Il traditore, Favino si trasforma nel pentito che mise in ginocchio la mafia

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Come i migliori film di mafia anche Il traditore parte con una festa. Non è un matrimonio ma una riunione di diverse famiglie mafiose. In questa riunione, che darà origine a una foto di gruppo importante, c’è il mafioso che non somiglia agli altri mafiosi, il capo che non è che un soldato semplice, l’unico vestito di bianco: Tommaso Buscetta. Lungo tutto il film vedremo la sua vita in Sud America, poi i processi, le sue ragioni, i suoi ricordi e il lavoro con Falcone, i morti ammazzati e le attività illecite, ma è lì in quella prima scena che c’è il cuore della visione di Marco Bellocchio di Tommaso Buscetta.

Durante la festa che apre il film Il traditore getta un semino, mostra Buscetta preoccupato per uno dei suoi molti figli. Appare devastato dalla droga e in evidenti condizioni precarie. Andando avanti capiremo di essere già nel mondo della nuova mafia, quella che si è aperta al traffico di droga ed ha finito per farla circolare anche al suo interno. Questa scena iniziale con il figlio non ha nessuna economia diretta nella storia, non cambia la trama né la indirizza, eppure quanto Buscetta se ne preoccupi e come lo guardi sono un indizio che lavora nella testa dello spettatore. La droga è la corruzione degli ideali sbandierati da Buscetta, la condizione del figlio è il peccato originale della nuova mafia che smuove in lui qualcosa, il sasso che porta alla valanga del pentimento per abbattere Totò Riina e gli altri.

Così procede Bellocchio, unendo il reale e il cinematografico, la sua storia artistica e quella di Buscetta, i film che ha sempre fatto sulla maniera in cui la famiglia condiziona la vita delle persone e la vera storia del boss dei due mondi. Già il suo duce in Vincere era stato raccontato a partire dalla famiglia, dal figlio illegittimo e la donna con la quale lo ha avuto, ora il pentito che ha cambiato la lotta alla mafia trova la sua chiave di lettura in una visione del mondo antica e tradizionale.

Ma non c’è solo questo nel film. Marco Bellocchio ha una visione molto poco retorica e decisamente poco epica della mafia. Pentiti e accusati sono una serie di contadini che si fanno dispetti e ripicche tramite lo stato italiano. Primo tra loro Tommaso Buscetta, colto bello e sofisticato con baffo d’ordinanza, imprenditore agrario di professione, mafioso d’altri tempi nella realtà. Quella nella sua vita prima del processo è una cavalcata che Bellocchio conduce con espedienti stranamente moderni come il testo in sovrimpressione da Sorrentino (lo usava bene il Il divo) e un utilizzo modernissimo di musica tradizionale.

Buscetta è ritratto con il rispetto che si deve alle figure grandi, titaniche e potenti (non è una questione di rispettare sul serio un criminale, ma di rispettare un personaggio contraddittorio e interessante a prescindere dal giudizio etico) mentre i mafiosi chiusi nelle aule bunker sono apertamente ridicoli, non comici ma grotteschi e clowneschi. Un ridicolo spesso triste, mesto, squallido. Uomini da poco con argomentazioni da poco e una certa sguaiata forma di autodifesa da asilo. Su un argomento molto abusato dal nostro cinema e dalla nostra tv (il crimine organizzato specie se realmente esistito) Marco Bellocchio trova un’angolatura inedita e tutta sua.

Rimarrà deluso chi cerca in Il traditore cinema criminale di suspense e ammazzamenti (ce ne saranno tre e non mirano di certo a dare soddisfazione), come del resto rimarrà deluso chi si aspetta una ricostruzione metodica della carriera, della vita e delle azioni del boss. Come i film migliori Il traditore racconta una storia o un personaggio per trovarci dentro qualcosa di interessante da approfondire. E quel che trova stavolta lo spiega bene la prestazione di Pierfrancesco Favino. Può un criminale e un assassino essere un eroe della lotta alla mafia? Può essere amico (come era) di persone stimabili? Può lavorare di buon accordo con l’eroe italiano per antonomasia Giovanni Falcone?

Muoversi su questo crinale è complicatissimo e forse viene da pensare che ad oggi solo Pierfrancesco Favino padroneggia la precisione chirurgica per poter recitare la potenza criminale con delle screziature di ridicolo, l’alterigia di un uomo di principi (senza stare a valutare quali siano) scadendo nel puerile ma con stile. Solo il Favino nella forma migliore e con l’allenatore migliore (Bellocchio) può avere il fiato per reggere tutto un film ad un livello altissimo, cambiando 4-5 volte parlata, intonazione e accenti (siciliano, portoghese maccheronico, siciliano ripulito davanti ai giudici, italiano affettato con falcone, americano sporcato di siciliano e portoghese) senza un attimo di cedimento. Solo Favino, viene da pensare, ha la caratura per non sbagliare l’unica inquadratura da eroe d’azione del film (quella sull’elicottero, emaciato e massacrato dalle botte ma incrollabile) e contemporaneamente far capire al pubblico che quell’uomo con quella vita assurda a suo modo, nel suo mondo, secondo le sue regole malate, forse poteva davvero definirsi corretto.

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