5 storie dell’11 settembre che meritano di essere conosciute

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Un drammatico momento degli attacchi terroristici della mattina dell’11 settembre 2001 a New York (foto: Lapresse)

Gli avvenimenti che hanno avuto luogo tra le ore 8.46 e le 10.03 dell’11 settembre 2001 appartengono ormai a una sorta di enorme mitologia condivisa, un immaginario collettivo che è al tempo stesso lo spartiacque storico del nostro tempo. Tutti conservano un ricordo di quella mattina – primo pomeriggio in Italia – un esercizio mnemonico molto simile a quello che la generazione precedente aveva sperimentato nel 1963, con l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy a Dealey Plaza

Sull’attacco terroristico più grave della storia contemporanea è stato detto e scritto tanto, probabilmente tutto ciò che era possibile dire e scrivere riguardo a un’azione così efferata. Abbiamo imparato a conoscere le storie di molte delle 2.974 persone che hanno perso la vita quel giorno, storie normalissime o straordinarie di esistenze spezzate, confluite in quel racconto corale che è servito ad un paese intero per elaborare il lutto. Abbiamo rivissuto quegli attimi nelle parole dei soccorritori e nelle telefonate di addio delle vittime, nelle foto iconiche e nei resoconti giornalistici. Eppure, abbiamo ancora bisogno di storie.

Da sempre gli esseri umani provano a dare un senso al mondo attraverso la costruzione di pattern narrativi, unendo puntini spesso casuali per creare significati rassicuranti e razionali. Così è stato anche per l’11 settembre: sono state le storie a dare un senso a quel male apparentemente inspiegabile, a fornire un contesto a quelli che altrimenti sarebbero stati solo assurdi aerei che si frantumavano contro grattacieli.

Di seguito vi proponiamo cinque di quelle storie, vicende piuttosto note negli Stati Uniti ma scarsamente penetrate nella cronaca e nella collettività italiana, perché anche a 18 anni di distanza il dolore ha bisogno del suo contesto.

La croce di Ground Zero

Il racconto per eccellenza, quello con cui gli uomini hanno da sempre cercato di addomesticare il mondo, è la religione. La fede è una parte essenziale dello spirito americano, tanto da aver spinto i padri fondatori a fare esplicito riferimento al mito della creazione nella Dichiarazione di Indipendenza (“all men are created equal”) e il Congresso degli Stati Uniti a votare l’approvazione del motto nazionale In God we trust, nel 1956.

L’attacco al cuore finanziario e commerciale dell’America, in ogni caso, rappresentò per molti un vero e proprio shock culturale, potenzialmente in grado di abbattere il più irriducibile degli animi. Fatto salvo per casi straordinari – comunque molto rari – nei giorni successivi all’attentato le macerie restituirono solo cadaveri e per questo le persone che collaborarono ai soccorsi delle prime raccontano di aver provato scoramento, un senso di impotenza e di sopraffazione mai sperimentati prima. Di aver abbandonato la preghiera, persino.

Il 13 settembre, due giorni dopo gli attacchi, dalle macerie emerse però quella che sembrava essere una croce cristiana. Si trattava in realtà di due travi rimaste perfettamente integre e incrociate secondo le proporzioni esatte del simbolo religioso. Ma nello scenario da incubo di Lower Manhattan, questo fu interpretato come un segno divino.

La croce di Ground Zero (Wikimedia Commons)

È una cosa che va oltre la religione” confidò tempo dopo a National Geographic l’allora sindaco di New York Rudolph Giuliani, “è parte della storia stessa degli avvenimenti successivi all’11 settembre. Diede la forza a molte persone di andare avanti”. Il reperto, ribattezzato Croce di Ground Zero, è rimasto per cinque anni sul luogo della tragedia, fungendo come luogo di preghiera per gli addetti alla ricostruzione e per tante persone comuni. Dal 2011 è parte del Museo Nazionale dell’11 settembre, memoriale di cui rappresenta una delle maggiori attrazioni.

L’uomo che ha chiuso lo spazio aereo americano, al suo primo giorno di lavoro

La mattina dell’11 settembre fu, tra le tante cose, un momento di estrema confusione per funzionari e addetti alla sicurezza americani. Un attentato di tali dimensioni e conseguenze è difficilmente prevedibile anche solo in linea vagamente teorica, e per questo la maggior parte delle decisioni prese nei primissimi istanti fu frutto di iniziative personali basate su intuito ed esperienza.

In questo contesto si inserisce la storia di Ben Sliney, che aveva cerchiato sul calendario la data dell’11 settembre 2001 come quella del primo giorno di lavoro da dirigente operativo della Faa, l’aviazione federale americana. Immaginate la scena: dopo anni passati a controllare il traffico aereo, Sliney può finalmente godersi la meritata promozione e si aspetta un primo giorno come tanti altri primi giorni, fatto di strette di mano e imbarazzanti incontri alla macchinetta del caffè con gente di cui ha già dimenticato il nome. E invece, 46 minuti dopo l’inizio del suo turno, scoppia l’apocalisse.

