Li abbiamo mandati a morire in Libia?

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Nelle scorse ore un attacco aereo ha colpito il centro di detenzione per migranti di Tajoura a Tripoli, in Libia. Si parla di 40 morti e 80 feriti, ma i numeri sono destinati a crescere. Il governo di Serraj, riconosciuto dalle Nazioni unite, ha dichiarato che l’attacco è arrivato dalle milizie del maresciallo Khalifa Haftar, che da tempo sta portando avanti un’offensiva per la conquista di Tripoli. Un portavoce dell’esercito di Haftar ha però negato ogni coinvolgimento della sua fazione nell’attacco.
La Libia vive una situazione di caos interno ormai da anni e negli ultimi mesi sono ripresi gli scontri, soprattutto a Tripoli. Non è la prima volta che un centro per migranti della zona diventa un obiettivo dei bombardamenti. A fine aprile, ad esempio, è stato colpito il centro di Qaser Ben Gashir, con un bollettino di sei morti. Giorno dopo giorno proseguono poi i combattimenti in strada e gli attacchi alle infrastrutture, rendendo la quotidianità libica un inferno per tutti, migranti e locali. A questo vanno aggiunte le decine di report sulle condizioni dei migranti all’interno dei centri di detenzione, tra violenze fisiche e psicologiche, denutrizione, condizioni igieniche terribili e traffico di esseri umani in cui è coinvolta quella stessa guardia costiera libica con cui stati come l’Italia cooperano per bloccare i flussi migratori nel Mediterraneo.

Migranti morti tra le macerie del centro di Tajoura, bombardato il 3 luglio 2019 (Photo by Mahmud TURKIA / AFP) (Photo credit should read MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images)

È questo lo scenario descritto da molti, soprattutto nel governo italiano, come “porto sicuro”. Nelle scorse settimane, quando la Sea Watch 3 capitanata da Carola Lackete attendeva di poter entrare a Lampedusa, il ministro dell’Interno Matteo Salvini le intimava di tornarsene indietro, il porto di Tripoli aveva dato il suo ok all’accoglienza. Per il leader del Carroccio i migranti sulla nave, tra cui donne e minori, dovevano essere riportati in una città dove si bombardano i centri di accoglienza e dove in diversi quartieri si combatte da anni una guerra armata. Un contesto sicuro secondo il ministro, lo stesso che quotidianamente gonfia la bolla dell’insicurezza in Italia – dove i reati sono però in calo da anni – lanciando falsi allarmi propagandistici volti solo a fare presa sull’elettorato e sulle sue paure. Due pesi e due misure insomma, a mostrare il suo disinteresse per la vita umana, quella non italiana più che altro.

Il bombardamento delle ultime ore nel centro per migranti di Tripoli, a braccetto con la decisione del gip di Agrigento di non convalidare l’arresto di Carola Lackete, costituiscono invece due passaggi molto importanti nell’eterno dibattito sui porti chiusi-porti aperti. La Libia si conferma un porto insicuro, come d’altronde la comunità internazionale e l’Unione europea ripetono da tempo. La scelta della capitana di non riportare i migranti in quel caos, ma di forzare il blocco italiano e dargli accoglienza in Italia, diventa allora una mossa legittima. Come spiega la sentenza, la capitana ha adempiuto a un dovere: portare in salvo i richiedenti asilo soccorsi in mare. Rimandarli in Libia, come volevano i nostri ministri, non era la soluzione e le cronache delle ultime ore dal paese non fanno che confermarlo.

Come ha sottolineato Matteo Villa, a giugno la guardia costiera libica ha intercettato e riportato in Libia 1544 persone. Alcune di queste sono finite proprio nel centro di Tajoura e hanno perso la vita dopo l’attacco di ieri, altre subiscono violenze nei centri di detenzione sparsi in giro per il paese. Un ritorno all’inferno sostenuto logisticamente e finanziariamente anche dall’Italia. Nei prossimi giorni in Parlamento si voterà sul rifinanziamento delle missioni all’estero, compresi gli accordi Italia-Libia firmati dall’ex ministro Minniti. A questo punto non si possono chiudere gli occhi su quello che succede al di là del Mediterraneo. Di cos’altro abbiamo bisogno per capire che la Libia è un porto insicuro e che riportarci i migranti equivale, probabilmente, alla loro condanna a morte?

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