Climax: Gaspar Noé ce l’ha fatta un’altra volta a buttare via il suo talento

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Esistono idee, trovate e invenzioni che sembrano fantastiche quando balenano al termine di una lunga serata di bagordi e invece al mattino dopo sono solitamente scartate, quando la sobrietà ne rivela la palese inconsistenza. Climax è pieno di queste idee, come se Gaspar Noé non fosse mai andato a dormire e continuasse a vivere in quel limbo da fine serata in cui una lunghissima sequenza di ballo seguita da una lunghissima di dialoghi chiusa (a metà film) dai titoli di testa sia una grande trovata, come se far scannare personaggi drogati basti a creare un film.

Climax parte subito con una specie di promessa unita ad una giustificazione: vediamo i protagonisti, una compagnia di ballo degli anni ‘90, inquadrati dentro un televisore dell’epoca. Il monitor è ovviamente in 4:3 e le parti vuote che lascia ai lati dell’inquadratura in 16:9 sono riempite da un lato da una pila di libri sul cinema e dall’altra da una pila di Vhs. Tutti i titoli ben in evidenza, sono film che in un modo o nell’altro hanno fatto colpo all’epoca della loro uscita, molti sono horror come Suspiria, Zombie o Possession ma ci sono anche Un Chien Andalou e Salò o le 120 giornate di Sodoma. La promessa è di usare quei titoli come riferimento, la giustificazione intellettuale per quello che seguirà è invece che lui si sta inserendo in quella tradizione. Ha già deciso di stare con i grandissimi.

Quella di Climax è la storia di un delirio notturno in un luogo isolato, ballerini che bevono senza saperlo una bevanda drogata e cominciano ad agire sotto influsso di droghe, un rave party involontario in cui i primi 45 minuti di film, tutto dialoghi tra i molti personaggi, si rispecchiano nei secondi 45, durante i quali le parole, le frasi, i desideri, le paure e le aspirazioni danno vita a diverse follie individuali. La purezza del delirio, la follia delle azioni e la terribile bestialità delle decisioni collettive sono il metro sul quale andrebbe goduto il film ma queste non sono nemmeno così eccezionali (anche se un inspiegabile divieto ai minori di 18 anni sembra sostenere il contrario).

Come sempre in Noé tutto è messo in scena con una qualità visiva fortissima, il primo lungo pianosequenza musicale con Supernature di Cerrone è fenomenale, è semmai il corollario di sentenze sparate (sia dai personaggi che dal regista tramite i quadri) ad abbassare tutto. Noé è fondamentalmente un videoartista e visivamente ha le idee così chiare da permettersi di tutto, da riuscire a creare atmosfere di delirio prima ancora che il delirio inizi, è tecnico e creativo insieme. Tuttavia poi quando inizia a rendere esplicite le sue intenzioni, quando si bea delle sue prese di posizione per bocca dei personaggi, il castello crolla perché vengono svelate delle aspirazioni per lui irraggiungibili. Lasciasse parlare solo le immagini ci guadagnerebbe.

A giudicare dai suoi film Gaspar Noé sembra il tipo che racconta ciò che ha intenzione di far accadere e come vuole impostare il film con uno sguardo eccitato, come se stesse descrivendo qualcosa di incredibile, nuovo, mai sentito prima e audace, mentre invece sta solo spiattellando idee a effetto abbastanza povere e peculiari solo in superficie, di certo non inedite. A salvare tutto arriverà il campionario di atrocità promesso all’inizio, anche se con un po’ di ritardo rispetto al solito. La capacità di questo regista di trovare nuovi abissi di cinismo umano, di disperazione e nuove situazioni in cui i personaggi possano dare il minimo è nota e gli consente di raggiungere il fondo del barile dell’umanità per poi iniziare a scavare. Peccato che non sia capace di fare nulla di tutta questa capacità di shockare maturata. Il punto in cui arriva Climax è quello da cui semmai un film dovrebbe partire per costruire un senso.

Vivere è un’impossibilità collettiva” comparirà ad un certo punto scritto gigante sullo schermo, imponendo una chiave di lettura (una delle più puerili e scontate tra le molte possibili) e ponendo la pietra tombale sul film. Gaspar Noé ce l’ha fatta ancora una volta a buttare al vento il suo talento. Il piccolo microcosmo chiuso in un capannone durante una tormenta (e tormentato a sua volta dal regista) non ci dice niente. Il piccolo inferno di pulsioni elementari filmato con la sua caratteristica videocamera ondeggiante e con i suoi colori fluo sparatissimi vuole probabilmente svelare la bestialità dietro le normali interazioni e svelare le pulsioni dietro le solite interazioni. Ma è tutto aspirazione e nessun risultato. A questo si aggiunga un cast di ballerini non eccezionali quando si tratta di recitare e una protagonista, Sofia Boutella, che avrà un momento di particolare delirio tutto suo in cui darà vita ad uno dei peggiori momenti di teorica bravura mai visti in un film professionale, e il fastidio arriverà puntuale.

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