L’uomo accusato di traffico di esseri umani non c’entrava nulla

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L'uomo che si riteneva essere Medhanie Yehdego Mered, durante una fase del processo a Palermo il 14 febbraio 2019 (Photo credit: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)
L’uomo ritenuto essere Medhanie Yehdego Mered, durante il processo a Palermo, il 14 febbraio 2019 (fotot: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Per descrivere storie paradossali si usa spesso il termine kafkiano. Ma quella accaduta a Medhanie Tesfamariam Berhe ha parecchie cose in comune con Il processo di Franz Kafka. Innanzitutto perché di processo si tratta. E di una condanna, anche, scontata per circa tre anni e mezzo a fronte di un’accusa principale rivelatasi poi infondata: quella di essere un’altra persona. Il “boss della tratta dei migranti, come veniva definito il giorno del suo arresto in pompa magna, nel maggio 2016. 

Scambio di persona

Qualche giorno fa la Corte d’Assise di Palermo ha finalmente decretato ciò che si sosteneva da tempo: la persona arrestata nel 2016, “il boss della tratta” infatti non è Medhanie Yehdego Mered. Si chiama invece Medhanie Tesfamariam Berhe. Gli unici punti in comune sono una parte del nome e il fatto di essere entrambi africani.

La vicenda è stata scarsamente seguita a livello mediatico in Italia, mentre a livello internazionale si può notare il bel lavoro del Guardian. Ma ci sono ancora diversi punti da chiarire. Non è infatti una sentenza di assoluzione né una completa di ammissione di colpa da parte della Procura di Palermo. 

“Da parte della difesa è una vittoria quasi inesistente, ammette amaramente a Wired Danilo Spallino. Nel processo è stato il consulente dell’avvocato dell’imputato, Michele Calantropo, e grazie al suo lavoro di indagine sui social network si è stabilita una verità importante: dimostrando lo scambio di persona, è caduta l’accusa più grave per Medhanie Tesfamariam. Quella, cioè, di essere il grande criminale responsabile del traffico di esseri umani, così come era stato dipinto dalle autorità italiane. 

Tuttavia è stato condannato per favoreggiamento all’immigrazione. “Stando alla Corte, Tesfamariam Berhe avrebbe avuto contatti con altri immigrati”, questo avrebbe determinato la condanna, spiega Spallino. “Conosceva soggetti che sono stati trasportati dalla Libia e dall’Eritrea verso l’Italia. Non membri dell’organizzazione della tratta di migranti. Altri migranti, vittime di quella tratta, quindi”. 

Il periodo di carcere

La Corte si è riservata 90 giorni per depositare le motivazioni della sentenza. Nonostante ci sia stata la condanna, Tesfamariam Berhe è uscito di prigione: scarcerato con effetto immediato, come si dice in questi casi. 

Già, perché se un reato di questo tipo prevede cinque anni di carcere, con tre anni e mezzo di prigione già scontati sono stati superati i termini massimi di custodia cautelare. In realtà lo si può considerare libero, ma su di lui pende anche una misura di espatrio, come pena accessoria alla sentenza, quindi sarà sicuramente espulso dall’Italia.

Il Generale festeggia

Per la difesa, la beffa in tutto questo è che Medhanie Yehdego Mered, alias il Generale, esiste. È a piede libero in Africa. E sicuramente continua a organizzare il traffico dei migranti”, ci ricorda Spallino. “Durante la penultima udienza, l’avvocato Calantropo ha mostrato in aula un video recente. Si poteva vedere il vero trafficante durante una festa di matrimonio. In un’epoca successiva all’arresto dell’imputato”. 

La nota positiva è che almeno Medhanie Tesfamariam Berhe è finalmente riconosciuto per chi è veramente. Fondamentale, in questo senso, è stato il lavoro del consulente legale sull’analisi degli strumenti social. 

Tutto è partito da un’indagine basata sulle foto del Generale. Innanzitutto identificando il suo aspetto, sulla base delle dichiarazioni di chi lo aveva conosciuto personalmente. A quel punto sono stati individuati i due profili Facebook a lui collegati. Era importante riuscire a incrociare i dati riguardanti la geolocalizzazione dei due soggetti con gli indirizzi Ip. In questo modo si potevano determinare i loro spostamenti nel tempo. L’accesso ai log del Generale è avvenuto grazie alla collaborazione di Facebook: attraverso una rogatoria internazionale l’autorità giudiziaria ha potuto avere i dati necessari.

La geolocalizzazione non mente

“Siamo stati in grado di dimostrare che l’imputato non era e non poteva essere il Generale accusato di organizzare il traffico di migranti”, spiega Danilo Spallino. “Il soggetto e il suo smartphone non erano mai stati nei luoghi in cui venivano effettivamente organizzati i viaggi. Luoghi a cui faceva capo tutta l’organizzazione per il traffico di migranti”.

Il dispositivo, peraltro, veniva condiviso anche da altre persone. Ma dai dati emersi nessuno si è mai trovato nei posti incriminati, per così dire. Sono stati confrontati anche gli orari legati ai messaggi di WhatsApp e Viber, per un ulteriore raffronto e conferma.

Favoreggiamento di avverbio

L’intenzione della difesa è di andare avanti. Anche perché c’è un altro particolare che avrebbe del tragicomico, se confermato. “Rispetto alla decisione di condanna, il nostro imputato avrebbe favorito un certo Mesi, racconta Calantropo. “Il fatto è che il nostro traduttore sostiene che Mesi non sia un nome proprio associato a una persona, ma un avverbio temporale. L’ipotesi è che dopo l’errore di persona, un errore di traduzione abbia contribuito a un’accusa inconsistente.

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