Quand’è che abbiamo iniziato a dire “governo balneare”?

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Aldo Moro (a sinistra) e Mariano Rumor (a destra) / Wikimedia Commons

Come sarà ormai piuttosto chiaro anche ai neofiti delle cose di palazzo, la politica d’agosto non è sempre stata così avvincente e movimentata. Quella estiva è per definizione la stagione riservata alla sospensione dei lavori parlamentari – in teoria i giorni di ferie per deputati e senatori quest’anno sarebbero dovuti essere 38, a un soffio dal record assoluto del 2017 – allo spegnimento dei talk show e al recupero delle energie in vista dei fondamentali impegni di settembre, stesura della nota di aggiornamento al Def in primis.

Alcune volte le cose sono però andate diversamente e persino la politica, da materia complessa e mutevole qual è, ha vissuto le sue brevi infatuazioni estive. È il caso dei governi balneari, formula introdotta dalla cronaca parlamentare per designare quegli esecutivi battezzati tra giugno e agosto con l’unico obiettivo di durare fino ai primi freddi, ma che in un modo o nell’altro hanno finito per segnare indelebilmente la storia d’Italia.

In questi giorni la fortunata locuzione è tornata a dominare le pagine dei giornali dedicate all’attualità politica, come possibile soluzione alla crisi di governo innescata dal leader della Lega Matteo Salvini, e mai come in questa occasione, tra beach tour e conferenze stampa convocate negli stabilimenti balneari, sembra poter essere adatta allo scopo.

Il governo che fece il centro-sinistra

Come spesso accade in queste circostanze, nessuno dei protagonisti del primo governo balneare immaginava di aver dato vita al primo governo balneare. Lo scenario è quello, inquieto, delle elezioni politiche del 1963, formalmente vinte dalla Democrazia cristiana, ma con un risultato tutt’altro che incoraggiante.

Già da qualche tempo era in corso un lento processo di avvicinamento tra il partito centrista e i socialisti di Pietro Nenni, parte di un più ampio disegno politico messo in campo dal segretario Aldo Moro per giungere in tempi brevi alla creazione del cosiddetto centro-sinistra organico (e dunque diverso dalla precedente esperienza dell’esecutivo Fanfani III, nel quale i socialisti garantivano solo una benevola astensione).

Sul piatto, Moro aveva messo l’elezione a presidente della Repubblica di Antonio Segni, uomo dalle tendenze conservatrici e particolarmente gradito alla destra del partito, mentre dall’altra parte Nenni si era speso attivamente per la causa nella relazione introduttiva del XXXIV Congresso di Milano. La debacle elettorale della Dc, inoltre, aveva regalato un’insperata accelerazione all’intero processo: nel maggio del 1963 i tempi sembravano maturi per il varo del primo governo Moro, composto da esponenti di Democrazia cristiana, Partito repubblicano e Partito socialdemocratico italiano, e per la prima volta con la partecipazione attiva del Partito socialista.

Con una mossa ancora oggi molto discussa, però, il Psi si spaccò letteralmente a un passo dal traguardo. Dopo le consultazioni tra Nenni e il presidente Segni – passate alla storia per la frase “vedo cosacchi in piazza San Pietro” pronunciata dal secondo – il congresso socialista vide consolidarsi la maggioranza dei carristi, la fazione favorevole a proseguire il percorso di unità con il Pci, lontano dalle sirene di Moro. Al segretario della Dc non restò dunque che trarre le conclusioni della scelta socialista, rimettendo il mandato e aprendo la strada al primo governo balneare della storia repubblicana.

Il 21 giugno 1963 Giovanni Leone, dopo essersi dimesso da presidente della Camera e aver accettato l’incarico conferitogli da Segni, giurò sulla Costituzione come capo di un fragile governo monocolore Dc, la cui esperienza terminò poco più di 4 mesi più tardi. Ancora oggi tale periodo di decantazione viene considerato fondamentale per la nascita del centro-sinistra, che avvenne pochi giorni più tardi con il primo esecutivo a guida Moro, partecipato dal Partito socialista e con Pietro Nenni alla vicepresidenza del Consiglio.

I governi Rumor

A poco più di sei anni dalla sua prima attestazione, il re di tutti i governi di transizione tornò a fare capolino nelle cronache parlamentari. Questa volta l’ingrato compito di traghettare la legislatura verso tempi migliori spettò a Mariano Rumor, nel frattempo diventato segretario della Democrazia cristiana, ruolo dal quale provò a rassicurare l’elettorato democristiano moderato, spaventato dall’improvvisa svolta a sinistra.

Doroteo, vicentino e uomo-partito per eccellenza, Rumor prese in mano le redini del paese in uno dei momenti più bui e delicati della sua storia. Il secondo esecutivo da lui guidato ottenne la fiducia delle camere il 6 agosto 1969 e come nel caso precedente si trattò di un monocolore bianco, ponte ideale tra la fine del primo centro-sinistra sperimentale e il tentativo di riportarlo in vita, che sarebbe stato effettuato di lì a poco.

Il 9 agosto 1969, a meno di 72 ore dall’insediamento, il neonato esecutivo dovette però fare i conti con il terrore. Otto bombe, piazzate su sette convogli ferroviari, provocarono un totale di dodici vittime. E quello che era iniziato come poco più di un riempitivo si ritrovò così a dover gestire un paese sull’orlo della guerra civile. Le prime indagini portarono gli inquirenti sulle tracce di una presunta pista anarchica e ci vorranno anni, oltre che molte altre bombe, prima di riuscire a tirare i fili di quella che oggi conosciamo come una strategia della tensione progettata e attuata dall’estrema destra eversiva.

Mariano Rumor guiderà in tutto altri tre governi, di cui uno iniziato il 7 luglio 1973 e terminato dopo poco più di duecento giorni. La storia ricorderà almeno altri tre esecutivi balneari, guidati rispettivamente da Emilio Colombo (6 agosto 1970), Francesco Cossiga (5 agosto 1979) e Giovanni Goria (29 luglio 1987). Nessuno di questi avrebbe influito indelebilmente sulla storia d’Italia, ma per quasi tutti il compito si sarebbe rivelato ben più arduo rispetto alla semplice transizione cui erano originariamente destinati. Altro che infatuazioni estive.

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