Ecco come si formano le polinie, gli enormi buchi nel ghiaccio invernale dell’Antartide

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(immagine: Nasa, 2017)

Solo un paio di anni fa se ne era aperta una grande quanto la Scozia. Le polinie sono enormi buchi nel ghiaccio invernale dell’Antartide, fenomeni rari ma che si ripetono nel tempo, lasciando gli scienziati stupefatti e un po’ attoniti. La loro origine infatti è ancora misteriosa, ma ora un team internazionale coordinato dall’Università di Washington ha raccolto dati a sostegno di quella che era solo una teoria: lo scioglimento dei ghiacci sarebbe dovuto a moti convettivi che portano in superficie l’acqua più calda e più salata delle profondità del Mare di Weddell, complici fortissime tempeste. Cosa questo significhi per il clima dell’Antartide e del pianeta è difficile dirlo, ma, a detta degli autori, con le nuove conoscenze sarà possibile realizzare modelli e previsioni più accurate.

Secondo i ricercatori le polinie si formerebbero in circostanze molto particolari, per variazioni climatiche di breve durata e particolarmente avverse: non bastano le violente tempeste dell’Oceano australe, ma occorre un mix di fattori.

Per la loro indagine Ethan Campbell e il suo team hanno raccolto dati sulle condizioni climatiche e oceaniche nella zona del Mare di Weddell incline alla formazione di polinie. Per ottenere le informazioni su temperatura, salinità e contenuto di carbonio dell’acqua, sulle correnti e i venti hanno utilizzato sensori galleggianti, osservazioni satellitari e un po’ di aiuto è arrivato anche da foche opportunamente equipaggiate con piccoli strumenti per rilevazioni scientifiche.

Analizzando i dati, i ricercatori hanno capito che la miccia di tutto sono violentissime tempeste scatenate da venti nei pressi delle coste. Queste provocherebbero un rimescolamento delle acque del Mare di Weddell: l’acqua più calda e più salata degli strati oceanici profondi sale in superficie, dove, rilasciando calore, scioglierebbe il ghiaccio antartico per poi raffreddarsi e risprofondare, per ricominciare il ciclo. Il calore rilasciato e il continuo movimento dell’acqua renderebbero difficile la formazione di nuovo ghiaccio superficiale.

Gli scienziati hanno forse svelato il mistero dell’origine delle polinie, ma – come essi stessi ammettono – ancora molte domande rimangono senza risposta. Per esempio, questi fenomeni possono modificare il clima della regione antartica o quello del pianeta? Se sì, come? Dai dati raccolti gli scienziati hanno scoperto che l’apertura degli enormi buchi nel 2016 e nel 2017 ha causato un raffreddamento dei fondali marini di 0,2°C, e qualcuno suggerisce che il calore rilasciato potrebbe contribuire al cambiamento climatico a livello globale, spostando i venti. E anche il carbonio portato in superficie dai moti convettivi (i fondali sono dei cimiteri, e le carcasse delle creature marine in decomposizione rilasciano carbonio) potrebbe influenzare il clima se viene rilasciato in atmosfera.

Per il momento si tratta solo di supposizioni, scrivono gli autori nello studio appena pubblicato da Nature. Ora però gli scienziati hanno più informazioni, più dati, da cui partire per sviluppare modelli climatici regionali e globali più accurati. E forse ottenere previsioni migliori.

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