Le leggende metropolitane su Chernobyl

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I resti di un cane trovato dentro un ospedale di Pripyat mesi dopo il disastro (foto: Igor Kostin/Sygma via Getty Images)

La guerra fredda dovrebbe essere finita, ma a giudicare dalle reazioni alla serie Chernobyl di Hbo le braci sono ancora vive sotto la cenere. Se in occidente lo show è talmente seguito e commentato che il disastro del 1986 è tornato d’attualità, in Russia è motivo di indignazione, al punto che il Paese pensa di produrre una contro-serie con la sua versione dei fatti.

Oggi come allora, il disastro di Chernobyl si sviluppa in più dimensioni. Quella scientifica, che tratta di questioni come il design del reattore e le conseguenze del disastro, non può mai essere separata da quella politica e mediatica. La serie parla al presente mostrando il rapporto tra potere e (dis)informazione del pubblico, e anche se qualcuno vorrà vederci una conferma retroattiva alla narrazione di comodo sui troll russi™, basterebbe ripassare quello che è successo a Fukushima, in un paese libero e in tempo di pace. Ma c’è anche un’altra dimensione da esplorare in merito a questo disastro: quella del folclore. L’incidente continua a vivere anche nelle leggende metropolitane, nelle teorie del complotto, nella spiritualità e persino nell’umorismo che si è sviluppato dal 1986 a oggi.

I mostri

Da qualche anno si parla molto del ritorno degli animali a Chernobyl. La zona di esclusione, che si estende per 30 chilometri intorno ai resti della centrale, sarebbe diventata un paradiso naturale, nonostante le radiazioni. Per i radioecologi è una visione un po’ semplicistica, nel senso gli animali sono tornati perché manca l’essere umano, ma questo non significa che la radioattività non abbia effetti sull’ecosistema.

Ma se l’immagine del paradiso naturale fa scalpore forse è anche perché dopo il disastro sono nate leggende su nuove specie mostruose, figlie delle mutazioni causate dalle radiazioni. In un capitolo di Exploring the Cultural History of Continental European Freak Shows and ‘Enfreakment’ (2013),  la ricercatrice ucraina Eugenia Kuznetsova spiega che nei cinque anni successivi al disastro le leggende sui mostri nati nelle inaccessibili zone hanno colmato il vuoto informativo imposto dai media di stato. Dopo la dissoluzione dell’Urss i mostri si sono trasferiti nei tabloid (Kuznetsova ricorda storie di creature immortali a quattro occhi accompagnati da foto sgranate). E poi i mutanti di Chernobyl sono diventati protagonisti di trasmissioni televisive sensazionalistiche, quelle sugli alieni e paranormale per intenderci. La Russia post-sovietica cadde in una deformitomania, e si organizzavano addirittura delle mostre sui mostri creati da Chernobyl, anche se in realtà le collezioni comprendevano qualunque tipo di reperto mutante fosse abbastanza freak, indipendentemente dalla sua natura.

I mostri di Chernobyl sono però una leggenda internazionale, una paura collettiva da esorcizzare che alimenta libri, film, canzoni, ma anche umorismo. Esiste un’ampia letteratura sulle barzellette di Chernobyl, e una dice qualcosa del tipo:

Nipote: “Nonno, è vero che c’è stato un incidente nucleare nel 1986?
Nonno: “Vero figliolo“, risponde accarezzandogli la testa.
Nipote: “Ed è vero che non c’è stata nessuna conseguenza?
Nonno: “Vero, figliolo“, accarezzandogli l’altra testa. Entrambi scodinzolano.

Il nostro Vernacoliere invece…

Il picchio

La teoria del complotto del picchio di Chernobyl ricorda molto quella del compianto Haarp. Il picchio era il soprannome dato a un segnale radio intermittente identificato nel 1976. Proveniva da un potente radar militare, chiamato Duga, costruito in Ucraina per rilevare il lancio di missili balistici. I sovietici ovviamente non intendevano condividere questi dettagli col resto del mondo, ma divenne comunque chiaro che il picchio era opera loro e che era un sistema radar.

Dal 1989 nessuno lo ha più sentito, ma oggi chi fa turismo nella zona di esclusione può fotografare la gigantesca antenna che sorge vicino a Chernobyl. E se il Duga e il disastro fossero collegati? L’inevitabile teoria del complotto afferma che il disastro nucleare fosse un modo per coprire il fallimento di Duga, che era un prototipo voluto (dice la teoria) dal ministro delle comunicazioni Vasily A. Shamshin. Avrebbe fatto in modo che accadesse per evitare un’ispezione che lo avrebbe rovinato.  Questa tesi priva di basi e logica è stata lanciata dal film Il complotto di Chernobyl (2015), ma sul Duga i complottisti hanno anche ricamato teorie sul controllo mentale e del clima.

