La terza stagione di Jessica Jones è un addio eroico ma estenuato

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Difficile guardare gli episodi della terza stagione di Jessica Jones, disponibili dal 14 giugno su Netflix, senza pensare continuamente al fatto che si tratta dell’ultima volta che vedremo l’azzeccatissima Krysten Ritter nei panni dell’investigatrice privata dalla super forza e dallo sferzante cinismo alcolico; ma anche che questo è, volente o nolente, l’ultimo capitolo dell’ambiziosa collaborazione Netflix-Marvel giunta al termine dopo quattro anni di serie più o meno (soprattutto meno) riuscite. Su Jessica Jones grava quindi la sensazione del bilancio e un giudizio sostanzialmente positivo sconta anche questo fatto.

È interessante che a chiudere questo microcosmo supereroistico sia proprio il personaggio che, fra tutti, è meno interessato al bene superiore in quanto tale: per tutta la stagione il dubbio esistenziale ricorrente è la ricerca di una definizione di eroe (che cosa fa di qualcuno un eroe? E Jessica può dirsi davvero tale?), mentre anche si cerca di capire (o rifiutare) un’altra etichetta cruciale, quella di vittima. Puntuale contraltare a questi dubbi è il personaggio di Trish Walker (Rachael Taylor), che si cala sempre di più nei superpoteri (ma non nel costume, che però s’intravede per pochi secondi) di Hellcat: dopo gli esperimenti della scorsa stagione ha acquisito facoltà straordinarie e non esita a utilizzarle per fare del bene, nonostante in questo cerchi continuamente e goffamente di forzare la mano.

jessica jones

Le due donne si contrastano e si completano in continuazione, mentre tentano di riallacciare un rapporto disastrato dopo che Trish ha ucciso nella scorsa stagione la madre di Jessica; le due dovranno a malincuore allearsi quando compare la minaccia di questi nuovi episodi, Gregory Salinger (un perturbante Jeremy Bobb): si tratta di un serial killer plurilaureato e dalla mente lucidissima, deciso a vendicarsi di chiunque abbia meriti che non si è guadagnato duramente. Anche qui è interessante che il super villain della terza stagione sia un uomo comunissimo nel senso stretto dei superpoteri, ma straordinario nella sua calcolatissima follia. Quasi a ribadire che le storie dei supereroi non sono altro che un’esasperazione delle umanissime idiosincrasie reali.

Eppure anche questo ciclo di Jessica Jones soffre dei problemi che hanno piagato tutte le produzioni Marvel-Netflix giunte fino a qui: l’azione trova il suo focus solo dopo tre o quattro episodi e in generale la vicenda sembra stirata al massimo per coprire tutti i 13 episodi; il contribuito ampliato di un personaggio come Trish porta soprattutto ad estenuanti e ripetitivi confronti, che mandano avanti la storia a strappi. A riempire i vuoti ci sono però grandi talenti attoriali come quelli di Carrie-Ann Moss (la sempre più spietata e debilitata avvocato Jeri Hogarth) e di Eka Darville (l’aspirante investigatore Malcolm Ducasse alle prese con profondi tormenti morali), anche se il loro intervento è sempre più parentetico. La stagione non risparmia di introdurre nuovi, succosi personaggi, come la nuova fiamma di Jessica, Erik, definito “un radar per gli stronzi“, o anche la caustica assistente Sarita (interpretata dall’attrice transgender Aneesh Sheth).

Si può dire per fortuna, però, che Jessica Jones rimanga uno dei personaggi più interessanti introdotti sullo schermo negli ultimi anni: né eroina né vittima, appunto, è una donna forte che naviga con tutti i suoi difetti in un mondo che cerca a tutti i costi di sopraffarla o di incasellarla; la sua visione spassionata del mondo è qualcosa di difficilmente digeribile ma in cui chiunque si sia sentito estraneo a qualcosa si può ritrovare; Ritter poi è un casting perfetto, dando al personaggio una figura non canonica, non ordinaria, espressiva al massimo proprio nella sua scarsa volontà di trasmettere passioni. Eppure Jones è stata più un simbolo (viene definita in un episodio, non senza tono sprezzante, una “feminist vindicator“) che una paladina, la cui incisività è rimasta più nell’immaginario che nella rilevanza delle sue storie.

E dunque facciamolo, in breve, un bilancio di questo universo Marvel-Netflix che qui salutiamo né più né meno con tutti i suoi pregi e in tutti i suoi difetti: il progetto, coraggioso c’è da dire, era quello di opporre allo strabiliante mondo cinematografico di supereroi performanti compassati, un sottobosco di personaggi minori, travagliati, più umani e danneggiati che altro. Il cieco Daredevil, l’ex galeotto Luke Cage, lo sprovveduto Danny Rand, l’efferato Punisher e appunto la refrattaria Jessica Jones: delle loro vicende probabilmente ci rimarrà poco, eppure è stato intrigante accarezzare possibilità narrative in cui essere eroi è più che altro interrogarsi su temi fondamentali come moralità, giustizia e mortalità. Difficile però dire che ci mancheranno, almeno fino al prossimo reboot.

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