5 è il numero perfetto spreca un’ottima occasione di fondere cinema e fumetto

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Naso artificialmente incuneato e aquilino, testa rasata a zero, lucida come una palla da bowling, canottiera e bretelle, Toni Servillo è truccato e abbigliato come un napoletano di un’altra epoca, un napoletano da fumetto con tratti molto chiari e netti che raccontano che tipo di persona è, e che vita ha avuto, un signore che potrebbe stare seduto su una sedie di paglia in un vicolo a guardare i bambini giocare, ma anche evidentemente uno che spara. E in effetti è stato un killer a pagamento della camorra, ora in pensione, uno che non esercita più e come nelle migliori famiglie ha lasciato tutto a un figlio bello, aitante e promettente di cui va fierissimo e a cui dispensa piccoli consigli mentre gli prepara il caffè.

Sono scene di un interno familiare di poco conto, tavoli in formica e frigorifero anni Sessanta (anche se siamo nei Settanta), reso colorato dal genere, dalla professione cinica, dal mondo uggioso e nero, sempre notturno, che vediamo. Per quanto moderna e mutata è pur sempre una cartolina di Napoli, quella del post-Gomorra in cui la città ha ritrovato una centralità audiovisiva, è molto usata ma non più come luogo di sole, simpatia, vivacità e musica, ma come uno di pistole, vicoli angusti, notte e malavita violenta. Più di Roma è il regno del cinema di crimine, sia quello molto serio che quello musicale (Ammore e malavita) che di quello fumettoso, come in questo caso.

5 è il numero perfetto fa infatti debuttare il fumettista Igort in un film non lontano dai fumetti, in cui i gilet sono coloratissimi e i personaggi vestono in accordo al loro ruolo o carattere, in cui gli interni e gli ambienti sono sempre rovinati ed espressionisti, chiaramente marginali e in cui visivamente riceviamo tutte le informazioni preliminari di cui abbiamo bisogno. E proprio quest’inizio è la parte migliore del film, in cui il ritmo è controllato e non ancora troppo lento (come diventerà più in là), in cui tutto è iperteatrale ma senza che stoni (come farà più in là).

Quel che romperà l’equilibrio di questa famiglia senza donne (per lutto) ma piena di armonia sarà una tragedia che costringerà il vecchio killer a tornare al lavoro un’ultima volta ma non più a pagamento, bensì per una questione personale. Senza molte sorprese il ritorno al mondo delle pallottole sparate farà riaffiorare ricordi scomodi, ma causerà anche una certa esaltazione. Igort ama il poliziesco e il noir, e si vede, ma è al primo film, e si vede anche questo. Vuole i modelli americani e francesi e li vuole ancorare con forza alla realtà italiana, c’è infatti un gran lavoro di interni e mobilio finalizzato a dare l’idea di tradizione napoletana, di autenticità. Ma anche i cartelloni stradali, le pubblicità e tutto il resto spingono nella direzione del period movie. La strada italiana al noir modello, quasi all’hard boiled sembra essere l’obiettivo.

Quel che non funziona per nulla è tutto l’intreccio, è come i personaggi che non sono Toni Servillo sembrino non essere a conoscenza di quel che stanno facendo. Non è così ovviamente, ma sia Carlo Buccirosso che Valeria Golino, comprimari di lusso e co-protagonisti di fatto, non si integrano mai nel flusso del racconto: sono ottimi attori in parti stonate. Il primo è l’amico di vecchia data del protagonista, ex collega fraterno che non veste mai bene i panni del genere. La seconda invece è la femme fatale, la donna perduta, ma si ritrova una parte scritta in maniera approssimativa, che non ha una chiara economia nel film e nemmeno una propria sostanza, un’emotività o anche solo un peso specifico che possano giustificarne l’esistenza. Sembra stare lì per dare le battute a Servillo, l’unico di cui il film si interessi davvero, compare quando serve e scompare quando non serve più. Come se una serie di tagli in fase di montaggio l’avessero marginalizzata si ha l’impressione che avrebbe dovuto avere un ruolo maggiore ma così non è.

Così nonostante presenze, cattiverie, uggiosità e abiti dicano chiaramente che tipo di film questo voglia essere in realtà 5 è il numero perfetto non riesce ad avere né l’aura del classico né a risultare revisionista, non raggiunge mai le aspirazioni che i dettagli svelano e alla fine delude sempre più fino ad uno showdown finale molto molto deludente sulla cima di un palazzo. Anche lì l’idea è chiara (tradimenti, per la prima volta molto sole, un po’ di astuzia e destrezza) ma l’esecuzione non funziona mai.

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