Perché Casellati non vuole dibattere sulla presunta trattativa Lega-Russia

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Maria Elisabetta Alberti Casellati (Foto: Roberto Monaldo/LaPresse)

Le vicende di questi giorni sulle presunte trattative fra Lega e faccendieri russi per garantirsi ricchi finanziamenti del Cremlino al Carroccio tramite giri di posta legati a forniture di petrolio, riportate alla luce dall’audio di Buzzfeed ma già esposte nel dettaglio da diverse inchieste dell’Espresso e da due libri firmati da giornalisti di quel settimanale mesi fa, proiettano al centro della scena il Parlamento italiano.
Già, proprio quel Parlamento che fuori da ogni progetto organico di riforma istituzionale sarà presto messo a dieta di ben 345 parlamentari: secondo la terza lettura di una legge costituzionale approvata ieri al Senato – manca il quarto e ultimo passaggio alla Camera di settembre – i deputati diventeranno 400 dagli attuali 630 e i senatori 200 dagli attuali 315. Si restringono gli spazi di democrazia: non perché non si possa essere d’accordo sul taglio dei parlamentari ma perché fatto in questo modo significa solo comprimere i raggruppamenti parlamentari e renderli più controllabili, ad esempio marginalizzando i gruppi più piccoli.

Tornando al colloquio dell’hotel Metropol di Mosca, sempre ieri la presidente di palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, spiegava di aver dichiarato inammissibili una serie di interrogazioni parlamentari delle opposizioni sul tema, presentate nei mesi scorsi, in quanto “il Senato non può essere il luogo del dibattito che riguarda pettegolezzi giornalistici”. Di più: Casellati, mentre i senatori del Pd chiedevano anche che il ministro dell’Interno Matteo Salvini riferisse in aula sulle presunte tangenti internazionali a base di petrorubli, ha spiegato che “le vostre interrogazioni, che io ho letta una per una, usano il condizionale e non fanno riferimento a fatti. Per me la richiesta è inammissibile”.

Un Parlamento che da sempre discute qualsiasi cosa, con interrogazioni dedicate negli anni ai temi più idioti e surreali (dai risultati delle partite di calcio al compenso di qualche conduttore passando per le scie chimiche o la “carreggiata a due corsie sulla strada provinciale che collega Pizzolungo con San Vito Lo Capo”), non trova sensato affrontare la più grave inchiesta giornalistica degli ultimi anni che rischia di travolgere il principale partito di governo.
Non basta. Il Parlamento rimane centrale perché lo scorso autunno, proprio a Montecitorio, con un emendamento al cosiddetto decreto Spazzacorrotti, proprio la Lega tentò di eliminare il divieto di finanziamento ai partiti da parte di uno Stato estero. Più avanti, nell’aprile scorso, ci sarebbe infine riuscita all’interno del decreto Crescita, dove a quel divieto sarebbe stata applicata una deroga all’articolo 43 (“Alle fondazioni, associazioni e comitati non si applica”, si legge) parzialmente schermata da un controemendamento dei 5 Stelle.

Non necessariamente i due fatti – uno presunto, la trattativa e il finanziamento illecito di cui non si hanno prove, e l’altro abortito ma poi ripescato pochi mesi fa – devono essere in collegamento. Certo a distanza di mesi, e con i materiali di queste settimane in mano, ogni tassello si colloca al proprio posto: quell’emendamento, il 7.23, venne infatti presentato proprio all’indomani dell’incontro registrato al Metropol della capitale russa di cui fu protagonista Gianluca Savoini, giornalista, ex portavoce, “nazista” come definito dai suoi ex colleghi e superiori della Padania e faccendiere di Salvini per i rapporto col Cremlino e col partito di Vladimir Putin, Russia Unita, onnipresente a tutte le missioni moscovite del vicepremier fin da quando era eurodeputato (assenteista). La procura di Milano, intanto, aveva aperto da mesi un fascicolo per corruzione internazionale, indagandolo.

Di punti politici di cui Camera e Senato dovrebbero discutere ce ne sono, eccome, cara presidente Casellati. Altro che “pettegolezzi”. Quegli emendamenti avevano un qualche collegamento con l’inchiesta in corso? Oltre a minacciare querele temerarie, il capo del Carroccio ha elementi utili a smentire quell’incontro? In Austria il vicepremier Heinz-Christian Strache si è dimesso lo scorso maggio, terremotando il governo nazionalpopulista, perché in un video registrato a sua insaputa manifestò la volontà di svendere gli asset del Paese a qualche presunto oligarca russo. Era tutta una messa in scena, una trappola (proprio come quella che vorrebbero i 5 Stelle con l’agente provocatore per la corruzione) ma a essere sanzionato fu l’atteggiamento, le parole, le scelte, la disponibilità alla trattativa, pure fasulla. In che modo la politica italiana intende affrontare queste rivelazioni? La presidente del Senato è tornata oggi sul punto, spiegando che valuterà “i nuovi fatti e le nuove richieste. Qui non è in discussione il lavoro e la professionalità dei giornalisti, per i quali ho grande rispetto”. No, infatti. Qui è in discussione la tenuta democratica di un Paese e la garanzia delle istituzioni che dovrebbero sostenerla, evidentemente inadeguate.

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