Sliney al tempo ha 56 anni, 25 dei quali passati a gestire il traffico aereo, ma non ha mai lontanamente dovuto prendere decisioni di questa portata. Nel cielo degli Stati Uniti d’America sta succedendo qualcosa di molto grosso, è chiaro, ma un errore di valutazione può costare migliaia di vite o miliardi di dollari, a seconda dei casi. Sliney prova a contattare i suoi diretti superiori, ma nel caos del momento non riesce a ottenere risposte. Alle ore 9.42, dopo che i primi due aerei dirottati avevano già colpito le Torri Gemelle, Sliney emana l’ordine che nessuno aveva mai preso prima: far atterrare tutti i 4.500 aerei in volo nell’aeroporto più vicino e chiudere lo spazio aereo americano.

La commissione d’inchiesta sui fatti dell’11 settembre definirà la decisione “importante e decisiva”, Sliney cinque anni più tardi interpreterà se stesso nel film United 93, il thriller biografico dedicato ai passeggeri del volo che avrebbe dovuto schiantarsi sul Campidoglio o la Casa Bianca e che mancò il bersaglio a causa di un atto di eroismo.

Qualcuno voleva speculare sugli attentati

Nei giorni immediatamente successivi agli attentati dell’11 settembre, l’ufficio brevetti di New York ricevette numerose richieste provenienti da imprenditori più o meno improvvisati che volevano registrare il marchio “11 settembre 2001”.

La storia fu raccontata dal New York Times nel novembre dello stesso anno e descrive gli sforzi creativi di chi tentò di accaparrarsi i diritti sulla tragedia. La maggior parte delle richieste riguardava la possibilità di utilizzare la data su tazze e capi di abbigliamento – richieste negate, dal momento che le date non possono essere coperte da diritto d’autore – ma furono tantissime anche le domande contenenti il nome di Osama bin Laden (tra le quali spicca una maglietta con lo slogan “Osama, Yo Mama”).

Una menzione speciale va al signor Michael Heiden, newyorkese dell’Upper East Side che provò a registrare il termine World Trade Center per poterlo utilizzare in opere d’intrattenimento televisivo o cinematografico. La particolarità della domanda risiede nella data in cui fu redatta: 11 settembre 2001.

La foto più divisiva dell’11 settembre

Uno degli aspetti più notevoli degli attacchi dell’11 settembre 2001 risiede nella sua mediatizzazione. Mai prima di quel momento un avvenimento tanto tragico nella storia dell’uomo era stato così intensamente filmato, registrato e fotografato. Impresso nella memoria collettiva, insomma, esattamente per come si era svolto, nella sua interezza.

Tra le tante foto degne di nota scattate quel giorno, tuttavia, una è rimasta privata per ben 5 anni e la sua pubblicazione ha generato un ampio dibattito, ancora molto vivo e attuale.

Il suo autore si chiama Thomas Hoepker, fotografo tedesco dell’agenzia Magnum che il giorno degli attentati si trovava nell’Upper East Side di Manhattan, a 10 chilometri dalla zona calda. Come molti colleghi, Hoepker non riuscì a raggiungere l’altra parte di Manhattan a causa del denso traffico che quel giorno intasò la città di New York e si vide così costretto a ripiegare verso il più vicino punto panoramico.

È qui, sulla sponda sud dell’East River, che Hoepker realizzò quella che ad oggi è la sua foto più famosa. Essa ritrae cinque soggetti, in atteggiamento apparentemente disteso, intenti a parlare del più e del meno, mentre sullo sfondo imperversa la minacciosa nuvola di fumo proveniente dal World Trade Center.

Nel 2006, dopo la pubblicazione dello scatto, Hoepker commentò la sua opera come una critica verso l’indifferenza umana, anche di fronte a minacce vicine e immediate come quelle di un attentato terroristico, al dolore, alla sofferenza. Molto probabilmente, però, la fotografia comunica più di quanto stesse effettivamente accadendo in quel momento: contattato da Slate nel settembre dello stesso anno, uno dei protagonisti dell’immagine raccontò la sua versione della storia, descrivendo quello immortalato come un momento di grande dolore e partecipazione, e criticò il fotografo per non essersi avvicinato a constatare lo stato d’animo degli interessati.

La bella storia di Rick Rescorla

Quella di Rick Rescorla è probabilmente la storia di eroismo più impressionante, tra le tante avvenute nella giornata dell’11 settembre 2001. La sua vita è narrata in un longform del New Yorker intitolato The Real Heroes are Dead e merita decisamente di essere conosciuta nella sua interezza, ma al momento vale la pena concentrarsi sul suo epilogo.

Militare pluridecorato in Vietnam, di origini inglesi e dunque arruolatosi da volontario, Rescorla aveva consacrato la sua vita da civile alla banca d’affari Morgan Stanley, colosso della finanza per cui curava tutti gli aspetti relativi alla sicurezza. La mattina dell’11 settembre, Rescorla sedeva alla sua scrivania, quando il cielo iniziò a tingersi del fumo nero proveniente dalla torre sud appena colpita. L’autorità portuale di New York chiese immediatamente all’ex marine di mantenere la calma e di non evacuare i dipendenti della banca, richiesta alla quale Rescorla rispose con un secco: “Fanculo, porterò la mia gente fuori da qui”.

Quel giorno l’ex colonnello dei Marine Rick Rescorla condusse più di 2700 persone fuori dalla torre che sarebbe di lì a poco crollata, tenendo alto il morale dei suoi uomini con canti provenienti dalla Cornovaglia, il pezzo di Inghilterra che gli aveva dato i natali. Il suo corpo, invece, non sarà mai ritrovato: i testimoni riferiranno di averlo visto per l’ultima volta all’altezza del decimo piano, intento a salire le scale per portare in salvo altri superstiti.

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