Giornata mondiale dello squalo, ecco le radici della nostra (irrazionale) paura

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1975, il pubblico in attesa di Lo squalo (Photo by Bettmann Archive/Getty Images)

Da alcuni anni molte associazioni per la conservazione della natura celebrano la giornata mondiale dello squalo, lo Shark Awareness Day, il 14 luglio. Non è facile risalire alle origini di questa campagna: negli Stati Uniti sembra esista in qualche forma almeno da metà anni Novanta, ma non è chiaro di chi sia stata l’idea. La data è sempre intorno alla metà di luglio, e probabilmente non è un caso che in questo periodo cada un altro avvenimento sugli squali popolare: la famigerata Shark Week di Discovery channel comincerà a fine mese.

Nonostante Discovery non manchi mai di ricordare anche la giornata degli squali, la sensibilizzazione su questi predatori, molti minacciati o in via di estinzione, è necessaria anche a causa del sensazionalismo degli show di questo genere.  Ma quando abbiamo cominciato a pensare allo squalo come a un mostro marino, e perché?

Jesey shore 1916, il primo panico

La storia comincia nel luglio 1916 sulle spiagge del New Jersey, che in quel periodo erano state prese d’assalto dai villeggianti in fuga da una spaventosa ondata di caldo. Dall’1 al 12 luglio ci furono 5 attacchi di squalo con 4 morti: ancora oggi non è certo di quanti individui si trattasse e di quale specie (probabilmente squali toro e, ovviamente, sua maestà lo squalo bianco). Al tempo però non tutti gli scienziati americani pensavano che gli squali fossero pericolosi. Se anche le nostre enciclopedie già parlavano della ferocia degli esotici pescicani, non esisteva un solo caso documentato di persone uccise nelle temperate acque della costa orientale. Si sapeva ancora così poco di loro che la reazione prevalente fu lo scetticismo. Le fauci dello squalo, dicevano, non avrebbero nemmeno potuto danneggiare un corpo umano. Anche per questo le autorità non presero subito decisioni drastiche, come chiudere le spiagge.

Gli scettici ovviamente si sbagliavano di grosso, ma una cosa è correggere la propria visione del predatore (gli attacchi di squalo all’uomo sono rari, ma esistono) un’altra è trasformarlo dal giorno alla notte in una macchina mangiauomini. Lo zoologo Frederic Augustus Lucas riconobbe di essersi sbagliato sugli attacchi, ma lo squalo responsabile doveva essere demente o matto. I giornalisti si precipitarono nel New Jersey a raccontare gli attacchi e la caccia allo squalo. I titoli a base di “mostro marino” e acque “infestate dagli squali”, fecero da volano a un panico che si propagò lungo le coste di New York e del New Jersey. Tra le teorie più strampalate affiorate durante l’isteria di massa, quella di un lettore del New York Times secondo cui quegli squali avevano assaggiato carne umana nei mari dove la Germania stava attaccando, e avevano poi seguito le navi, o gli U-boat, sperando in altra carneficina.

Staff of the Philadelphia Inquirer. [Public domain]

Ora pendeva una taglia sul mostro, e le cacce portarono a riva centinaia di animali presumibilmente estranei agli attacchi. Qualcuno usò anche la dinamite. L’epilogo fu la cattura, il 14 luglio, di un piccolo squalo bianco nel cui stomaco furono trovati resti umani. Gli attacchi cessarono, ma come detto oggi gli scienziati non sono ancora convinti che fosse l’unico responsabile. Nel frattempo, squalo era diventato sinonimo di cattiveria, e i vignettisti cominciarono a usarli nelle loro caricature.