Il ponte della morte

Quanto è storicamente accurata la serie Hbo? Se ne è già parlato molto e il consenso sembra essere che, al netto delle licenze artistiche (dopotutto, non è un documentario), Chernobyl sia stata realizzata con molta cura. Una delle eccezioni che sono state evidenziate è la trattazione del cosiddetto ponte della morteNel primo episodio si vede un gruppo di persone di Pripyat (ora città fantasma) che guarda l’incendio alla centrale da un ponte ferroviario. Prima dei titoli di coda del quinto episodio verrà mostrato il ponte e si leggerà che “è stato riportato” che nessuno degli spettatori di quel giorno è sopravvissuto.  Ora quel posto è chiamato ponte della morte.

In questo caso distinguere tra leggenda e realtà è un terreno scivoloso. Il ponte della morte è generalmente considerato una leggenda metropolitana perché, sebbene alcune persone si fossero davvero raccolte lì a guardare l’incendio, non sappiamo cosa poi sia successo loro. Ma come spiega Kim LaCapria nel suo approfondito fact-checking, è sicuramente falso che tutti siano morti, dal momento che sono sopravvissute persone anche più esposte. Allo stesso tempo si può comprendere come la coltre di segretezza possa avere favorito, ancora una volta, la nascita e la diffusione di questa voce. Chernobyl non mente quando informa i telespettatori che il drammatico epilogo del ponte “è stato riportato”, ma date le circostanze vale quanto un “si dice che”.

L’assenzio dell’Apocalisse

Non c’è anno in cui qualche predicatore non preannunci la fine dei tempi: possiamo immaginare quale sia stato l’impatto di quel disastro a guerra fredda ancora in corso. Poteva essere un caso che Chernobyl, in ucraino, significasse assenzio, nominato nell’apocalisse di San Giovanni? Si trattava ovviamente di una profezia. Il New York Times ne parlava già a luglio del 1986 citando un anonimo scrittore russo (ateo), scrivendo che in Urss erano già in tanti ad aver notato l’associazione. La voce arrivò anche in Italia, più volte ne scrisse Alberto Moravia, ma a parte la dubbia affidabilità sui segni della fine dei tempi, in questo caso è la botanica a mettersi sulla strada della fine del mondo. Chornobyl (Chernobyl in realtà è la versione russa di una parola ucraina) è il nome comune per la pianta Artemisia vulgaris, che cresce abbondante nella regione. Sebbene appartenga allo stesso genere e sia molto simile, non si tratta dell’assenzio (Artemisia absinthium) che in ucraino ha tutt’altro nome: polyn.

L’isola degli immortali

Sull’isola greca di Gavdos vive dal 1997 un gruppo di persone in gran parte arrivate dalla Russia. Tra di loro ci sarebbero dei sopravvissuti di Chernobyl, che è anche il motivo per cui è nato il gruppo. Secondo un reportage pubblicato su Worldcrunch il fondatore, volontario nei soccorsi, è uno scienziato che racconta di essere stato esposto a una dose letale di radiazioni. Un medico gli aveva dato delle pillole e un indirizzo di Mosca a cui andare a farsi visitare, ma lui sapeva che non sarebbe servito. Si stabilì invece in un villaggio russo, e lavorando e bevendo vodka sarebbe riuscito a disintossicare il suo corpo. L’uomo sarebbe stato poi raggiunto da altri scienziati, e si sarebbe formato un gruppo affiatato che cominciò a ragionare su come il potere della mente cambiava i corpi: con la filosofia giusta, pensavano, si poteva raggiungere l’immortalità. Ora sono una ventina e vivono su Gavdos, continuando a elaborare questa religione nata dal disastro.

Sull’esistenza de i russi, come sono chiamati sull’isola, non ci sono dubbi. Su di loro è uscito un documentario e sono stati scritti diversi articoli giornalistici, anche se per ora sembra che nessuno studioso si sia occupato di questa comunità. Ma la loro presenza ha già dato vita alle prima leggende.  Si dice che siano venuti su Gavdos per curarsi dalle radiazioni, o che siano spie al soldo della Cia o, specularmente, del Kgb. Secondo qualcuno starebbero addirittura costruendo un tunnel sottomarino diretto in Libia.

In un certo senso è probabile che l’immortalità se la siano già guadagnata.

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