Se i dati personali su un sito sono pubblici, altre aziende li possono copiare

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La Corte federale d’appello di San Francisco ha deciso che i dati pubblicati dagli utenti su LinkedIn possono essere utilizzati e archiviati dalla società hiQ Labs, che produce software per aiutare i datori di lavoro nella fase di selezione del personale. La decisione dei giudici fa seguito a una precedente ingiunzione dell’agosto 2017 con cui si imponeva alla piattaforma di Microsoft di dare la possibilità alla società tecnologica di usare i dati ad accesso pubblico.

La contesa tra i due va avanti da qualche anno. In passato LinkedIn, che conta oggi più di 645 milioni di profili professionali, aveva già richiesto alla compagnia di cessare la pratica di accumulo e utilizzo delle informazioni pubblicate, anche facendo leva sulle crescenti cause legate al furto di dati e a violazioni della privacy online. Nel caso specifico, però, i dati accumulati e utilizzati da hiQ Labs sarebbero già accessibili pubblicamente, e quindi non si può parlare di un loro uso illecito in questo caso, secondo la Corte.

Per altro, LinkedIn non può avanzare alcun diritto di possesso sulle informazioni fornite dagli utenti, e potrebbe impedirne la fruizione in qualsiasi momento, fa sapere la giudice Marsha Berzon. A determinare la sua scelta, inoltre, è stato anche il fatto che l’utilizzo di quelle informazioni è necessario alla sopravvivenza stessa della società di dati. Infatti,“la commissione ha concluso che hiQ ha provato la possibilità di un danno irreparabile perché era messa a rischio la sopravvivenza stessa del suo business”, si legge ancora nella sentenza.

Per quanto possa sembrare una decisione in controtendenza rispetto alla crescente necessità di porre un argine ai problemi che riguardano la violazione e l’utilizzo illecito dei dati degli utenti online da parte di società esterne, secondo Berzon questa decisione serve soprattutto a limitare il rischio di creare monopoli delle informazioni” detenute dalle società tecnologiche.

Dal canto suo, LinkedIn si è detta contraria alla decisione dei giudici e sta valutando possibili risposte per “combattere in difesa degli utenti e delle informazioni che questi affidano alla piattaforma”, come si legge nelle parole riportate da Reuters.

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