50 anni da Woodstock: tutto quello che devi sapere

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Tre giorni di pace, amore e musica. Alzi la mano chi non ha mai sentito questo motto. È la frase che accompagna il mito di Woodstock, il festival musicale più famoso della storia, andato in scene a Bethel, una città di campagna nello stato di New York cinquant’anni fa, dal 15 al 18 agosto 1969. La Fiera della musica e delle arti di Woodstock, questo il nome completo della manifestazione, prende il nome dalla vicina cittadina di Woodstock, nella contea di Ulster, famosa per i suoi festival d’arte. Doveva essere una piccola manifestazione. Finì per richiamare almeno 400mila giovani. Ma, secondo alcuni, si arrivò a un milione di spettatori. Durò un giorno più del previsto, e fu condito da enormi dosi di cannabis e Lsd. I giovani accorsero in massa, e le strade furono bloccate per giorni.

Jimi Hendrix si esibisce a Woodstock, alle 9 del mattino.

Da uno studio di registrazione… a un festival

E pensare che, all’inizio, non doveva nemmeno esserci un festival. Tutto nacque dall’annuncio di John P Roberts e Joel Rosenman, due uomini d’affari che cercavano opportunità di investimento. Michael Lang e Artie Kornfeld inizialmente li contattarono con un’idea molto più semplice: uno studio di registrazione nella cittadina di Woodstock, in un posto tranquillo e lontano dalla città. Poi decisero di organizzare un festival: Roberts era titubante, ma poi decise di finanziarlo. Per lui era ancora una sorta di investimento. Ma ben presto Woodstock divenne un evento gratuito, quando gli organizzatori si resero conto che stavano arrivando centinaia di migliaia di persone, cosa che non avevano previsto. I biglietti venduti in prevendita erano 186mila…

Il Motel, l’allevatore e lo stagno

Inizialmente fu affittata un’area, il Mills Industrial Park, nella contea di Orange, ma fu presto abbandonata per le proteste degli abitanti, che portarono a far vietare il concerto, Così si ripiegò a Bethel: il festival doveva essere ospitato nella tenuta, di 15 acri, del motel El Monaco, ma ben presto si rivelò troppo piccola. Così ci si affidò a un allevatore del luogo, che affittò 6 acri del suo terreno a 75mila dollari. E, con altri 12mila dollari, si affittarono anche altri appezzamenti di proprietari del luogo. L’area era fatta da una specie di conca naturale che degradava fino a uno stagno. Il palco fu sistemato alla base del rilievo, con lo stagno sullo sfondo. Fu una cosa molto gradita dal pubblico di Woodstock, che usò lo stagno per fare il bagno. Ovviamente senza vestiti. Erano gli anni Sessanta, erano gli anni degli hippie, era Woodstock.

Joan Baez e quella notizia data dal palco

La prima giornata, quella di venerdì 15 agosto, era dedicata ai cantautori folk, e ad artisti che oggi verrebbero definiti musica etnica. Tra i folksinger spiccavano Joan Baez, che cantò, tra le altre, I Shall Be Released di Bob Dylan e We Shall Overcome, Era al sesto mese di gravidanza. E, su palco, raccontò che il marito, obiettore di coscienza, era stato arrestato. C’era Arlo Guthrie (cantò Amazing Grace). E c’era Ravi Shankar, storico suonatore indiano di sitar.

Il giorno di Janis Joplin e Sly And The Family Stone

Sabato 16 agosto le cose iniziarono a scaldarsi. Era la giornata di Santana, dei Canned Heat (che cantarono A Change Is Gonna Come di Sam Cooke). Ma soprattutto c’erano il blues struggente di Janis Joplin & The Kozmik Blues Band, una delle grandi protagoniste di Woostock (Try (Just A Little Bit Harder), Kozmic Blues, Piece Of My Heart e Ball And Chain nel suo set) e il funk irresistibile di Sly And The Family Stone (con pezzi come Everyday People, Dance To The Music e I Want to Take You Higher). C’erano i Grateful Dead e i Creedence Clearwater Revival (con il loro classico, Proud Mary, e il classico di Screamin’ Jay Hawkins, I Put A Spell On You).