1974-1975, Lo squalo

Peter Benchley, autore de Lo squalo (1974), ha negato che gli attacchi del 1916 siano stati la sua ispirazione per il libro. Nel film (1975) però è Cooper, l’oceanografo, a fare un parallelo con quel caso. In effetti le similitudini sono molte, a partire dal mostro. Perché anche se nel libro e nel film ci sono alcuni cenni sulla biologia degli squali, la creatura protagonista è più un antagonista soprannaturale che uno squalo come lo intendono oggi i biologi. Per esempio, come nel caso del 1916, questo esemplare è descritto come rogue shark, cioè un singolo individuo che, per qualche ragione, ha sviluppato una predilezione per la carne umana. In nessun caso è stato documentato un comportamento del genere. Anche guardando al caso del più grande attacco di squali della storia (ricordato in Lo squalo), quello ai naufraghi della Uss Indianapolis, gli attacchi agli esseri umani rimangono un’eccezione dettata dalle circostanze. In quel caso la nave era stata colpita da un siluro giapponese, dopo aver consegnato l’atomica, col risultato che più di 900 persone, molte ferite, si trovarono a galleggiare nel Pacifico. Solo 317 si salvarono da quell’incubo, ma non è vero che tutti gli altri se li erano mangiato gli squali, come recita Quint nel film, o almeno non da vivi. Il grosso del lavoro lo fecero ipotermia, disidratazione, e annegamento.

Lo stesso Peter Benchley disse in seguito che non avrebbe mai scritto un libro simile dopo aver imparato la realtà su questi animali, e dedicò il resto della sua vita alla loro salvaguardia. Perché Lo squalo ha cambiato il cinema, e probabilmente in alcuni ha acceso la curiosità di saperne di più sugli squali, ma ha anche avuto un impatto negativo su di loro e su quello bianco in particolare. Presentato come una macchina assassina se ne poteva solo aver paura, e spinse legioni di pescatori a cacciarlo per il solo gusto di portare a riva il proprio mostro-trofeo. Sia i conservazionisti che gli storici identificano l’uscita di Lo squalo come uno spartiacque che ha influenzato il nostro modo di vedere il mare. In particolare fornì ai giornalisti la sceneggiatura di riferimento per parlare degli attacchi. Anche in Italia l’uscita nell’ottobre del 1975 film fece scattare psicosi dopo avvistamenti di squali (per esempio a Civitavecchia e Genova) a partire dalla primavera successiva: sfogliando i giornali ci si imbatte in titoli come “Squalo nel Tirreno – Vacanze col brivido” (Corsera) corredati con foto di repertorio o, al massimo, piccoli squaletti uccisi.

2001, l’estate degli squali?

Nel 2001 c’è stato un altro caso di panico da squali, e questa volta possiamo vedere più in dettaglio come le redazioni affamate di notizie abbiano creato la caccia al mostro marino. A differenza del 1916 non c’erano scienziati impreparati, e in quel periodo era anche uscito il libro Close to the shore del giornalista Michael Capuzzo che faceva chiarezza sull’episodio. Non servì. Il 6 luglio del 2001 Jessie Arbogast, 8 anni, fu attaccato da uno squalo in Florida mentre nuotava. In suo soccorso arrivarono subito lo zio e un passante, che tirarono fuori dall’acqua sia l’animale, uno squalo toro di due metri, sia il bambino. Nell’attacco, l’animale gli aveva staccato un braccio, che fu poi riattaccato chirurgicamente. Tuttavia le condizioni di Arbogast, a causa della grave emorragia, rimasero a lungo critiche.

Non è vero che gli squali sentono una goccia di sangue a chilometri di distanza, quelli sono i media. Così, mentre i notiziari cominciavano una non-stop per seguire il difficile recupero del bambino, le redazioni facevano del loro meglio per pubblicizzare altri attacchi non letali avvenuti nelle vicinanze. Anche le migrazioni di squali osservate in Florida in quel periodo diventarono qualcosa da temere, cioè direttamente legata agli attacchi. Come scherzò Jon Stewart, per ognuno di quei 200 squali avvistati c’erano 6 reporter a parlarne. A fine luglio L’estate dello squalo era la storia di copertina di Time, e questo è il nome con cui da allora è ricordata. Solo gli attentati dell’11 settembre riuscirono a interrompere l’ondata di sensazionalismo, almeno per quell’anno.

Credit: STUART WESTMORLAND/ Time

Come dimostra il commento di Jon Stewart non c’erano dubbi che il panico in corso fosse costruito, ma divenne ancor più evidente in seguito: nel 2001 sia il numero di attacchi sia il numero di decessi erano inferiori a quelli dell’anno precedente.

Lentamente le cose sembrano migliorare. Persino Shark week, in particolare dopo la bufala del megalodon (che comunque torna periodicamente in onda) da qualche anno cerca di presentare gli squali in una luce più veritiera, almeno in alcuni dei documentari della rassegna. Forse, come è successo a Peter Benchley, prima o poi impareremo ad amare questi animali, giornalisti permettendo.

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