In Russia c’è stato un misterioso incidente nucleare

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(foto: Минобороны России/YouTube)

Una storia che richiama in ogni suo dettaglio uno scenario da piena Guerra fredda. E che qualcuno fin da subito ha voluto affiancare all’incidente di Chernobyl del 1986 (nonostante in questo caso tutto faccia pensare e un evento molto più ridotto in termini di radioattività), soprattutto per il modo più che discutibile in cui si sta gestendo la comunicazione istituzionale e mediatica sull’accaduto.

Pur nei contorni estremamente incerti in cui la vicenda al momento si colloca, ciò che pare ormai certo è che nel nord-ovest della Russia la settimana scorsa ci sia stato un incidente che ha coinvolto materiale radioattivo, culminato in un’esplosione che ha ucciso diverse persone. E se pure queste informazioni, che di fatto sono solo il titolo di quanto accaduto, sono state rese note a giorni di distanza e in modo tutt’altro che esplicito, è facile immaginare quanto poco ancora si sappia dei dettagli di ciò che è realmente accaduto, probabilmente anche per ragioni di intelligence e militari. Abbiamo però raccolto qui di seguito, in ordine, quello che sappiamo mettendo insieme le varie fonti disponibili.

Le tre risposte semplici: chi, dove e quando

Perlomeno su questi tre aspetti non restano più grossi dubbi. L’incidente è avvenuto giovedì 8 agosto, nella zona della città di Arkhangelsk (Arcangelo in italiano), che si trova nel nord-ovest della Russia a qualche centinaio di chilometri dalla Finlandia. In particolare, l’esplosione sarebbe avvenuta nelle acque del Mar Bianco, al largo, in corrispondenza di un piccolo villaggio di nome Nyonoksa. L’area del Mar Bianco interessata è nota anche come Baia della Dvina, un altro nome che ricorre spesso nelle notizie su quanto accaduto.

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L’incidente è certamente avvenuto nell’ambito di un test scientifico-militare, in cui era coinvolta l’agenzia atomica russa Rosatom. Nello specifico, il test è stato condotto da un istituto nazionale di ricerca in fisica applicata di nome Rfnc-Vniiefr, un lunghissimo acronimo che sta per Centro nucleare della federazione russa – istituto di ricerca scientifica in fisica sperimentale di Russia. Proprio il coinvolgimento di queste istituzioni strategiche è probabilmente il motivo della scarsità di dettagli e informazioni su quanto accaduto, con notizie arrivate con il contagocce, con colpevole ritardo e spesso in modo vago e contraddittorio.

L’esplosione comunque è stata rilevata anche da 4 stazioni indipendenti che si trovano in territorio norvegese, a oltre mille chilometri da Arkhangelsk. Il tutto nell’ambito delle attività della Ctbto (Comprehensive nuclear-test-ban treaty organization) che si occupa proprio di monitorare l’esecuzione di test nucleari non autorizzati.

Cosa è successo? Una domanda difficile

Partendo dal bilancio in termini umani, negli ultimi giorni si sono susseguite una serie di stime sul numero di vittime. All’inizio si era parlato di 2 morti e almeno 6 feriti, poi il bilancio si è aggravato: dapprima 5 persone decedute, poi 7 persone, di cui 5 scienziati. Infine gli ultimi aggiornamenti parlano di 7 scienziati più un numero imprecisato di altri operatori rimasti uccisi, a cui si aggiungerebbero i feriti, di cui non si sa alcunché.

Non va molto meglio da punto di vista dell’entità dell’esplosione. Nella prima versione, davvero troppo vaga per significare qualcosa, le fonti ufficiali russe avevano parlato di una detonazione imprevista associata a una perdita di carburante a bordo di qualcosa di galleggiante, un’imbarcazione oppure una piattaforma. Dopo che si è manifestata l’evidenza di un picco di radiazioni nell’area circostante, però, le agenzie russe hanno precisato che il carburante non era quello dell’imbarcazione (come si sarebbe potuto dedurre dal comunicato precedente) bensì quello di un missile a carburante liquido, definito come “un sistema di propulsione che coinvolge isotopi”. Pur trattandosi di una fraseologia molto criptica, l’utilizzo di una parola dell’area semantica della fisica nucleare (isotopi) è stata interpretata come un’ammissione che l’incidente abbia riguardato il materiale coinvolto in una qualche reazione atomica.

Per il momento non sono note né la forza sprigionata dall’esplosione né le sostanze a bordo dell’imbarcazione, ma sono state fatte una serie di congetture su quale genere di test potesse essere in corso nel Mar Bianco. Un indizio considerato decisivo era la presenza, proprio nella acque della Baia della Dvina, della nave russa Serebrynka, che già in passato era stata utilizzata per trasportare il materiale necessario ad attivare un nuovo (e probabilmente non funzionante) missile russo a propulsione nucleare. A confermare i movimenti della Serebrynka sono state delle immagini satellitari.

