L’Ue costruirà una flotta di droni per pattugliare le sue frontiere

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Un drone utilizzato a scopo di soreglianza (foto: Robert Michael/picture alliance via Getty Images)

Nel giro di qualche anno i cieli del Vecchio continente potrebbero riempirsi di droni, almeno nei territori di confine dell’Unione europea. Bruxelles sta finanziando la costruzione di Roborder, una flotta di droni in grado di pattugliare e monitorare tutti i movimenti delle persone alle frontiere dei 28 stati membri. Il tutto, in maniera (quasi) del tutto autonoma.

Secondo quanto riporta The Intercept, i droni riusciranno a svolgere il loro compito grazie alla presenza di telecamere, sensori e di una serie di antenne che permetteranno loro di captare le onde radio di un telefono e capire che c’è una persona nei dintorni. Questi oggetti saranno, inoltre, dotati anche di intelligenza artificiale. Tutte le volte che si troveranno di fronte a una persona potranno quindi capire se, per esempio, nasconde un’arma, sta commettendo un reato, o ancora, se quello che sta facendo può costituire una minaccia. Il peso, l’età, il colore della pelle e il sesso della persona, invece, rimarranno ignoti poiché, come ha spiegato Kostas Ioannidis, manager tecnico di Roborder, i droni non avranno modo di ricorrere alla tecnologia di riconoscimento facciale.

In generale, questi oggetti potranno prendere decisioni in maniera autonoma (come avvicinarsi a un ipotetico migrante che sta valicando un confine) ma non agiranno da soli. The Intercept scrive infatti che tutto ciò che il drone vedrà verrà registrato e inviato a un operatore umano operante in remoto, così come tutte le decisioni prese durante l’opera di pattugliamento. Inoltre, il lavoro non verrà compiuto da un solo esemplare ma da uno sciame che, di volta in volta, “coordinerà e corroborerà le informazioni con una flotta di quadrirotori, piccoli aeroplani, veicoli a terra, sottomarini e barche”.

Un pericolo per i diritti umani?

Gli esperti temono che la flotta di droni possa essere riconvertita a uso militare e diventare un pericolo per i migranti, anche perché questi oggetti sono in grado di prendere decisioni in maniera autonoma. “Lo sviluppo di questi sistemi è un passo oscuro in un territorio moralmente pericoloso”, ha detto a questo proposito Noel Sharkey, professore emerito di robotica e intelligenza artificiale presso l’università di Sheffield nel Regno Unito e fondatore dell’International Committee for Robot Arms Control, un’organizzazione non governativa che cerca di porre un freno all’impiego di robot militari. “È solo una questione di tempo e presto un drone sarà in grado di agire per fermare le persone”.

Gli sviluppatori di Roborder non hanno negato questo rischio: la possibilità era già stata messa in conto nella richiesta inoltrata per ottenere il finanziamento e sviluppare la flotta di droni. Il team aveva però assicurato che tutte le aziende – pubbliche e private – coinvolte nella sua eventuale realizzazione, avrebbero cercato di evitare questo scenario. Una rassicurazione simile si trova anche nella relazione di Reinhard Hutter, un consulente etico esterno assunto dagli sviluppatori di Roborder, proprio per valutare il progetto da un punto di vista morale. Secondo Hutter, la flotta implica l’uso di tecnologia militare e può essere utilizzata a scopo militare, ma non lo è in questo caso specifico.

Capire se Roborder può essere utilizzato anche a scopo militare è molto importante: il progetto è stato infatti finanziato con parte di un budget destinato a progetti di ricerca e innovazione in ambito civile. Probabilmente sarà possibile avere qualche certezza in più solo una volta che la flotta verrà testata, sperando che a quel punto non sia troppo tardi.

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