Come la Luna ci ha conquistati

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La Terra vista dalla Luna (foto: Nasa/Newsmakers)

di Patrizia Caraveo

A mezzo secolo dalla conquista della Luna da parte degli astronauti dell’Apollo 11, proviamo a riesaminare il nostro rapporto con la Luna per chiederci se non sia il caso di cambiare prospettiva. In altre parole, siamo stati noi a conquistare la Luna o è stato il nostro splendente satellite a conquistare noi?

Questa è la tesi che sostengo nel mio libro Conquistati dalla Luna (Raffaello Cortina Editore), dove propongo una panoramica di tutti gli ambiti che ci vedono conquistati dalla Luna. Parto dall’astronomia, passo per l’arte e la fantasia, arrivo all’astronautica e allo studio dell’origine della Luna, per approdare alla cronaca, che vede la Luna tornare prepotentemente alla ribalta.

Certamente, a giudicare dalle notizie di questi ultimi mesi, stiamo vivendo un periodo di rinnovato interesse per la cara vecchia Luna. Tutte le agenzie spaziali, affiancate anche da facoltosi imprenditori privati, fanno piani per riportare robot e astronauti (uomini e donne) sulla Luna. Io lo chiamo rinascimento lunare, anche se mi sembra che i piani che leggo manchino ancora di un ingrediente fondamentale: il budget necessario per trasformare le idee in potenti razzi, stazioni orbitanti intorno alla Luna, moduli di allunaggio, villaggi lunari.

Quando John Kennedy, nel maggio 1961, appena dopo il volo di Gagarin, lanciò la grande sfida di portare uomini sulla Luna e riportarli a casa sani e salvi prima della fine della decade, convinse il congresso a quadruplicare il budget della Nasa, che era stata creata nel 1958. Guardando il grafico di come sono evoluti i finanziamenti dell’ente spaziale americano nei suoi poco più di sessant’anni di storia, ci rendiamo immediatamente conto che il picco corrispondente alla preparazione del progetto Apollo non si è più ripetuto. Oltre a contenere, in azzurro, il budget che ogni anno il congresso assegna alla Nasa (sono miliardi di dollari, normalizzati al valore del dollaro nel 2009), il grafico riporta una riga rossa che rappresenta il rapporto tra il budget della Nasa ed il Pil Usa. Fa impressione vedere che negli anni Sessanta la corsa allo spazio aveva assunto una priorità tale che la Nasa riceveva il 4,5% del Pil federale Usa.

Un investimento maggiore di quello dedicato allo sviluppo delle armi nucleari. I risultati si sono visti e 12 astronauti americani hanno camminato sulla Luna, raccogliendo 382 kg di campioni di suolo lunare che ci hanno fatto capire che la Luna è un pezzo di Terra, staccata poche centinaia di milioni di anni dopo la formazione del sistema solare da un mega impatto cosmico.  Il programma Apollo è finito nel dicembre 1972, i russi hanno continuato fino al 1976 con le missioni di raccolta automatica di campioni lunari e con l’esplorazione con rover a controllo remoto.

Sono dovuti passare 14 anni prima di vedere un’altra missione (giapponese) in orbita intorno alla Luna e 37 prima che la Cina facesse allunare la sua missione Chang’e 3. Adesso abbiamo capito che la Cina, ultima arrivata tra le potenze spaziali con ambizioni lunari, fa terribilmente sul serio. A inizio gennaio hanno fatto qualcosa che nessuno aveva mai nemmeno osato immaginare: allunare sulla faccia nascosta del nostro satellite, in un profondo cratere che viene esplorato dal rover Yutu2.

Il panorama lunare ripreso dal lander Chang’e, del quale si vedono i pannelli solari) mentre il rover Yutu 2 si allontana (foto: Wikimedia Commons)

Chang’e 4 è una missione tecnicamente difficile: deve essere gestita attraverso un satellite ripetitore posto al di là della Luna, e testimonia la grande capacità dei cinesi che sono determinati a portare i loro tachionati sulla Luna.

Questa prospettiva ha dato la sveglia al programma di ritorno alla Luna della Nasa, già delineato da una direttiva del dicembre 2017 del presidente Trump, che aveva così voluto cancellare il programma di esplorazione di Marte voluto da Obama.

La dicotomia Luna-Marte è una costante nel programma Nasa che, da almeno vent’anni, oscilla tra i due, seguendo le preferenze delle amministrazioni che si succedono alla Casa Bianca.