4 am: suonano gli Who!

Ma era soprattutto la giornata degli Who. Anzi, la mattinata… del giorno dopo. Woodstock era così, si iniziava e non si sapeva quando si finiva, le esibizioni sforavano fino al mattino seguente. Così gli Who, la storia band inglese, finì per suonare alle 4 del mattino, con un set infuocato: tra le loro canzoni c’erano I Can’t Explain, Amazing Journey, Tommy Can You Hear Me?, Pinball Wizard, We’re Not Gonna Take It. Era uno di quegli eventi destinati ad essere magici: il sole stava giusto sorgendo mentre Roger Daltrey iniziava a cantare il coro di See Me, Feel Me. E poi Summertime Blues, Shakin’ all Over, My Generation, Naked Eye. Il set si chiuse con Pete Townshend che sbatteva più volte la chitarra sul palco, prima di gettarla tra il pubblico. Finita qui? No. Alle otto (!) del mattino salivano sul palco, a chiudere la “giornata” (la giornata precedente, si intende…) i Jefferson Airplane, simbolo della controcultura e della Summer Of Love di quegli anni: le loro Somebody To Love, White Rabbit, Volunteers sono nella Storia.

Pete Townshend e il leader hippie

A un certo punto del concerto degli Who, Abbie Hoffman, un leader hippie, strappò il microfono a Pete Townshend proprio dopo l’esibizione di Pinball Wizard. Si rivolse al pubblico e disse: “Penso che questo sia un mucchio di merda! Mentre John Sinclair marcisce in prigione!” (Sinclair era un poeta che era stato condannato a nove anni di carcere per aver offerto due spinelli a una poliziotta, e molti artisti, tra cui John Lennon, si erano mobilitati per lui). Townsend pensò bene di colpirlo con la sua chitarra. Più tardi si sarebbe detto favorevole alla liberazione di Sinclair, ma di aver picchiato Hoffman per l’intrusione.

Joe Cocker, con un piccolo aiuto dai suoi amici

La terza giornata, che in realtà saranno due, quelle del 17 e 18 agosto, è nel segno di Joe Cocker, uno degli artisti grazie al quale Woodstock è passata alla Storia. Interprete puro, grande voce graffiante e potente, porta sul palco Just Like A Woman e I Shall Be Released di Bob Dylan. Ma soprattutto, il brano che lo fa entrare nella storia, With A Little Help From My Friends dei Beatles, la seconda traccia di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, dove è cantato da Ringo. Un brano forse minore nel repertorio dei quattro di Liverpool, che Cocker stravolge e fa diventare un suo classico. Qualcosa che, come si dice, fa venire giù tutto. E infatti venne giù tutto: alla fine del set di Cocker arrivò un temporale che fece fermare per parecchie ore il concerto. Consegnando, ancora di più, Woodstock al mito.

Niente riprese, per favore

Su quel palco poi sarebbero saliti The Band di Robbie Robertson, con vari pezzi di Dylan (Tears Of Rage, This Wheel’s On Fire, I Shall Be Released) e il loro classico The Weight. E poi i Blood, Sweat And Tears Crosby, Stills, Nash & Young (alle tre del mattino!), con due esibizioni distinte, una acustica e una elettrica: Neil Young saltò quasi tutta la prima, e, durante la seconda, chiese di non essere filmato, perché, secondo lui, questo avrebbe distratto lui e il pubblico dalla musica.

