I cambiamenti climatici porteranno più guerre nel mondo

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Portatori d'acqua nel conflitto in corso nella Repubblica Democratica del Congo (Photo credits: ALEXIS HUGUET/AFP/Getty Images)
Portatori d’acqua nel conflitto in corso nella Repubblica Democratica del Congo (foto: ALEXIS HUGUET/AFP/Getty Images)

Una delle conseguenze del riscaldamento globale è il conflitto. Non tanto tra i negazionisti e la comunità scientifica, ma tra intere fasce di popolazione. Beninteso, nella storia umana una delle cause principali delle guerre è stata la scarsità delle risorse, da sempre; a provocarla spesso è stata la situazione climatica e ambientale. La novità in tempi recenti sono però soprattutto la velocità con cui il clima sta cambiando e l’innalzamento delle temperature globali.

Un gruppo internazionale di ricercatori ha pubblicato su Nature uno studio che mira a tirare le somme del fenomeno. Il titolo è piuttosto esemplificativo: “Il clima come fattore di rischio per i conflitti armati”.

Un rischio noto

È da parecchio tempo che questa correlazione è oggetto di studio. Come fanno notare gli autori del paper, negli ultimi dieci anni il rapporto tra variabilità del clima e conflitti armati organizzati è noto. Tuttavia si sono usati vari metodi di ricerca e diversi dataset. non c’è quindi un accordo su quanto questo rischio sia incisivo, e soprattutto prevedibile.

Diciamolo subito: nemmeno questo studio può fornire numeri certi. I fattori in gioco sono tanti, troppi. Ma analizzando anche la maggior parte della letteratura scientifica sull’argomento sono giunti ad alcune conclusioni. Che non sono per nulla rassicuranti.

Gli scenari

Partiamo dall’obiettivo principale dell’Accordo sul clima di Parigi. Facciamo finta che la temperatura media globale possa aumentare solo di 2°C rispetto ai livelli preindustriali. In questo caso si stima che la probabilità del rischio di un aumento dei conflitti nel mondo sia minore del 13%.

Se invece non troveremo soluzioni per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, si arriverà verosimilmente a un aumento di 4°C. Se le temperature globali saliranno a quel livello, si stima che i conflitti armati aumenteranno del 26%.

Ma a questo punto possiamo fare veramente qualcosa? Se si aumentano sostanzialmente gli investimenti per ridurre l’inquinamento, forse sì. Nel primo caso la probabilità di ridurre il rischio di conflitti sarebbe del 67%; nell’altro scenario questa probabilità scenderebbe al 57%.

Stime verosimili

Attenzione, però: le precedenti sono stime che si basano su modelli. Ciò significa imporre dei vincoli a una realtà imprevedibile, per poter fare i calcoli. I valori ipotetici prevedono che la società mondiale continui con gli attuali livelli di sviluppo socioeconomico, ed è questo il motivo per cui le stime variano tra i singoli esperti.

Bisogna quindi considerare quelle percentuali come una sorta di stima media. Nel caso di un aumento delle temperature di 2°C le stime variano dallo 0 al 15%; in quello invece di un aumento delle temperature globali di 4°C rispetto ai livelli preindustriali, la situazione sarebbe decisamente tragica. Secondo i più ottimisti, la probabilità di un aumento dei conflitti sarebbe del 10%; stando ai più pessimisti aumenterebbe del 50%.

La ricerca ha coinvolto gli 11 esperti tra i più citati dalla comunità scientifica di riferimento. Non solo scienze ambientali ma anche politiche, economiche e geografiche.

È chiaro infatti che l’argine o lo stimolo alla violenza è multifattoriale: guerre e violenza derivano dalle disuguaglianze sociali, dall’operato dei governi e dallo sviluppo socioeconomico, tra le altre cose. Ma il riscaldamento globale è un fattore di importanza nevralgica. Influendo sulla reperibilità delle materie prime, sulle migrazioni e sulla violenza degli eventi atmosferici, non può che creare tensioni (per usare un eufemismo).

I dati però confermano che nella storia umana i cambiamenti climatici che stiamo vivendo non hanno precedenti. Gli autori dello studio ricordano anche un altro fattore che fa aumentare i conflitti sociali: la mancanza di chiarezza e comunicazione dei rischi legati alle emissioni di gas serra. In altre parole, mettere la testa sotto la sabbia è ancora peggio.

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