Game of Thrones 8, l’episodio 5 è il più coraggioso di tutti

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Quinta puntata di Game of Thrones. Che dire sulla quinta puntata dell’ottava stagione di Game of Thrones, la penultima? Beh, sicuramente che fa sì che la storia evolva in modo inaspettato. Che Daenerys avesse mostrato qualche sintomo di follia tipicamente Targaryen, lo avevamo colto tutti quanti. Che potesse essere la regnante non all’altezza delle aspettative, era stato materia di dialoghi spesso sfinenti tra Varys e Tyrion. Ma che avesse in sé il germe di una furia distruttrice che l’avrebbe spinta, nel corso di un intero episodio di 75 minuti, a incenerire tutta Approdo del Re senza risparmiare gli innocenti, arroventando nel fuoco di drago donne, bambine e magari i suoi stessi soldati, questo no. Né ci aspettavamo che contraltare umano di una tale furia omicida potesse rivelarsi Cersei.

Alla fine, pensandoci bene, Cersei è stata sempre “umana” proprio perché la sua malvagità e i suoi errori erano legati alle cose terrene e passionali, l’amore per Jaime, quello viscerale per i figli e, certo, l’ossessione del potere, mentre Daenerys è sempre stata disumana nella sua predestinazione a essere qualcosa di grande e assoluto che tutti pensavano buono e invece si è rivelato cattivo. Alla fine sono Cersei e Jaime i personaggi con cui si schiera il cuore dello spettatore, mentre si stringono e si guardano e Jaime cerca di riscattare la sorella dagli ultimi istanti di terrore, dicendole di rimanere concentrata su loro due, il loro amore, prima che tutto crolli. Perché, diciamocelo, è lei, Cersei che insieme a Jaime rappresenta meglio il tema dell’amore e delle sue sfaccettature – anche negative – non certo Daenerys la cui unione con Snow ci è sempre sembrata un poco tiepida, non poi così riuscita.

In molti hanno criticato la puntata non solo perché inaspettata dal punto di vista narrativo, ma troppo drastica nello sciogliere (bruciare?) certi nodi che avevano teso la trama di tutte e otto le stagioni. Ma secondo me proprio in questo sta la scelta coraggiosa degli sceneggiatori. Game of Thrones è sempre stata la serie tv della vendetta, del contrappasso, di una giustizia spietata che prima o poi giunge, spesso tra mille sofferenze. Tutti ci aspettavamo che la Montagna, dopo aver spappolato la testa della Vipera durante il processo a Tyrion, morisse passandone di ogni, cosciente che il male che aveva fatto era lo stesso che ora stava patendo moltiplicato per dieci. Tutti ci aspettavamo che dopo aver tentato di uccidere Tyrion, dopo aver assolto Bronn per fare fuori anche l’amato fratello, dopo aver negato il proprio appoggio al Nord contro gli estranei, dopo aver torturato e umiliato Sansa e fatto mille altre cose per cui meritare l’inferno, Cersei morisse non sotto una valanga di pietre, stretta al suo amato, ma, che so, di parto per avere dato alla luce ella stessa un nano o per mano di Jaime, oppure passata a fil di lama da Arya o, certo, Daenerys che la annientava ma con modalità più giuste e onorevoli.

Invece no, gli sceneggiatori – e qui plaudo al loro coraggio – non trasformano la serie in un manifesto della vendetta, ma della follia del potere che ha varie forme nella sua evoluzione ma, alla fine, si mostra con un volto soltanto, quello dell’orrore e della morte. Oppure sì, questa puntata porta avanti il tema della vendetta ma in senso inverso a come l’aveva spinto per tutte le stagioni precedenti, cioè non come qualcosa di dovuto e goduto, ma che trasforma chi la pratica in un assassino, né più né meno.

Cosa succederà ora? Le tante incognite sono un altro segnale che la puntata è riuscita bene. Daenerys, dopo quanto ha fatto, si è privata di qualsiasi possibilità di redenzione. Si sta dirigendo verso Nord? Il suo prossimo obiettivo è Sansa? Come si comporterà con lei Jon Snow? Che fine faranno Arya, Bran e tutti gli altri?
Partita con due puntate inutili, proseguita con una battaglia che ha lasciato perplessi e con una quarta puntata incasinata, la stagione si è parzialmente ripresa con la quinta e, difatti, siamo tutti qui che aspettiamo l’ultima.

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