Sua maestà Jimi Hendrix

Ma se dobbiamo identificare Woodstock con un artista, questo è Jimi Hendrix. La sua esibizione chiuse il festival. Hendrix aveva insistito per essere l’ultimo ad esibirsi, e avrebbe dovuto salire sul palco a mezzanotte: salì sul palco alle 9 del mattino di lunedì! Molti spettatori, che dovevano tornare al lavoro, si persero l’esibizione: lo videro solo 200mila persone invece che 500mila. Fu un’esibizione unica, la più lunga della sua carriera, due ore. E passò alla Storia anche per l’esecuzione di The Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano, suonato e stravolto con la sua chitarra elettrica: i suoni distorti, dissonanti, stranianti erano una chiara protesta contro la politica americana, la guerra in Vietnam e la violenta repressione delle proteste. Ma anche per Red House, che Hendrix continuò a suonare con cinque corde della chitarra, perché una si era rotta. E poi Fire, Foxy Lady, Voodo Child, Purple Haze e Hey Joe, che chiuse il concerto.

Chi c’è, c’è. E chi non c’è?

Dovevano esserci il Jeff Beck Group, ma la band si sciolse una settimana prima. Dovevano esserci gli Iron Butterfly, ma rimasero bloccati in aeroporto. Doveva esserci Joni Mitchell, ma il manager pensò bene di spedirla a uno show televisivo, e farle perdere l’appuntamento con la Storia. Fu fatto un tentativo con John Lennon per portare i Beatles: di fatto erano sciolti, ufficialmente no; ma Lennon avrebbe accettato solo a patto di far partecipare la Plastic Ono Band, il collettivo che aveva messo su con la compagna Yoko Ono. Ma non erano conosciuti, e l’organizzazione declinò. Bob Dylan rinunciò per la malattia del figlio, e per la confusione intorno a casa sua, che era proprio lì vicino. I Doors avevano guai con la legge, per gli atti osceni in concerto di Morrison che, tra l’altro, non voleva cantare in grandi spazi aperti. Così non se ne fece nulla, ma partecipò il batterista John Densmore. I Led Zeppelin dissero di no, per “non essere solo una delle band in scaletta”. I Jethro Tull dissero di no perché Ian Anderson odiava il mondo hippie e tutto quello che lo circondava, soprattutto le sostanze stupefacenti. No, Woodstock non era il posto per lui…

Pace, amore e musica: sì, ma i soldi?

In questa atmosfera pacifista e idilliaca nessuno parla mai di soldi. Eppure le star avevano i loro cachet, ed erano anche molto diversi fra loro. Indovinate chi fu il più pagato? Esatto, Jimi Hendrix con 18mila dollari. Poi i Blood, Sweat And Tears, 15mila, Joan Baez, 10mila, come i Creedence Clearwater Revival. The Band otttenne 7500 dollari, come Janis Joplin e i Jefferson Airplane. Sly And The Family Stone ne ebbero 7mila, i Canned Head 6500, gli Who solo 6250, e Crosby, Stills Nash & Young 5mila. I Grateful Dead ebbero 2500 dollari, e Joe Cocker 1375 dollari per entrare nella Storia. E Santana? Solo 750 dollari…

Woodstock 25 sì, Woodstock 50 no

La “mud fight” dell’edizione 1994 di Woodstock

Si sono tenuti spesso altri concerti in onore di Woodstock. Prima ogni dieci anni dal concerto, e poi in un’edizione speciale per i 25 anni, e una per i 50 anni. Nella Woodstock del 1994 suonarono, tra gli altri, i Red Hot Chili Peppers, i Cranberries, i Green Day e i Nine Inch Nails, i Primus, Peter Gabriel e il nostro Zucchero. Passò alla storia come “Mudstock” perché, ancora una volta, un temporale trasformò la zona in una pozza di fango, e diverse battaglie di fango vennero messe in atto, durante i set dei Green Day e dei Nine Inch Nails. Cancellato invece, dopo gli iniziali annunci, Woodstock 50, il festival per celebrare il cinquantesimo, che si sarebbe dovuto tenere in questi giorni.

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