Ecco la “Chernobyl dei ghiacci”, la prima centrale nucleare galleggiante

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Akademik Lomonosov
La Akademik Lomonosov (foto: Lev FedoseyevTass via Getty Images)

La prima centrale atomica trasportabile è pronta a mollare gli ormeggi. Si chiama Akademik Lomonosov e prima di salpare dal porto di Murmansk è stata verniciata di fresco con i colori della bandiera russa. Somiglia a una grossa chiatta su cui è stata installata una coppia di mini-reattori atomici da 35 megawatt. È diretta a Pevek, nel Mare della Siberia orientale, dove attraccherà al termine di una traversata artica di cinquemila chilometri.

Nucleare prêt-à-porter per piccole taglie

Nei piani della compagnia russa Rosatom, che l’ha costruita, l’Akademik Lomonosov aprirà la strada al mercato delle centrali atomiche di piccola taglia, più economiche e più facili da assemblare o da trasportare in luoghi remoti. Come le aree desertiche, per alimentare gli impianti di dissalazione dell’acqua marina, che richiedono enormi quantità di energia. O appunto le regioni artiche, per sfruttare le risorse petrolifere e minerarie che diventeranno accessibili con il ritiro dei ghiacci polari. A Pevek, la mini-centrale russa fornirà elettricità a 50 mila residenti e l’energia necessaria alle attività di estrazione mineraria di Čukotka, una regione ricca di oro e rame.

Akademik Lomonosov
(foto: Lev FedoseyevTass via Getty Images)

Da tempo i mini-reattori atomici trovano applicazione nei motori delle navi rompighiaccio e nei sottomarini militari, ma hanno avuto scarso successo nella produzione di elettricità. In passato l’idea di costruire piccole centrali trasportabili è stata esplorata anche dagli Stati Uniti, che negli anni Sessanta montarono un reattore ad acqua pressurizzata su una nave Liberty e lo spedirono nella Zona del Canale di Panama, dove operò per sette anni prima di essere danneggiato da una tempesta. Nell’industria atomica, tuttavia, ha sempre prevalso il motto “grande è bello”. Almeno finora, perché oggi i costi crescenti delle centrali atomiche tradizionali e la concorrenza delle rinnovabili potrebbero scompaginare le carte.

Rosatom afferma di avere in progetto altre sei unità ma non si sbilancia sul prezzo. La costruzione della Akademik Lomonosov – che sfrutta due reattori Klt-40 a uranio a basso arricchimento, ha una stazza di 21.500 tonnellate e a bordo ospita una palestra, una piscina e un bar (senza alcolici) per l’equipaggio – ha richiesto dieci anni e una spesa stimata di 450 milioni di dollari, contro i 5-10 miliardi di dollari di una centrale nucleare tradizionale. La speranza dell’industria atomica russa è che possa fare da apripista per l’export di centrali “su misura” adatte a ogni necessità, una sorta di offerta nucleare prêt-à-porter, a prezzi contenuti e con consegna a domicilio.

Akademik Lomonosov
(foto: Lev FedoseyevTass via Getty Images)

Titanic nucleare

Sul piano della sicurezza, tuttavia, non mancano le perplessità. Le esperienze di Chernobyl e Fukushima hanno mostrato quanto sia complicato rimediare a un incidente nucleare sulla terraferma, figuriamoci in mare aperto o in zone difficili da raggiungere come l’Artico. Dove oltretutto qualsiasi incidente metterebbe a rischio un ecosistema già minacciato dai cambiamenti climatici. Non sorprende che gli ambientalisti abbiano definito questa centrale galleggiante una “Chernobyl dei ghiacci”.

Alla vigilia delle partenza, i timori sono stati esacerbati dal misterioso incidente avvenuto nel Mar Bianco di fronte alla base militare di Severodvinsk, che a quanto pare è stato causato dall’esplosione di un missile a propulsione nucleare, alimentato con un generatore a radioisotopi della Rosatom. Non si tratta ovviamente della stessa tecnologia, ma è bastato a ricordare che con il nucleare non si scherza. E che la trasparenza non è tra le virtù dell’industria nucleare russa.

Ma preoccupa anche l’intenzione di Rosatom di esportare i reattori di piccola taglia in nazioni in via di sviluppo, come per esempio il Sudan, con scarse competenze nella gestione della sicurezza nucleare. Gli ingegneri hanno assicurato che la piattaforma è “praticamente inaffondabile” e capace di resistere persino all’impatto con un iceberg. Ma questa l’abbiamo già sentita, devono aver pensato a Greenpeace subito prima di affibbiarle il nomignolo di Titanic nucleare. Quando te le cerchi, verrebbe da dire.

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