Compiti a casa: inutili, a tratti dannosi

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Sul grande tema dei compiti a casa, chiosando una famosa rubrica della Settimana Enigmistica, si potrebbe dire: “forse non tutti sanno che… non esiste alcuna norma ufficiale del ministero dell’Istruzione che regolamenti o preveda l’assegnazione dello studio post scuola“.
Quella che è la maggiore consuetudine trasversale della scuola italiana, da nord a sud, non è infatti né prevista né normata dal MIUR.
Ciononostante, a scuola e tra genitori, il tema dei compiti si dimostra, anno dopo anno, centrale nel dibattito e al primo posto, insieme alla qualità della mensa, nelle preoccupazioni di mamme e papà.

È uno dei tanti paradossi all’italiana: nonostante non sia dimostrato da nessuna parte che all’aumento dei compiti a casa corrisponda un aumento del grado di apprendimento degli studenti, gli adulti ( i genitori, ma anche gli insegnanti) sono spesso convinti del contrario.
Ci si trova quindi di fronte ad un circolo vizioso nel quale  anche gli insegnanti convinti della scarsa utilità del lavoro a casa,  finiscono per assegnare i compiti, perché richiesti a gran voce dai genitori.
Quegli stessi genitori, però, che poi se ne lamentano sulle chat WhatsApp e che passano le serate a terminare gli esercizi dei figli, troppo stanchi per completare italiano o matematica.

Sull’annosa questione dei compiti sono tantissime le voci autorevoli che chiedono di aprire una riflessione sulla reale utilità – soprattutto nei primi cicli scolastici – del lavoro di rinforzo in autonomia.
La più recente è un’indagine internazionale sugli apprendimenti in Lettura dei bambini di quarta elementare (il Pirls 2016), da cui si evince che i bambini che ricevono per casa pochi o nessun compito, ricevono punteggi superiori, nell’ambito della capacità di lettura, rispetto agli alunni che frequentano classi in cui il carico è superiore.

Diverse sono le ragioni che spiegano il dato, ma ci sono alcuni fattori che sicuramente hanno un ruolo centrale in quella che può apparire una stranezza: innanzitutto la dimensione cooperativa e di gruppo. I bambini apprendono anche o soprattutto attraverso la relazione con l’altro. Imparano dagli inciampi e dai successi, sia propri che dei compagni. E, in particolare, apprendono se l’insegnante è capace di valorizzare gli errori, usandoli come chiave per aumentare la comprensione degli alunni (come diceva Gianni Rodari: “ “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli : per esempio la torre di Pisa” ).

Se i compiti a casa vengono invece fatti con il supporto diretto di un genitore che non vuole che il figlio si presenti a scuola con gli esercizi sbagliati e se, ancora peggio, l’insegnante assegna il lavoro a casa ma poi non lo corregge ( o addirittura lo valuta ), ecco che l’apprendimento del bambino diventa del tutto secondario, rispetto ad una dimensione di valutazione, di fatica e di dinamica tra le parti. Altro elemento che sicuramente influenza il dato Pirls è quello relativo al livello di conoscenza dei genitori. In classe, i bambini, ricevono informazioni omogenee da parte dell’insegnante, che a tutti spiega nello stesso modo e con lo stesso grado di precisione.

Diversamente, a casa, ogni studente vive una realtà diversa: ci sono genitori con maggiori conoscenze, genitori che non parlano la lingua italiana, altri che non sanno aiutare nei compiti di inglese, quelli che non capiscono la matematica, quelli che sanno tutto ma non hanno la pazienza di attendere i ritmi naturali del bambino, quelli che finiscono per far fare i compiti ai bambini alle dieci di sera, quelli che si spazientiscono, quelli che fanno i compiti al posto dei figli.
Al di là dei dati Pirls, che ne dimostrano la scarsa efficacia – per lo meno sul versante della lettura –  è proprio in questa disomogeneità che casca l’asino del valore dei compiti a casa.

Finché non sarà chiaro e regolamentato che (come dice anche il Dirigente Scolastico Maurizio Parodi, noto per le sue battaglie contro lo scorretto uso dei compiti a casa ) il lavoro degli studenti in autonomia deve essere sempre corretto in classe, non deve mai essere giudicato con un voto e deve essere assegnato esclusivamente a rinforzo di competenze che i bambini hanno già acquisito in classe, i compiti non faranno che aumentare – invece che diminuire – il baratro tra chi sa già, e chi non saprà mai.

Una scuola che voglia abbattere le diseguaglianze e preparare i propri cittadini, deve aumentare il lavoro in classe diminuendo la pressione legata alla valutazione, per rispettare il tempo dell’apprendimento e il naturale bisogno dei bambini di imparare insieme, cooperando, per il raggiungimento degli obiettivi. E suggerire la lettura di testi a casa, questo si in piena autonomia, proponendo un’ampia lista di libri, selezionati tra quelli più coinvolgenti e divertenti. Perchè nessun sussidiario potrà mai portare un bambino ad appassionarsi alla lettura.

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