E quindi, perché la Sea Watch non è andata altrove?

0
146
Questo post è stato pubblicato qui
La Sea Watch 3 arriva a Lampedusa (foto: AFP/Getty Images)

Martedì 27 giugno il vicepremier e capo politico del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio ha criticato duramente la decisione di Carola Rackete, capitano della Sea Watch 3, di infrangere il divieto d’ingresso nelle acque territoriali imposto dal governo italiano ed entrare nel nostro paese. “Siamo diventati ormai il palcoscenico del Mediterraneo”, ha scritto Di Maio in un post su Facebook. “Come mai la Sea Watch neanche prova più ad avvicinarsi alle coste maltesi o alle coste greche? Semplice, a Malta come in Grecia non fa notizia. Hanno preferito restare 14 giorni a largo delle nostre coste anziché chiedere a La Valletta, Madrid o Atene lo sbarco”.

Di Maio non è il primo né l’unico politico a domandarsi cosa ci sia dietro la decisione delle ong di portare i migranti in Italia. Lo fa regolarmente anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che da ore sta attaccando con epiteti e insulti la capitana e l’organizzazione che rappresenta.

Partendo dal presupposto che i meri dati degli arrivi suggeriscono che non è vero che tutti i migranti arrivano in Italia, la risposta è piuttosto semplice. Il nostro paese occupa una posizione centrale nel Mediterraneo, è vicino alla Libia – da cui partono regolarmente i migranti – è più attrezzata ad accoglierli di Malta – che è sì più vicina (333 km contro i 350 di Lampedusa) ma ha una superficie di 316 km², pari allo 0,10% di quella italiana – e tutela il rispetto dei diritti umani più della Tunisia, che non ha una legislazione d’asilo completa.

La scelta della Sea Watch 3

Come dichiarato dalla Sea Watch 3 in un tweet del 12 giugno scorso, quel giorno la ong ha soccorso 52 migranti (i 42 che ancora oggi si trovano a bordo della nave, più i dieci che sono sbarcati nei giorni scorsi per ragioni mediche) al largo della Libia, precisamente a 47 miglia da Zawiya.

Il diritto internazionale e quello della navigazione impongono a qualsiasi nave compia un’operazione di salvataggio in mare di sbarcare quelle persone in un “porto sicuro”, ovvero in un territorio vicino a livello geografico e dove il rispetto dei loro diritti umani è garantito. Il tutto, dopo aver chiesto e ottenuto il permesso dal governo di quel paese.

I porti sicuri più vicini al punto in cui la Sea Watch 3 ha soccorso i migranti erano quelli della Tunisia, di Malta e dell’Italia. Quelli della Libia non possono essere considerati tali: le Nazioni Unite e altri organismi internazionali hanno accertato più volte una violazione sistematica dei diritti umani sul suolo libico.

Nel momento in cui scriviamo, sappiamo che la ong aveva chiesto un porto sicuro all’Italia, che le era stato rifiutato. Non è chiaro se si fosse rivolta anche a Tunisi e a La Valletta; di certo, c’è anche il fatto che la Sea Watch 3 non è rimasta per 14 giorni (tanto è durato lo stallo in mare) ferma nello stesso punto ma si è mossa, come dalla rotta di navigazione che ha fatto il giro del web.

I problemi dello sbarco a Malta e in Tunisia

L’autorevole rivista di geopolitica Limes fa notare che in Tunisia manca una legislazione completa sul diritto d’asilo, motivo per cui “l’accesso alla procedura di protezione in Tunisia è limitato e privo di sufficienti garanzie di tutela legale e appello”.

La rivista sottolinea anche che Malta non ha ratificato gli emendamenti alle convenzioni sulla ricerca e il salvataggio marittimo, Sar e Solas, adottati nel 2014.

Le ong esitano a chiedere un porto a La Valletta anche perché è piccola, ha pochi abitanti, il quintultimo Pil d’Europa e, in proporzione, ha ricevuto molte più richieste di protezione internazionale rispetto agli altri stati europei.

Ciononostante, non è vero che le ong non ci vanno: alcune ong in passato non hanno esitato a chiedere a Malta e Tunisia un porto sicuro. Lo ha fatto, per esempio, un altro comandante della Sea Watch, che lo scorso 28 gennaio si è rivolto a Tunisi dopo aver soccorso 47 migranti. I suoi tentativi sono però stati vani.

E l’Olanda?

In questi giorni, Salvini e Giorgia Meloni, tra gli altri, hanno chiesto più volte perché la Sea Watch non facesse rotta in Olanda, lo stato di bandiera della nave della ong. A questo proposito, Salvini ha anche scritto una lettera al suo omologo dei Paesi Bassi Kajsa Ollongren e addossato responsabilità al governo di Amsterdam.

Ma ci sono vari motivi per cui l’Olanda non è intervenuta: il primo, più immediato, è che gli stati che concedono bandiera non hanno obblighi particolari nei confronti delle imbarcazioni; il secondo è che l’Olanda non è responsabile per quei migranti – almeno non per le norme europee: le navi ong vengono considerate un’estensione del territorio del paese di cui battono bandiera e l’articolo 13 del trattato di Dublino stabilisce che, se “il richiedente asilo ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno stato membro”, quel paese è “competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”. E, come ha spiegato il controammiraglio Nicola Carlone della Guardia costiera italiana in un’audizione parlamentare alla Camera il 3 maggio del 2017, “Dublino si applica nel momento in cui si arriva a terra, Dublino non è applicabile a bordo delle navi. Il caso Hirsi lo dimostra”.

Il terzo motivo è che l’Olanda non è il porto sicuro più vicino. L’unico modo che la Sea Watch avrebbe avuto per arrivare ad Amsterdam sarebbe stato quello di attraversare tutto il Mediterraneo, oltrepassare lo stretto di Gibilterra e circumnavigare l’Europa dell’ovest. Il viaggio sarebbe stato molto lungo e l’imbarcazione avrebbe dovuto solcare l’Oceano Atlantico, che è molto più pericolo rispetto al Mediterraneo (che, per quanto esteso, è comunque un mare chiuso). Come ci ha fatto notare Francesco Floris, giornalista esperto di immigrazione, la Sea Watch non avrebbe potuto affrontarlo da sola e sarebbe dovuta essere scortata da alcune motovedette, come è successo nel caso dell’Aquarius. Il tutto, a un prezzo umano ed economico molto alto. “Ricordo quando sono andato a bordo anche io. Non c’era nemmeno lo spazio per muoversi”, ha detto a Wired. “Bisogna assolutamente riformare il trattato di Dublino e trovare una soluzione europea comune”.

I migranti arrivano tutti in Italia?

No. È vero che, per i motivi citati sopra, le Ong fanno spesso rotta verso il nostro paese, ma la rotta mediterranea non è che uno dei modi attraverso i quali i migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente raggiungono l’ Europa. Come mostra il sito dell’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, nel 2019 sono arrivate in Europa 34376 persone (il dato è aggiornato al 24 giugno). Di queste, solo 2447 sono approdate in Italia, per mare o via terra. In Grecia, invece, ne sono arrivate 17565 , in Spagna 12522 e a Malta 1048.

The post E quindi, perché la Sea Watch non è andata altrove? appeared first on Wired.