Cinquant’anni dopo il primo tentativo fortunosamente riuscito, andare sulla Luna non è diventato né più facile né meno costoso. Occorrono ingenti investimenti che andranno a detrimento del programma marziano, da molti visto come l’unico, vero programma di esplorazione.

Dieci anni fa, in occasione del 40esimo anniversario del primo allunaggio umano, Wired aveva chiesto a mio marito Giovanni Bignami di fare il guest editor del numero del luglio 2009 dedicato alla Luna. Nanni non era una persona dalle mezze misure e aveva scritto un articolo dal titolo Non voglio mica la Luna dove dava 10 buone ragioni per lasciare perdere il ritorno alla Luna (allora caldeggiato dal presidente GW Bush) in favore di Marte.

Patrizia Caraveo (foto: Gerald Bruneau)

In quell’occasione aveva intervistato Buzz Aldrin, il secondo essere umano ad avere camminato sulla Luna che era stato ancora più esplicito e aveva detto cose interessanti.

Bignami: Parliamo del futuro. La Nasa obbedisce agli ordini di Bush (finora più o meno confermati da Obama) e dice di voler tornare sulla Luna. Servirà alla esplorazione?

Aldrin: Il ritorno che la Nasa adesso pianifica sulla Luna non è esplorazione…

B: Davvero ? Ma allora, che senso ha oggi, per gli Stati Uniti, tornare sulla Luna?

A: Ripeto, andare sulla Luna, oggi, vuol dire fare dello sviluppo, non della esplorazione. La mia visione è molto più ampia, ed è la somma di esplorazione, più imprenditoria privata, più sviluppo di satelliti a propulsione solare e più anche turismo spaziale.

[…]

B: Insomma, tra poco più di vent’anni su Marte. Non c’è tempo da perdere…

A: No, e proprio per questo gli Usa devono dire chiaro che non torneranno sulla Luna. Almeno finché i nostri partner internazionali non abbiano dimostrato di avere le stesse capacità che avevamo noi alla fine del progetto Apollo. Gli Usa devono invece fare della vera esplorazione, nuova, al di là della Luna.

L’indomito Buzz Aldrin non ha cambiato idea, ma, avendo capito che l’amministrazione Trump vuole assolutamente tornare sulla Luna prima che lo facciano i cinesi, ha ammorbidito la sua posizione dicendo che, tutto sommato, andare sulla Luna (magari con un occhio a Marte) è meglio che non andare da nessuna parte.

Secondo i piani originali dell’amministrazione Trump, il ritorno alla Luna non doveva essere una missione “a bandiere e impronte”, con veicoli usa e getta utilizzati per brevi esplorazioni, per poi tornare subito a casa. La nuova strategia lunare prevede la costruzione un una piccola stazione spaziale in orbita lunare alla quale è stato dato il nome di Gateway, un cancello che apre il cosmo all’esplorazione umana, dove gli astronauti faranno base prima di effettuare spedizioni sulla superficie lunare in moduli di atterraggio simili a quelli dell’era Apollo. A differenza dei vecchi lander, però, questi sarebbero riutilizzabili e quindi molto più convenienti sul lungo periodo. La chiamano la soluzione camper, in attesa che si trovi il modo di costruire delle infrastrutture lunari.

Secondo le previsioni attuali, il primo componente del Gateway, spedito da razzi senza equipaggio, potrebbe essere mandato in orbita intorno alla Luna nel 2022. Nel 2023 un equipaggio farebbe il primo volo di prova sull’Orion, circumnavigando la Luna e tornando indietro, come fece Apollo 8.

Il test circumlunare, per il quale Elon Musk ha già venduto i biglietti ai primi turisti interplanetari, sarà il passo necessario per cominciare ad abitare, nello stesso anno, la stazione Gateway. Poco dopo, si potrà pensare di atterrare sulla superficie lunare. Con questo metodo, la Nasa pensava di portare astronauti sulla Luna entro la metà del prossimo decennio, per gli ottimisti entro il 2026; per gli altri, non prima del 2028.

Naturalmente, per poter ricoprire il proprio ruolo di base lunare, il Gateway avrà bisogno di molti componenti che saranno fornite dalle agenzie spaziali che già collaborano alla stazione spaziale internazionale.