Le due ipotesi ritenute più verosimili sono dunque che l’incidente abbia riguardato un generatore termoelettrico a radioisotopi, in pratica un sistema per produrre energia elettrica che funziona grazie al decadimento di isotopi radioattivi e che può essere istallato su satelliti o veicoli spaziali, oppure più probabilmente un prototipo di missile di nuova generazione, che si auto-alimenta in volo grazie a una reazione nucleare controllata, noto nell’ambiente militare come 9M730 Burevestnick (sul fronte Russo) oppure come Ssc-X-9 Skyfall (sul lato statunitense). In questa seconda ipotesi sarebbe esploso proprio il motore jet a propellente liquido, su cui però i dettagli sono molto carenti per via della segretezza del progetto.

Qualche rischio radioattivo

Nonostante tutti gli esperti concordino sul fatto che l’incidente non sia nemmeno lontanamente paragonabile a quello di Chernobyl per quantità di radiazioni, il tema della contaminazione radioattiva è ancora aperto. L’informazione più preziosa è stata diramata dall’amministrazione della città di Severodvinsk, poco più a est rispetto al punto dell’esplosione, che ha riferito di un’ondata anomala di radiazioni nella giornata dell’8 agosto. Il fenomeno sarebbe durato solo mezz’ora, con un’attività pari a 0,11 microsievert all’ora (μSv/h) e un picco a 0,6. Più elevata invece la stima di Greenpeace, che ha riferito di 2 μSv/h. Pur trattandosi di valori 20 volte più alti rispetto alla norma, e dunque indicativi di un’anomalia, la breve durata del fenomeno ha comunque mantenuto i livelli giornalieri di radioattività sotto il livello di guardia.

Ci sono però due elementi che lasciano qualche perplessità in più. Il primo è che il report di Severodvinsk è stato rimosso in fretta e furia dalla rete (ma ne resta comunque uno screenshot), e l’altro è la decisione di chiudere alla balneazione la Baia della Dvina per un mese, che potrebbe essere l’indizio di una contaminazione delle acque oppure della necessità di organizzare una qualche operazione di ricerca o di recupero. Nonostante molti abitanti nella regione siano corsi a fare scorta di pastiglie di iodio, utili per contenere parzialmente gli effetti delle radiazioni sulla tiroide, al momento non ci sono però notizie confermate di un vero rischio radioattivo, né in prossimità di Arkhangelsk né tantomeno nel resto della Russia o in Europa. Nemmeno la zona intorno alla baia sarà evacuata.

Una questione militare

A rendere ancora più complessa la raccolta di informazioni attendibili, come già accennato, è il fatto che l’incidente sia avvenuto con tutta probabilità nell’ambito di un progetto militare segreto. Come raccontato dal New York Times, la tecnologia bellica del Burevestnick è di particolare interesse in questi anni, poiché un missile a propulsione nucleare (più veloce e imprevedibile negli spostamenti, e soprattutto con una gittata potenzialmente globale) manderebbe in crisi gli attuali sistemi di difesa missilistica e rappresenterebbe un’arma molto difficile da contrastare. Proprio nello sviluppo di questa tecnologia, la base militare di Arkhangelsk sarebbe uno dei centri di ricerca più importanti.

Se da un lato Putin in persona nella conferenza stampa di fine 2018 ha annunciato che erano in corso ricerche in merito da due anni, dall’altro le forze militari statunitensi hanno riferito di aver già sperimentato una simile tecnologia, ma di averla poi abbandonata a causa di una serie di rischi e di test non andati a buon fine. Secondo fonti non ufficiali, infine, la Russia starebbe tentando di far funzionare il missile Burevestnick già dal febbraio 2018, e almeno 5 test (incluso quello di giovedì scorso) si sarebbero già conclusi con un fallimento. L’unico test di successo, raccontato in un video, si sarebbe invece dimostrato una messinscena.

Altri punti in sospeso

Al netto delle questioni coperte da segreto militare, sulle quali probabilmente non avremo mai ulteriori dettagli, restano molti elementi oscuri nella ricostruzione della storia. Secondo le comunicazioni ufficiali rilasciate dalle agenzie di stampa Interfax e Tass, per esempio, il picco di radiazioni registrato resterebbe di fatto “inspiegabile”, nonostante l’ammissione della presenza di materiale radioattivo.

Delle persone morte abbiamo una lista parziale: Alexey Vyushin, Yevgeny Koratayev, Vyacheslav Lipshev, Sergey Pichugin e Vladislav Yanovsky). Sappiamo che erano scienziati ai massimi livelli e sono stati definiti “eroi nazionali”,  mentre non si sa chi siano le altre persone coinvolte né che ruolo avessero. Per ora è stato detto solo che si stava lavorando “in condizioni estreme”. Ufficialmente, le ricerche di superstiti sono ancora in corso.

Infine, dato che non è nota la composizione del combustibile nucleare coinvolto nell’esplosione, oltre a non conoscere quali isotopi radioattivi potrebbero essere presenti non sappiamo nemmeno se ci possa essere stato uno sversamento di sostanze tossiche, come avrebbe invece confermato una fonte anonima.

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