tonnellate di piombo.

“Una struttura davvero pregevole, realizzata ad arte con le tecniche e i materiali del tempo”, commenta Caperna. “Slanciata, leggera ma in grado di sorreggere anche gli abbellimenti delle 16 statue di rame sbalzato, che per fortuna si sono salvate dall’incendio e che, quasi sicuramente, verranno ricollocate nel progetto della nuova guglia”.

Perché – è palese – nel caso della Flèche non si può parlare di restauro: non c’è quasi più nulla da recuperare. C’è solo da ricostruire e bisogna stabilire quando e come procedere.

La prima questione da affrontare è valutare le condizioni di Notre Dame. “Giusto pensare alla ricostruzione della guglia, ma sono innanzitutto necessarie verifiche sulla stabilità dell’edificio gotico”, precisa Caperna. La priorità secondo l’esperto è controllare i contrafforti esterni, altrimenti ci saranno sicuramente dei crolli. Bisognerà poi verificare se la grande quantità d’acqua apportata per lo spegnimento dell’incendio ha prodotto altri problemi, e fare in modo che tutta quell’acqua venga eliminata nella maniera più opportuna. “I timpani del transetto, ossia la parte sommitale dei prospetti, essendo ora privi del tetto retrostante ed ergendosi liberi, vanno al più presto assicurati per evitare il loro ribaltamento, che potrebbe innescarsi anche solo per la spinta del vento”, aggiunge Caperna. “Vanno quindi messe in atto misure provvisionali per assicurare la struttura e realizzato un tetto provvisorio per proteggere la cattedrale e i suoi apparati interni dalla pioggia”.

Tutto questo lavoro (e probabilmente anche altro che emergerà solo dopo i rilievi) richiederà almeno un paio di anni. “La questione della guglia, almeno sul piano delle scelte da prendere, potrà essere affrontata a partire da allora, se non più avanti”.



Premesso questo, dal punto di vista figurativo “non ci sono reali vincoli, dei parametri oggettivi che facciano propendere per la riproposizione – nelle forme e /o nei materiali – della guglia ottocentesca o per un progetto moderno in grado di integrarsi con l’architettura della cattedrale”, chiarisce Caperna. È una scelta, che potremmo definire critica.

“La tendenza prevalente per il restauro in Francia è la riproduzione, cioè la riproposizione fedele degli elementi che il tempo e gli eventi hanno danneggiato o fatto perdere. Non sorprenderebbe se anche questa volta si procedesse in tal senso”, commenta Caperna. Qualora si optasse proprio per il ripristino della guglia ottocentesca, la documentazione tecnica sarà fondamentale: disegni e relazioni del progetto originario, ma anche fotografie, grafici di rilievo, eventuali ricostruzioni 3D e analisi dei materiali svolti durante precedenti accertamenti serviranno per rimettere in piedi una Flèche uguale, per quanto possibile, a quella che tutti ricordiamo. E qualcuno dice che persino il videogioco Assassin’s Creed Unity possa contribuire alla ricostruzione.

“Anche intraprendendo la strada della riproduzione, comunque, si potrebbe scegliere di non rimanere fedeli in tutto e per tutto all’originale dell’Ottocento: si potrebbe optare per il mantenimento delle forme, ma con l’utilizzo di materiali diversi, più moderni, magari più efficienti dal punto di vista tecnico come il legno lamellare, oppure ignifughi o progettati per durare più a lungo”, aggiunge Caperna. “Tutto dipenderà da quanto verrà stabilito per la ricostruzione del tetto, dalla quale la struttura della guglia non potrà prescindere”.

Notre Dame
(Disegno della guglia di Viollet-le-Duc tratto dal suo Dictionnaire raisonné de l’architecture du XIe au XVIe siècle, 1856)

L’annuncio del concorso internazionale per architetti, però, rimescola le carte. “L’idea di un bando per la ricostruzione della Flèche è interessante e apre a alternative di progetto che lascino rispecchiare la contemporaneità in un contesto di architettura plurisecolare”, conclude Caperna. “A mio avviso il piano di una replica della guglia ottocentesca non è convincente perché sembrerebbe voler cancellare le tracce di un evento traumatico, che per la sua violenza e nonostante la sua rapidità ha lasciato il segno nelle persone. Relegarlo alle memorie della cronaca non la riterrei una scelta adeguata. Una ricostruzione fedele, infine, significherebbe rinunciare alla possibilità di integrare il presente con il passato”.

Rinnegando un’indiscutibile evidenza: è il tempo il vero architetto di Notre Dame.

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