Schema del Gateway  con evidenziato il contributo delle varie agenzie spaziali (fonte: Esa)

Oltre al modulo per la propulsione, q quello per l’attracco e alla camera di compensazione per le attività extraveicolari, che saranno aggiunti al modulo abitativo, servirà un modulo per andare e tornare dalla superficie della Luna con o senza equipaggio. Molte di queste attrezzature sono ancora in fase di progetto. Quello che serve è, soprattutto, un lanciatore abbastanza potente per trasportare tutto questo materiale. Lo Space Launch System, l’erede del Saturn V,  insieme alla capsula per il trasporto degli astronauti Orion, sono in programmazione più o meno costante dal 2004, quando GW Bush propose il primo ritorno alla Luna.

Non più tardi dell’11 marzo, l’amministratore della Nasa, Jim Bridestine, parlando a Cape Canaveral, davanti al modello della capsula Orion, aveva annunciato un nuovo probabile ritardo nello Space Launch System. Ciononostante, complice il 50enario dell’Apollo 11 e i successi del programma lunare cinese, il vicepresidente degli Stati Uniti, parlando il 26 marzo allo National Space Council che era riunito allo Space and Rocket Center in Alabama, ha dichiarato che gli astronauti americani devono tornare sulla Luna entro 5 anni utilizzando tutti i mezzi necessari. Pazienza se il Gateway sarà incompleto; pazienza se bisognerà usare un altro lanciatore: gli americani, che sono stati i primi a camminare sulla Luna nel ventesimo secolo, devono essere i primi a rifarlo nel ventunesimo (altrimenti lo faranno i cinesi).

La Nasa deve dimostrare coraggio e accettare un’altra sfida che è, più che altro, di natura economica.  Con un budget annuale di circa venti miliardi di dollari, la Nasa ne destina solo metà alle esplorazioni umane. Solo metà di questa metà può essere usata per il programma lunare, perché il resto serve per le operazioni a supporto della Stazione spaziale internazionale. Anche potendo contare sulla collaborazione (a pagamento) di industrie private, con 5 miliardi di dollari all’anno non si torna sulla Luna per l’ottimo motivo che non esiste un modo low-cost per portare in sicurezza astronauti sulla Luna.

Nel suo discorso di marzo il vicepresidente non ha parlato di finanziamenti, tuttavia era inevitabile che i nodi venissero al pettine. La Nasa ci ha messo circa due mesi a quantificare l’aumento necessario per l’accelerazione lunare e la Casa Bianca ha chiesto al congresso un aumento del finanziamento di 1,6 miliardi. A giudicare da quello che si legge, la proposta è stata accolta in modo un po’ freddino, soprattutto perché prevede di pescare questo finanziamento aggiuntivo dal fondo destinato all’aiuto degli studenti bisognosi. Il Congresso (a maggioranza democratica) ha fatto sapere che troverebbe più ragionevole prendere questi fondi dal budget destinato alla creazione della Space Force, un’altra delle idee di Trump. Qualche esponente politico di peso ha anche fatto notare che non è stato ben spiegato perché la presidenza Trump abbia deciso di accelerare il ritorno alla Luna, né quali sia il costo totale del piano del ritorno alla Luna chiamato Moon 2024. Resta il fatto che 1,6 miliardi sono una cifra troppo modesta per finanziare un programma di queste dimensioni, gli esperti pensano che il costo vero potrebbe essere intorno a 8 miliardi all’anno per 5 anni.

Forse per questo il 9 maggio Jeff Bezos si è fatto avanti offrendo l’aiuto della sua Blue Origin che ha messo a punto un lander chiamato Blue Moon.  Se avete qualcosa da spedire sulla Luna, è possibile che Amazon possa aiutarvi a risolvere i vostri problemi.

Modulo di allunaggio Blue Moon (foto: SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

I trasporti lunari potrebbero diventare un lucrativo campo d’azione per industrie private che hanno vinto contratti con la Nasa per il trasporto di strumenti nei prossimi anni. Tra il 2020 ed il 2022 potremmo assistere a diversi allunaggi di sonde private. Speriamo che abbiamo più fortuna di Beresheet, la prima sonda israeliana totalmente finanziata con fondi privati, che ha avuto un problema ai motori durante la manovra di allunaggio e si è schiantata. Dagli errori si impara moltissimo, d’altronde, e la squadra israeliana non vede l’ora di riprovare. Sono “conquistati dalla Luna”.

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