La notizia della guerra tra Stati Uniti e Iran è fortemente esagerata

0
50
Questo post è stato pubblicato da this site
(foto: Majid Saeedi/Getty Images)

Da qualche mese il mondo sta assistendo al progressivo deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Iran, una dinamica fatta fin qui di prove di forza e azioni dimostrative e che a partire dal maggio 2018 ha trasformato il Golfo Persico nello scenario di una vera e propria escalation di tensione.

Alle radici della crisi c’è ancora una volta l’aggressiva politica estera di Donald Trump, che nel corso del suo mandato presidenziale ha reintrodotto le sanzioni a carico di Teheran, ritirando di fatto gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore Barack Obama. A poco più di un anno da quella decisione, la posta in palio sembra oggi molto più alta di allora e gli osservatori internazionali temono una possibile destabilizzazione della regione, che porterebbe con sé costi enormi in termini di vite umane e di danni collaterali all’economia. Un conflitto che per tante ragioni sarebbe molto diverso da qualsiasi altro scenario bellico del recente passato, ma che non è necessariamente vicino come potrebbe sembrare.

Cosa sta succedendo nel Golfo

L’ultimo episodio in ordine di tempo ad aggravare le tensioni tra Stati Uniti e Iran risale al 20 giugno scorso, giorno in cui il comandante delle Guardie rivoluzionarie Hossein Salami ha annunciato l’abbattimento di un drone spia americano intercettato nello spazio aereo della repubblica islamica. La ricostruzione, oggi supportata anche dalla Russia, non deve però aver convinto appieno l’amministrazione americana, che a stretto giro aveva predisposto un’azione militare contro l’Iran, poi annullata dal presidente Trump a dieci minuti dalla sua piena attuazione.

La dinamica dell’operazione è stata raccontata – circostanza ben poco convenzionale – dallo stesso Donald Trump su Twitter, che ha spiegato come l’attacco avrebbe potuto provocare la morte di 150 persone, un sacrificio umano che avrebbe reso la risposta americana assolutamente sproporzionata rispetto all’offesa di Teheran. Il presidente degli Stati Uniti non ha comunque lasciato correre quella che a Washington viene considerata una provocazione inaccettabile e nella giornata di lunedì ha annunciato una serie di nuove sanzioni a carico dell’Iran.

L’incidente del drone seguiva di una settimana esatta un altro significativo momento di crisi nei rapporti tra i due stati, quello seguito all’incendio delle petroliere Front Altair e Kokuka Courageous nel Golfo dell’Oman, le cui circostanze non sono ancora state ufficialmente chiarite, ma che fin dal primo momento gli Stati Uniti hanno considerato un “attacco ingiustificato” condotto dall’Iran, diffondendo video e foto per comprovare l’accusa. In generale, dato il complicato risiko di alleanze nella regione, nell’ultimo anno Stati Uniti e Iran si sono ritrovati più volte su fronti opposti di conflitti locali, il più delicato dei quali riguarda le sorti dello Yemen, dove l’Iran sostiene i ribelli Houthi.

Quindi siamo vicini a una guerra?

Le nuove sanzioni all’indirizzo della Guida Suprema Ali Khamenei – che Donald Trump ha confuso con l’ayatollah Khomeini, morto nel 1989 – e del ministro degli Affari esteri Javad Zarif sembrano al momento aver chiuso ogni possibilità di risoluzione diplomatica della crisi, come ha confermato il governo di Teheran, che nella giornata di martedì è tornato ad attaccare l’operato della Casa Bianca per mezzo del presidente Hassan Rohani, definendolaaffetta da ritardo mentale”.

Il presidente degli Stati Uniti non sembra al momento intenzionato a provocare né ad assecondare una escalation militare, come ha dimostrato nella gestione della crisi del drone. Secondo quanto riporta il Daily Beast, Donald Trump sarebbe anzi spaventato dal calo dei consensi che un intervento militare diretto provocherebbe, convinzione che sarebbe maturata dopo un colloquio privato con il conduttore di Fox News Tucker Carlson, fortemente contrario all’utilizzo della forza nello scenario iraniano.

Dall’altra parte Trump deve vedersela con le pressioni dei Repubblicani al Congresso, che chiedono una risposta decisa all’abbattimento del drone, e soprattutto con Mike Pompeo e John Bolton, rispettivamente segretario di stato e consigliere per la sicurezza nazionale, considerati tra i falchi dell’amministrazione. Più volte Trump è stato descritto come un personaggio lunatico ed eccessivamente umorale, caratteristica che può risultare una variabile impazzita in questo delicato gioco di equilibri.

C’è infine una questione decisamente più pragmatica e ha a che fare con le conseguenze economiche sul breve termine di un eventuale conflitto nel Golfo Persico. Come evidenzia il sito della Cnn, la più grande vulnerabilità degli Stati Uniti – e al contempo la principale leva diplomatica dell’Iran – è il prevedibile effetto domino che un intervento militare provocherebbe su tutti i conflitti locali della regione. La destabilizzazione dell’area mediorientale avrebbe enormi ripercussioni sull’economia globale – basti pensare agli effetti sull’estrazione e sulla distribuzione di petrolio – e con un’Unione Europea incapace di parlare con una sola voce sui temi di politica estera, il rischio per gli Stati Uniti sarebbe quello di un complessivo isolamento internazionale, che la confinerebbe all’interno di un’alleanza con Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

In un recente rapporto pubblicato a fine maggio, l’American Federation of Scientists ha calcolato che un intervento degli Stati Uniti in Iran costerebbe – in base alla sua entità e rilevanza – tra i 60 e 3mila miliardi di dollari e secondo Vincent Lauerman, uno dei più importanti analisti al mondo di dinamiche energetiche, il prezzo del petrolio aumenterebbe fino a raggiungere la quota record di 250 dollari al barile (durante l’invasione dell’Iraq il prezzo non superò i 140 dollari).

Numeri spaventosi, potenzialmente in grado di costare la rielezione a Donald Trump, ma anche di regalare all’Iran un piccolo tesoretto di potere contrattuale spendibile sui tavoli internazionali, come sottolinea Mahjoob Zweiri, direttore del Centro Studi sul Golfo alla Qatar University, che ad al Jazeera spiega: “L’Iran vuole spingere la comunità internazionale ad intervenire, a fare pressione sugli Stati Uniti. Qualsiasi tipo di conflitto nel Golfo comprometterebbe l’economia, la stabilità e il livello di sviluppo dei paesi coinvolti”.

Trump starebbe insomma conducendo la sua strategia “di massima pressione” nei confronti dell’Iran, ma senza alcuna voglia di mettere tutte le fiches sul tavolo, in ossequio ad alcune sue convinzioni personali, ma soprattutto per motivi di mera convenienza politica. “Tutti vogliono un Iran più debole” conclude Zweiri “ma nessuno vuole la guerra. Il prezzo sarebbe troppo alto”.

 

The post La notizia della guerra tra Stati Uniti e Iran è fortemente esagerata appeared first on Wired.