5 motivi per recuperare Fleabag

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Fresca del clamoroso successo riscosso dalla serie Killing Eve ai premi britannici della televisione Bafta, l’attrice, produttrice e sceneggiatrice Phoebe Waller-Bridge è per molti l’autrice donna più talentuosa del panorama seriale del momento. Sua anche Fleabag, serie tv che ha debuttato nel 2016 su Bbc Three e che torna su Amazon Prime Video con la seconda e ultima parte dal 17 maggio. La protagonista, la “fleabag” del titolo (la “pulciosa”, letteralmente “sacco di pulci”), è una donna sui trent’anni single che arranca come può – complice la bassa autostima e una sfortuna colossale con qualsiasi tipo di relazione – nella vita di tutti i giorni. Una vita assurda eppure normale, fatta di frustrazioni, umiliazioni e incazzature, che affronta con uno sguardo serafico e beffardo. Ecco cinque motivi per recuperare Fleabag prima dell’arrivo della seconda stagione, se non l’avete già fatto.

1. Dissacrante è bello

Per definire Fleabag basterebbe una parola, dissacrante. La serie è un dramedy, dove la parte drammatica è devastante (tutto gira intorno a un suicidio) e la commedia è esilarante. Sconvolgente disamina del dolore e del lutto, descrive le conseguenze della morte su chi resta con una veridicità scioccante. Merito della scrittura della Waller-Bridge, che ha creato uno stile unico e personale sviluppando le sue storie intorno a un argomento che presenta, sviscera e demolisce con toni tra l’ironico, il sarcastico e il commovente. Strutturato, come accennato, in due parti – la prima stagione segue il percorso discendente di Fleabag verso l’autodistruzione, la seconda è la cronaca della sua rinascita – mostra le due facce della stessa medaglia (di volta in volta l’oggetto è il lutto, l’amor proprio, la realizzazione personale, il perdono, la ribellione…) senza mai perdere la sua feroce, affascinante e unica ironia.

2. Il sesso come se ne dovrebbe parlare

Il problema di molte serie che osano affrontare il tema del sesso è la provocazione forzata: scegliere di parlare di orgasmi diventa un’esibizione più che una riflessione. Fleabag affronta senza tante cerimonie la parte più umida delle relazioni: molto più nella prima stagione rispetto alla seconda, lo show è la cronaca delle tragicomiche (dis)avventure della vita di una donna tra incontri, appuntamenti, rimorchi, avventure e relazioni destinate a finire (per lo più male).

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Con tutta la schiettezza che non si era mai vista sul piccolo schermo (al bando le esuberanti e ginniche sedute di sesso patinate alla Sex and the City), Fleabag parla di sesso e rapporti mettendo in scena aneddoti che danno tanto di (auto)biografico. Un’occasione più unica che rara per confrontarsi con uno dei misteri insondabili della storia dell’umanità: chi siamo davvero sotto le lenzuola.

3. Le vere famiglie

Il piccolo schermo offre per lo più due tipologie di famiglie: quelle da sitcom, dove i genitori sono sempre amorevoli e i figli crescono equilibrati e realizzati (con qualche sfida, intoppo e tragediola per movimentare la sceneggiatura), e quelle da soap, dove sono tutti parenti serpenti pronti ad accoltellarsi (anche letteralmente, per lo più a causa di un’eredità). La verità, nella maggior parte dei casi, sulle relazioni familiari, è quella rappresentata in Fleabag: esistono i papà deboli e supini, le sorelle competitive e stronze, le matrigne carogne che fanno buon viso a cattivo gioco.

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La vera mamma di Phoebe, dice lei, è una persona meravigliosa, ma anche sotto questo profilo Fleabag si dimostra una serie in impressionante identità con la realtà; una realtà, quella familiare, che si può accettare e benvolere anche nelle sue manifestazioni più meschine, solo con enorme amore e fatica. Fleabag spiega come fare.

4. Il fascino del proibito

Il pregio maggiore della serie è, come accennato, il talento della sua sceneggiatrice nel dissacrare i vari aspetti della vita. Tuttavia, è capace di andare oltre, e lo fa dedicando un intero arco narrativo a un tema tabù come… il fascino indiscreto dei preti. Quelli cattolici, per la precisione, che hanno scelto il celibato e finiscono puntualmente protagonisti dei romanzi rosa o di sceneggiati da ascolti record come Uccelli di rovo. Il protagonista maschile della seconda stagione è per l’appunto un parroco irlandese – chiamato solo “il Prete” – che concentra su di sé tutto il fascino plausibilmente accumulabile in un solo individuo.

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Almeno è così che la vede Fleabag e l’orda di critici e spettatori (più che altro spettatrici) che hanno infestato la rete di commenti sulla sensualità dell’uomo sotto la tonaca interpretato da Andrew Scott (il Moriarty di Sherlock). A quanto pare, la perversione più gettonata è sedurre un uomo di Dio, e Fleabag ci si dedica anima e corpo con una dedizione che conquista anche il pubblico.

5. Lei, Fleabag

Serie da guardare proprio lei, la protagonista archetipica (per questo la sua creatrice e interprete sceglie di non darle un nome) di una generazione di donne trentenni, indipendenti e single (occasionalmente) sommerse di problemi, dubbi, insicurezze e pregiudizi. Fleabag è una spilungona attraente ma non troppo, disinibita ma con una morale, timida ma sfrontata, con l’abitudine di rivolgersi a un pubblico immaginario (ma quando guarda in camera, guarda noi, gli spettatori reali) su cui scarica impressioni e commenti sulla vita e le relazioni. Lontanissima dalle bugiarde, mediocri, protagoniste poser di Girls, altra serie che racconta una generazione di donne spaesate in cerca di un posto nella società, è anche lei una figura senza particolare talento: a renderla unica, il coraggio disarmante con cui mette le carte in tavola sputando la verità in faccia a chi ha fatto dell’ipocrisia una prassi di vita.

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