Ecco perché la Cassazione ha deciso di vietare la vendita di cannabis light

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(foto: Claudio Furlan/ LaPresse)

Si torna a parlare della sentenza della Cassazione che lo scorso 30 maggio ha stabilito che vendere prodotti derivanti dalla cannabis light è un reato. Secondo i giudici della Corte, che poche ore fa hanno depositato la sentenza, questa attività è illecita indipendentemente dal contenuto di Thc (il principio attivo) della merce, poiché rientra nella fattispecie di reato contenuta nel Testo unico sugli stupefacenti del 2016 e non è possibile escludere che inflorescenze, olio e resina (un estratto alcolico) abbiano un effetto drogante.

Le motivazioni

I giudici scrivono nella sentenza: “La commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della legge n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002”.

Gli unici prodotti che si possono ottenere, vendere e comprare sono quindi “alimenti e cosmetici, …semilavorati quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, …il materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati, le coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati o destinate al florovivaismo”.

Che succede ora

La sentenza della Cassazione ha dei contorni molto precisi ma non decreta la fine dei negozi di cannabis light, almeno non nell’immediato. Secondo i giudici, infatti, “si impone l’effettuazione della puntuale verifica della concreta offensività delle singole condotte, rispetto all’attitudine delle sostanze a produrre effetti psicotropi”. Il magistrato chiamato a prendere una decisione su un caso simile, non può cioè condannare il commerciante a priori. Deve prima valutare la reale “efficacia drogante” dei prodotti.

Secondo alcuni, questa discrezionalità è un problema. “Questa sentenza non spiega nulla, anzi rende ancora più confuso il quadro generale non tenendo in minima considerazione oltre trent’anni di studi scientifici”, ha spiegato Carlo Alberto Zaia, il legale che si è occupato della difesa nel procedimento da cui ha avuto origine il caso su cui si è poi espressa la Cassazione. Il problema più grande secondo Zaia riguarda i sequestri: per stabilire l’efficacia drogante o meno di un prodotto bisognerebbe infatti controllare tutta la merce. “È un principio giuridicamente sbagliato perché come già stabilito in passato da altri tribunali si dovrebbe sequestrare una campionatura dei prodotti”, ha concluso.

Insomma, per parlare di un’eventuale chiusura dei cannabis shop – auspicata, tra gli altri, dal ministro Matteo Salvini – è ancora presto.

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