Chi ha paura del calcio femminile?

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A meno che non viviate su Marte non potete non sapere che la scorsa domenica la nazionale di calcio femminile ha esordito ai mondiali di Francia battendo l’Australia, sesta squadra del ranking mondiale Fifa (noi siamo al quindicesimo posto). Dopo due gol annullati per fuorigioco, un rigore non concesso, e uno subìto dalle avversarie, abbiamo vinto al 95esimo con un colpo di testa di Barbara Bonansea, ventisettenne attaccante della Juventus, già autrice del primo gol.

Erano vent’anni che la nostra nazionale femminile non si qualificava per la competizione mondiale, e superando le più rosee aspettative abbiamo esordito nel migliore dei modi, vincendo anche gli ascolti tv: sulla Rai la partita è stata vista da 2,8 milioni di spettatori, e più di 700mila spettatori si sono sintonizzati su Sky Sport. Un dato significativo che sottolinea quanto le cose stiano cambiando e il calcio femminile stia diventando sempre più materia d’interesse.

(Photo by TF-Images/Getty Images)

Con l’aumentare dell’attenzione sono aumentate le polemiche e sui siti, sui social, sui giornali, ai commenti entusiastici si alternano da giorni quelli denigratori e razzisti. Perché tanta cattiveria riversata verso 11 donne che – volenti o nolenti – si trovano a rappresentare il nostro Pese? Perché non ci uniamo come un’unica nazione, non facciamo il tifo, ma ci lasciamo andare a improbabili paragoni con i corrispettivi maschi, e ci troviamo a sottolineare tutto quel che di peggio c’è?

La risposta più semplice è una: il calcio, l’abbiamo già detto, è l’ultima roccaforte davvero maschilista, che ora si sente in qualche modo sotto attacco. Non dimentichiamo – per citare giusto un episodio – che qualche mese Fulvio Collovati, in diretta Tv, si lasciava sfuggire: “Quando sento le donne parlare di tattica mi si rivolta lo stomaco, perché una donna non capisce come un uomo.” Chissà come deve sentirsi ora, il campione del mondo del 1982, a vedere il discorso sportivo focalizzarsi sulla tecnica femminile. Probabilmente non troppo bene, come benissimo non devono sentirsi i leoni da tastiera che in questi giorni stanno ricoprendo di insulti razzisti la nostra capitana Sara Gama, triestina (lo ripetiamo, è nata a Trieste) con mamma italiana e papà congolese. Causa pelle scura di lei si legge sui social:

– Quella sarà anche nata in Italia ma non è italiana, non ne possiede né le caratteristiche né i cromosomi

– Te pareva che la giocatrice africana della nazionale non la mettono in primissimo piano?

– Come fa a essere Italiana?

Purtroppo il razzismo non è nuovo nel mondo del pallone, e colpisce anche i colleghi uomini (quante volte Mario Balotelli è stato insultato in campo per il colore della sua pelle?), ma quando si parla di calcio femminile diventa solo l’ennesima arma per tentare di affondare un movimento già svantaggiato.

during the 2019 FIFA Women’s World Cup France group C match between Australia and Italy at Stade du Hainaut on June 9, 2019 in Valenciennes, France.

Le donne calciatrici, indipendentemente dal livello in cui giocano, sono e rimangono delle giocatrici dilettanti, non professioniste, tesserate alla Figc (cioè la Federazione Italiana Giuoco Clacio, di recente nota alle cronache perché l’ex presidente Carlo Tavacchio tra il 2015 e il 2016 era stato accusato di aver importunato e molestato Elisabetta Cortani, presidente della Ss Lazio Calcio Femminile). Vincolate al loro tesserino fino all’età di venticinque anni (a meno che non si presentino determinate condizioni per cui il vincolo possa sciogliersi) per loro è complicato trasferirsi e cambiare squadra, così come guadagnare. Di recente le cose sono un po’ cambiate grazie all’arrivo di squadre legate ai club maschili, ma la situazione non è molto migliorata, e gli stipendi, anzi i rimborsi spesa sono compensi ridicoli (30mila euro l’anno sono già tanti) se confrontati con la controparte maschile. Mancando la visibilità mancano gli sponsor, così come i biglietti venduti. Un circolo vizioso che l’attenzione mediatica nata da questi mondiali potrebbe contribuire a spezzare.

Ma, l’abbiamo già detto, con la visibilità arrivano le polemiche, e archiviati gli insulti razzisti si passa a quelli sessisti. Già nel 2015 Felice Bellocci, ex Presidente della lega Dilettanti aveva definito le calciatrici “quattro lesbiche”, insultando di fatto un intero movimento, cosa che gli era costata quattro mesi di inibizione, non sufficienti però a fargli perdere il vizio, al punto che a causa di altri insulti sessisti aveva dovuto affrontare un secondo processo. Anche di recente l’orientamento sessuale delle giocatrici è tornato a far discutere, ultimo in ordine di tempo Alessandro Cecchi Paone che intervistato da La zanzara, trasmissione radiofonica, ha dichiarato: “Ci sono molte donne lesbiche nel calcio femminile (…) in una squadra almeno la metà sono lesbiche” e nonostante abbia aggiunto un “non lo dico in senso negativo, le ho sempre protette”, viene da chiedersi in quale modo l’orientamento sessuale debba essere rilevante.

Commenti come questi, sono figli dello stesso atteggiamento che vorrebbe le donne del calcio limitate a sexy Wags (Wife and Girlfriends, cioè mogli e fidanzate).
Per fortuna alle critiche si sta rispondendo cambiando le cose partita dopo partita, e Sara Gama, la nostra capitano, la più presa di mira, con addosso la maglia del suo club, è diventata una Barbie, pronta a far sognare le piccole calciatrici d’Italia. E noi con loro.

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