Il signor diavolo ha tutti i difetti degli horror anni ’70 e nessun pregio

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Esiste una certa aura mitologica intorno agli horror di Pupi Avati. Con La casa dalle finestre che ridono in testa, la modesta pattuglia di film realizzati tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80 ha generato un culto alimentato anche dal contrasto con quella che è stata la filmografia di Avati da lì in poi, decisamente lontana dai lidi della paura. L’altro Avati, quello di genere, gode di una benevolenza che negli anni è stata alimentata dall’effetto sorpresa di chi, di volta in volta, lo scopriva dopo aver conosciuto i film contemporanei. Di fatto i suoi, anche nei casi migliori, sono stati horror derivativi che avevano il merito di fondare un piccolo sottoimmaginario figlio di quello di Dario Argento ma ambientato nella campagna padana.

Che oggi, in anni di crisi del suo cinema e di fatica a trovare un posto in televisione, ma anche di grande fortuna del cinema di paura, torni a quel genere suona come un’operazione ben poco spontanea e ispirata. La visione del film conferma l’impressione. Il signor diavolo, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato l’anno scorso da Avati e pensato inizialmente per la televisione, è un fiacco tentativo di horror italiano, tutto piegato verso l’estetica e il linguaggio di 40 anni fa, assolutamente impermeabile ed estraneo ai cambiamenti trascorsi in queste decadi. Sembra un piccolo viaggio indietro nel tempo, per nulla piacevole e piuttosto inutile.

Nel 1952 un pesce piccolo della DC viene inviato nel veneto per insabbiare un caso che sta destando scalpore e potrebbe compromettere i risultati del partito in quella regione. È una storia tra presente e passato di possessione (forse), di strane tradizioni ma anche emarginazioni e omicidi. Tutto molto confuso e introdotto da una sequenza alla Dario Argento che parte molto bene e finisce molto male, piccola sineddoche di un film capace di trovare ambientazioni obiettivamente ottime e ben congegnate ma anche di rovinare tutto con quello che vi fa accadere.

Paradossalmente pure la struttura a flashback funziona, insomma non è la narrazione in sé il problema, è che Pupi Avati non crede minimamente a quel che sta raccontando, non ne ha nessuna paura e si vede. Come un mestierante mette in scena ciò che la sceneggiatura (scritta da lui con Antonio e Tommaso Avati) indica, affidandosi al fatto che generalmente certe idee e certe scene mettano paura, che il buio spaventi più della luce, che certi rumori dovrebbero suscitare orrore, che il dentista faccia ribrezzo a tutti e le deformità siano sempre portatrici di pregiudizi. Insomma si fida di alcuni assunti e non trova invece nelle singole situazioni gli anfratti di paura, i punti di vista, le immagini e le trovate che colgono di sorpresa o suscitano l’orrore là dove si annida davvero. Se non agita delle catene e non mette delle tende strappate mosse dal vento o dei fantasmi con il lenzuolone in testa è solo perché quello non è il suo immaginario di riferimento.

Il tutto ovviamente non è aiutato dalla scelta di un ritmo lento, probabilmente finalizzato a creare un mood molle, immobile e sottilmente teso, in realtà capace solo di svantaggiare un racconto a tratti confuso che avrebbe di certo beneficiato dell’opposto, di un ritmo coinvolgente ed incalzante. La storia della scoperta progressiva di cosa si annidi nella provincia padana, delle usanze arcaiche e dei costumi ancestrali regionali è ben poco clamorosa e soprattutto ha tutti i difetti del cinema horror anni ‘70 visto oggi e nessuno dei suoi pregi.

Datatissimo Il signor diavolo finisce per tenersi a fatica sul crinale del ridicolo più arriva a dover quagliare l’orrore. Fa bella mostra ad esempio di una library di suoni che si usavano negli anni ‘70/‘80 e oggi sono risibili, stranianti e fuori luogo. Oppure coinvolge in ruoli marginali nomi come Andrea Roncato, Cesare Cremonini, Alessandro Haber e Gianni Cavina, storici volti di film di Avati, completamente stonati se usati in questa maniera per così poco tempo. Non abbiamo modo di credere ai loro personaggi perché li vediamo un attimo e rimaniamo solo stupiti della loro presenza, identificandoli per chi sono più che per chi interpretano. L’unico possibile interesse è per gli storici del cinema.

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