Grandi storie di viaggio da leggere a Ferragosto

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(foto: Ian Waldie/Getty Images)

Ferragosto e i libri, un matrimonio difficile. È andata sicuramente molto meglio a quel classico del cinema che è Il sorpasso di Risi, racconto di un’avventura piccolo borghese nata per caso il 15 agosto del 1963, in pieno boom economico, tra lo spaccone Bruno e l’impacciato studente Roberto, che molti di noi sanno come va a finire. Si potrebbe anche menzionare il film Pranzo di Ferragosto, esordio di Gianni di Gregorio, delicato ritratto della solitudine cittadina – un vecchio cavallo di battaglia ferragostano, si pensi anche al primo episodio di Caro Diario di Moretti – che nel 2008 ha riportato in auge il dogma neorealista dell’uso di attori non professionisti.

Ma per i libri, per i romanzi, altra storia, altro campionato: a parte qualche giallo Sellerio del compianto Camilleri e di Antonio Manzini, ricordiamo a malapena altri esempi recenti, tranne forse quel racconto lungo Ferragosto, Addio!, uscito per la collana Einaudi di e-book I Quanti nel 2013 e scritto da Luca Ricci. L’autore pisano ambienta in un Ferragosto che segna il passaggio nostalgico alla fine dell’estate una storia di scoperta dell’età adulta del protagonista dodicenne, tra scorribande in ville sul golfo e l’incontro con una ragazza fatale. Chissà, qualcuno vorrebbe riprendere il distopico Ferragosto di morte di Cassola: romanzo tutt’altro che estivo e ferragostano, visto che racconta gli ultimi giorni di vita un personaggio scampato alle radiazioni di un’esplosione atomica.

Tutto mi andava male quell’estate e, come venne Ferragosto, mi trovai a Roma senza amici, senza donne, senza parenti, solo”, inizia così la storia ferragostana di Moravia nei suoi Racconti romani. Forse dovremmo rivolgerci proprio a quello che questa data ci lascia addosso, nel suo avverarsi e svanire: l’ultima possibilità di un’avventura, anche sia una gita fuori porta, prima di ritornare in città, nonché il piacere di aver viaggiato, di poterlo fare ancora. Ma ecco la domanda che sorge spontanea: esistono ancora autori capaci di farci godere il viaggio, di farci esplorare qualcosa di nuovo, nel mondo dominato da Google Maps e Instagram Stories? Chi sono i novelli Bruce Chatwin, i novelli Paul Theroux, un Evelyn Waugh all’altezza del suo Quando viaggiare era un piacere (Adelphi), un V. S. Naipaul e, perché no, dove sono gli eredi di W. G. Sebald – uno per tutti si consiglia Gli anelli di Saturno, straordinaria mappa di peregrinazione tra luoghi e vite dell’Inghilterra e non solo?

Sicuramente parte di quella vecchia schiera di moderni che ancora sapevano viaggiare alla ricerca di sorpresa è Annie Dillard, il cui Pellegrinaggio a Tinder Creek, tradotto in Italia da Bompiani pochi mesi fa, a seguito del già pubblicato Ogni giorno è un Dio (2018). Il libro potrebbe essere definito ironicamente, senza volerne sminuire il portato intellettuale, come il Libro della Gita Fuori Porta Meravigliosa: l’autrice – o meglio, l’innominato narratore – medita sulla giustizia divina e la crudeltà della nature esplorando ossessivamente la zona attorno al Tinder Creek, poco distante dalla sua casa, in un tono divagante, fatto di ripetizioni, accumulazioni poetiche, intrecciando riflessioni alla Thoreau sulla solitudine e la vasta e meravigliosa totalità naturale che ci circonda e muta. Merita davvero un’occhiata anche da sotto l’ombrellone: è così pieno di natura verdeggiante, da rinfrescare la mente e preparare all’autunno.

Sempre in casa Bompiani è uscito quest’anno lo straordinario I vagabondi della polacca Olga Tokarczuk, una costellazione, o meglio arcipelago, di racconti su e di viaggio (tra aeroporti, stazioni e territori inquieti), in un mix di autobiografia, camera oscura delle meraviglie e filosofia odoporetica che ridefinisce l’arte stessa del narrare. Rimanendo a est e nell’ambito mitteleuropeo, non possiamo non consigliare di seguire la casa editrice Keller e la collana di viaggio Razione K, che a partire dalla Mitteleuropa contiene soprattutto viaggi nei luoghi impervi della Russia.

