Il sistema sanitario italiano sta “cadendo a pezzi”

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L’ospedale Bambino Gesù a Roma (foto: GABRIEL BOUYS/AFP/GettyImages)

Spesso si dice che il sistema sanitario nazionale italiano non ha nulla da invidiare a quello che si trova all’estero, a partire dagli Stati Uniti: qui da noi tutti si possono curare, mentre negli Usa può permetterselo solo chi è ricco. La realtà, però, è un po’ diversa.

Secondo la Fondazione Gimbe, che promuove e realizza attività di formazione e ricerca nell’ambito sanitario, nel nostro paese i livelli sanitari di assistenza (Lea) spesso sono garantiti solo sulla carta e le famiglie sono costrette a spendere sempre di più a causa degli sprechi e delle inefficienze di un sistema che sta “cadendo a pezzi. La colpa, si scrive nel rapporto presentato oggi in Senato, è soprattutto della politica. “Nel periodo 2010-2019 sono stati tagliati 37 miliardi di euro a fronte di un incremento del fabbisogno sanitario nazionale”, lamenta Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, secondo cui la situazione non migliorerà nel futuro prossimo. “Il Def 2019 riduce il rapporto spesa sanitaria/Pil dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e 6,4% nel 2022 e l’aumento di 8,5 miliardi in tre anni previsto dalla legge di bilancio 2019 è subordinato alle ardite previsioni di crescita”.

Gli errori della politica

Secondo la Fondazione Gimbe, dietro questo collasso del sistema sanitario nazionale c’è soprattutto una cronica mancanza di fondi. “L’Italia siede nel G7 tra le potenze economiche del mondo, ma la politica ha fatto precipitare il finanziamento pubblico per la sanità ai livelli dei paesi dell’Europa orientale”, dichiara Cartabellotta. “E così, mentre il mondo professionale e i pazienti aspirano alle grandi (e costose) conquiste della scienza e l’industria investe in questa direzione, l’entità del definanziamento pubblico allontana sempre di più l’accessibilità per tutti alle straordinarie innovazioni farmacologiche e tecnologiche oggi disponibili”.

Non solo. Il presidente della Fondazione accusa i politici di aver subordinato persino le politiche sanitarie al consenso elettorale. “[I governi] hanno puntato sui sussidi individuali – bonus 80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100 – indebolendo di fatto le tutele pubbliche in sanità ed aumentando la spesa delle famiglie”.

Gli sprechi

Secondo il rapporto l’Italia spende poca e spreca molto: circa 21 miliardi. A pesare sul bilancio sono l’inadeguato coordinamento dell’assistenza, le inefficienze amministrative, il sovrautilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate, e le frodi e gli abusi che spesso fanno sì che vengano acquistati prodotti con prezzi eccessivi.

A questo problema se ne aggiungono altri: una normativa “frammentata e incompleta” sui fondi sanitari integrativi, i contrasti tra governo e Regioni che rischiano di aumentare con l’autonomia differenziata e lo stile di vita malsano di molti cittadini.

Una possibile soluzione

La Fondazione Gimbe sostiene che per salvare il sistema sanitario bisognerebbe prima di tutto aumentare, fino quasi a raddoppiare, la spesa sanitaria. “Bisogna mettere in sicurezza le risorse ed evitare le periodiche revisioni al ribasso”, spiega il presidente. “Dobbiamo definire sia una soglia minima del rapporto spesa sanitaria/Pil, sia un incremento percentuale annuo del fabbisogno sanitario nazionale pari almeno al doppio dell’inflazione”.

Inoltre, bisognerebbe evitare gli sprechi, regolamentare l’interazione tra il pubblico e il privato, rivedere il perimetro dei livelli sanitari essenziali, sensibilizzare i cittadini sull’importanza di un corretto stile di vita e contrastare la disinformazione sui temi della sanità.

 

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