E se la soluzione fosse aprire le frontiere?

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Foto di JOSEP LAGO/AFP/Getty Images

Da qualche tempo il dibattito pubblico americano ospita un fervente confronto di idee circa la possibilità di rivedere le politiche migratorie degli Stati Uniti d’America, in particolar modo quelle riferite all’idea stessa di frontiera. Il tema non è esattamente una novità per chi segue la politica a stelle e strisce, ma per lungo tempo i border issues erano stati relegati alla saggistica e ai botta e risposta tra opinionisti ospitati sulle pagine dei grandi giornali.

Con l’avvio della presidenza Donald Trump, le istanze dei movimenti open borders hanno però conosciuto una rinnovata – e per certi versi inedita – centralità, a causa di un’agenda governativa fortemente influenzata dal tema del muro ai confini con il Messico e da una serie di fake news con cui Trump e i media a lui vicini hanno accusato gli esponenti democratici di sostenere la politica delle porte aperte.

Seppur con diversi livelli di intensità, i candidati alle primarie dem hanno smentito l’intenzione di voler aprire le frontiere ai migranti e tra tutte, la posizione più controversa è stata quella di Bernie Sanders, il candidato più a sinistra alla nomination democratica del 2020, che si è detto contrario perché “c’è un sacco di povertà e arriverebbero persone da ogni parte del mondo”.

In Italia il tema delle frontiere aperte è pressoché assente dal dibattito politico e rappresenta ancora un tabù, tanto per la sinistra quanto per la destra. Nel corso di un talk show della prima serata di La7, l’esponente del Partito democratico Carlo Calenda ha apertamente criticato il suo interlocutore, il portavoce di Baobab Experience Andrea Costa, definendo “fuori di senno” l’idea di aprire le frontiere a tutti, “perché altrimenti perderemmo il controllo del paese”. Una visione sostanzialmente in linea con le politiche migratorie attuate dall’ultimo governo di centrosinistra, sostanziatesi nell’approvazione del decreto Minniti-Orlando.

Dall’altra parte della staccionata – e in linea con la strategia mediatica di Donald Trump – Matteo Salvini accusa invece la sinistra di voler aprire indiscriminatamente le porte a migranti e richiedenti asilo, un argomento fantoccio utile a polarizzare il dibattito, ma decisamente poco aderente alla realtà dei fatti.

Cosa dicono gli economisti

Per comprendere in tutta la sua complessità il discorso sulle frontiere, dobbiamo spegnere per un attimo i riflettori del palcoscenico politico. Innanzitutto no, non tutti gli open borders sono di sinistra e non tutta la sinistra sostiene la linea dell’apertura.

Con un’inchiesta pubblicata sul Foglio nel settembre del 2015 e intitolata proprio Open Borders, Carlo Lottieri analizza il dibattito liberale e libertario sul tema dell’apertura delle frontiere e delinea l’oggetto del contendere: i sostenitori dell’accoglienza si rifanno agli scritti dell’economista Bryan Caplan, che teorizzava una correlazione positiva tra aumento della popolazione e crescita economica, una tesi suffragata da Gihoon Hong e John McLaren, secondo i quali ogni immigrato creerebbe 1,2 posti di lavoro per i nativi, nel contesto americano. Chi si oppone all’apertura sostiene che ciò avrebbe senso in un contesto totalmente privatizzato, ma il welfare state finirebbe per attuare una redistribuzione in grado di generare comportamenti parassitari.

Una delle voci di sinistra più critiche nei confronti della visione open borders è Angela Nagle, che in un saggio breve pubblicato su American Affairs attacca l’apertura delle frontiere in quanto funzionale alle destre ultra-liberiste, che nella sua visione auspicano la libera circolazione di umani col fine di sfruttare le classi subalterne. In Italia questa tesi è sostenuta da Carlo Formenti, che si spinge fino a considerare “utili idioti” i sostenitori dell’apertura.

I precedenti delle “porte aperte”

Ogni riflessione sul tema delle frontiere aperte non può comunque fare a meno di considerare i precedenti storici di una tale iniziativa. Tra il 2004 e il 2007, l’Unione Europea ha aperto le porte a 10 nuovi stati, la maggior parte dei quali passati per l’orbita sovietica. Si trattava di nazioni decisamente più povere rispetto alla media Ue, dalle quali proveniva una discreta fetta dell’immigrazione complessiva (solo gli emigranti polacchi rappresentavano nel 2001 il 2% della popolazione straniera in Italia). Dei 100 milioni di abitanti complessivi che al 2007 vivevano tra Cipro, Malta, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia, appena 4 milioni hanno lasciato stabilmente il proprio Paese per un’altra nazione europea.

È il cosiddetto “effetto porta girevole” teorizzato dal saggista ed economista britannico Philippe Legrain, che in un articolo pubblicato sul New York Times nel 2015, spiegava come l’Europa beneficerebbe di un’apertura delle frontiere, perché “porte aperte tendono a diventare porte girevoli”. Avendo la certezza di non “restare chiusi a chiave fuori”, insomma, i migranti economici potrebbero lavorare stagionalmente in Europa per poi far ritorno a casa, una dinamica oggi molto comune ai lavoratori di quei paesi dell’est di recente ingresso nell’Unione Europea.

Una questione non solo economica

Come spiega The Nation, l’aspetto economico è solo uno degli approcci con cui si potrebbe avviare un dibattito sull’apertura delle frontiere, insieme a quello etico, riguardante una forma di compensazione per il passato coloniale di molte nazioni europee, e a uno più focalizzato sulla protezione ambientale. I confini nazionali, infatti, come sostiene il giornalista Todd Miller nel saggio Storming the Wall , fungono da veri e propri scudi morali al di là dei quali tutto è lecito per governi e multinazionali, che praticano attività estrattive e di stoccaggio rifiuti lontano da casa.

Il dibattito però per ora, almeno in Italia, non esiste, è un tabù: chi lo infrangerà, avrà per prima cosa rotto uno degli impasse più anacronistici della politica delle nostre latitudini.

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