Un’altra maestra contemporanea del girovagare, in un tono certo più ambientalista e politico, è sicuramente Rebecca Solnit, saggista americana e attivista oggi di culto, uscita in Italia per Ponte alle Grazie. Il suo recente Storia del camminare filosofeggia sull’arte del camminare, dalle marce di protesta ai pellegrinaggi, che molti scrittori europei hanno già reso celebre (il già citato Sebald compreso). Il libro in italiano non conserva la qualità del titolo originario: Wunderlust, termine tedesco composto da wandern (girovagare) + lust (desiderio, piacere).

Sempre in aria angloamericana non è da dimenticare la grande attenzione al viaggio di un autore come Geoff Dyer, romanziere e saggista britannico – quello di Amore a Venezia, morte a Varanasi – di cui è uscita per il Saggiatore una raccolta tra fiction e non-fiction dal titolo Sabbie bianche, in cui l’incontro dell’altro e lo spaesamento la fanno da padrone, tra lo Utah, il New Mexico, Los Angeles da un lato, e un’esotica Pechino dall’altro.

Il meraviglioso è remotamente conservato migliaia di chilometri, ma anche vicinissimo. Ce lo insegna, viaggiando quasi al modo dei collezionisti di esotiche chincaglierie, l’olandese Cees Noteboom. Non solo uscito per Iperborea con i suoi scritti di viaggio Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone, ma con un libro come il suo 533. Il libro dei giorni uscito appena questo luglio. A partire dalla sua casa di vacanze sull’isola di Minorca, l’autore intesse un diario vertiginoso di viaggi da fermo circondato da un mondo pullulante di animali domestici, ragni, piante, costellazioni nel cielo e echi dagli scenari politici nazionali (la Catalogna) e internazionali. Sempre per Iperborea è uscito da poco il libro di Monica Kristensen, esploratrice polare svedese, L’ultimo viaggio di Amundsen, il racconto fitto di mistero dell’ultimo viaggio al Polo Nord dell’esploratore Roald Amundsen, scomparso nelle operazioni di riscatto del dirigibile Italia, schiantatosi tra i ghiacci nel 1928.

E parlando di ghiacci, spostandosi sempre più sul lato del romanzo, non possiamo non ritornare nell’ambito della letteratura americana: leggete i due romanzi appena ripubblicati da minimum fax di William T. Vollmann, uno scrittore unico – e un po’ matto – capace di mettere a repentaglio la propria vita in mezzo ai ghiacci, seguendo le rotte dei moderni esploratori polari e interagendo con le popolazioni inuit pur di documentarsi per un romanzo come I fucili – parte di un ciclo di Sette Sogni sulla colonizzazione europea del continente americano che inizia con La camicia di ghiaccio (ripubblicato a marzo). Seguite l’autore, se volete leggere di viaggi fuori dall’ordinario non solo al freddo, ma tutt’altro che piacevoli: ai margini della società americani di reietti e prostitute, saltando con clandestini e homeless tra un treno merci e l’altro, oppure in uno spericolato giornalismo d’assalto tra i talibani che combattano contro i russi (Afghanistan Picture Show ovvero, come ho salvato il mondo, uscito per la compianta Alet nel 2003)

E in casa italiana che succede? Abbondiamo certo di scrittori camminanti, cicloamatori, viaggianti, per non dire paesologi come Arminio. I recenti libri di Enrico Brizzi – che ha dedicato al ciclismo e ai pellegrinaggi rigorosamente laici alcuni libri, tra i quali il particolare Il diavolo in Terrasanta. Viaggio per terra e per mare da Roma a Gerusalemme (Mondadori, 2019) – oltre che la meditazione camminante del poeta e narratore Luigi Nacci (si veda il suo Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, Laterza) sono alcuni degli esempi forse nati anche grazie alla fortunata collana di libri di viaggio Contromano di Laterza – senza dimenticare l’attività di case editrici dedicate anche al viaggio come Exòrma ed Ediciclo, solo per citarne due.

Ci confessano però una nostranità poco propensa all’esplorazione dell’esotico, e molto alla ricerca di una seppur cruciale e genuina filosofia della lentezza, a partire dal gusto per il luogo da conservare. Certo, esistono autori come Paolo Cognetti o Pietro Grossi che si richiamano per intenti al call of the wild di Jack London, ed è sicuramente una bella riflessione sulla fuga ad Oriente il recente romanzo di Paolo Pecere, La vita lontana (LiberAria). Forse una delle ultime prove originali sull’arte del viaggio ci è stata offerta da Giorgio Vasta con il suo Absolute Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet), un vero e proprio trattato narrativo scritto su di un fuoristrada in compagnia del fotografo Ramak Fazel, tra le città abbandonate d’America.

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