Annabelle 3 unisce L’apprendista stregone a Halloween

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Per creare e dare una forma semplice al terzo film di Annabelle sono stati usati due classici del cinema. Dismesse le sue caratteristiche base, la serie arrivata al secondo sequel di uno spin-off, cerca ora una nuova personalità e lo fa altrove. La storia veniva da L’evocazione, Annabelle è una bambola posseduta, uno dei molti artefatti che si trovano nella casa degli occultisti al centro di quel film, un oggetto che hanno tenuto dopo uno dei casi risolti e che sta lì con loro perché solo così è al sicuro. Abbiamo visto nel primo spin-off un caso che l’aveva al centro, e nel secondo la sua origine, dove e come sia stata maledetta. Ora tocca invece ad una storia autoconclusiva, senza conseguenze per la saga, che ha più punti in comune con la storia di L’apprendista stregone che con gli altri film della saga.

Ci sono due babysitter che badano alla figlia dei Warren (la coppia di occultisti realmente esistiti), le due sanno bene chi sono i Warren, sanno bene che in quella casa c’è una stanza piena di artefatti maledetti, sanno bene che non devono immischiarsi ma siccome una è bionda e ligia l’altra è bruna, istintiva, passionale e incapace di resistere di fronte ai propri desideri. La seconda scatenerà la minaccia, libererà forze incontrollabili e pericolosissime che nondimeno andranno contenute prima che i Warren ritornino a casa.

Se da una parte la parabola dell’apprendista stregone dà forma alla struttura base, è il classico cinema slasher a essere usato per le protagoniste. Una storia di baby sitter in pericolo rimanda subito ai classici (da Halloween in poi), adolescenti con problemi da adolescenti, lasciate sole e in balia della minaccia. Arriverà anche un tenero, sfigato (e ignaro) spasimante di una delle due a dare una mano ma il film è palesemente al femminile. Le vittime sono ragazze, la bambina da proteggere è femmina, femminile è anche la minaccia (cioè Annabelle) e l’unico uomo coinvolto non sarà propriamente un eroe che risolve ma più una spalla.

Col terzo film la saga passa dunque ad un altro livello, abbassa l’asticella della tensione e crea un divertissement con una trama pretestuosa (storie di figlie che si sentono in colpa per la morte dei padri) e una buona sequenza di trovate di paura. Con un pretesto che è pura “casa dell’orrore”, cioè il fatto che dentro quell’abitazione tutte insieme si sono scatenate diverse presenze, l’idea alla base di Annabelle è un po’ svilente per la saga. Il fatto che dei ragazzi sconfiggano i demoni che i Warren a fatica hanno trovato, rinchiuso e reso innocui lungo anni e anni, inevitabilmente riduce e minimizza il pericolo di queste presenze. Non ne perderà di smalto il franchise, ma di certo è un livello di revisionismo abbastanza risibile.

Al netto di tutto ciò però Annabelle 3 è un buon esempio dello stato di salute dell’horror contemporaneo. Perché anche il terzo sequel di uno spin-off fa ancora bella mostra di molte idee, ha una capacità non male di lavorare su paura e tensione. Anche se tira in ballo veramente il livello zero dei “mostri” (un uomo lupo, il diavolo in persona con le corna da caprone, una sposa con coltellaccio in mano), lo stesso Gary Dauberman, esordiente alla regia ma già sceneggiatore di It e dei precedenti capitoli della saga di L’evocazione, mostra un’evidente volontà di trovare il suo concetto di paura invece di replicare quello di qualcun altro.

Non è mai stato chiaro quale fosse il pubblico cui si rivolge Annabelle, la bambola che mette paura già solo per come è stata creata e vestita e che non abbisogna di film molto sofisticati per funzionare, qui evidentemente si cerca per la prima volta di abbassare l’età, di creare un punto d’entrata alla saga (che di certo non si ferma qui) buono per adolescenti e preadolescenti (tra i molti). Tuttavia invece che farlo senza rispettarli il film lo fa proponendogli un intreccio semplice, personaggi semplici e messa in scena sofisticata al pari di quel che la saga ha fatto fino a questo punto.

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