Cosa sappiamo sull’esopianeta potenzialmente abitabile su cui abbiamo trovato acqua

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(illustrazione: Mark Ward/Getty Images)

Finora i casi reputati interessanti erano di due tipi: da una parte gli esopianeti appartenenti alla cosiddetta zona abitabile, ossia né troppo vicini né troppo lontani dalla propria stella da avere temperature in linea di principio compatibili con la vita, e dall’altra gli esopianeti dotati di acqua. Mai era accaduto, infatti, che le due condizioni fossero presenti simultaneamente per uno stesso oggetto spaziale. Escluso il Sistema solare, si intende. Ebbene, ora siamo di fronte a una prima volta: secondo i risultati di una ricerca appena pubblicata sulla rivista Nature Astronomy, è stato trovato un pianeta extrasolare con caratteristiche di abitabilità analoghe alla Terra, e allo stesso tempo dotato di un’atmosfera (e già questa sarebbe una notizia, dato che non esistono precedenti) in cui tra i vari gas presenti c’è anche il vapore acqueo.

Il fortunato Pianeta è noto come K2-18b, dove K2-18 è il nome della stella attorno a cui orbita, e dista circa 96mila miliardi di chilometri da qui, ossia solo 110 anni luce. Ragionando su scale astronomiche, in pratica è un nostro vicino di casa. La scoperta deriva da un’analisi, tramite appositi algoritmi, dei dati raccolti tra il 2016 e il 2017 dal celeberrimo telescopio spaziale Hubble, che come noto opera nell’infrarosso ed è co-gestito dalle agenzie spaziali europea (l’Esa) e statunitense (la Nasa). In estrema sintesi, raccogliendo dalla Terra la luce della stella K2-18 nei momenti in cui veniva filtrata dall’atmosfera del suo pianeta b, si è visto che nei dati sperimentali è rimasta impressa l’inconfondibile impronta digitale della molecola d’acqua, che dunque deve essere presente perlomeno in atmosfera.

Identikit dell’esopianeta K2-18b

Nonostante si tratti del più promettente candidato al momento a disposizione per il ruolo di Terra-bis, su K2-18b abbiamo solo informazioni frammentarie e nemmeno del tutto incoraggianti. Partendo dalle buone notizie, gli scienziati stimano – sulla base della distanza dalla propria stella e dello spessore dell’atmosfera – che la temperatura possa essere compresa tra 0°C e 40°C, perfettamente compatibile con la presenza di acqua liquida e quindi con l’esistenza di forme di vita. Come componenti dell’atmosfera, oltre all’acqua, sono stati identificati idrogeno ed elio, e gli scienziati ipotizzano (senza però averne ancora la certezza) che possano esserci anche azoto e metano.

Anche ammesso che la distanza sia un problema tutto sommato trascurabile, ci sono però molti altri elementi che renderebbero K2-18b piuttosto inospitale per un essere umano. Anzitutto la massa, otto volte maggiore di quella della Terra, che determina una gravità molto più intensa di quella a cui siamo abituati. E poi le caratteristiche della stella K2-18, che è una nana rossa piccola e fredda (se confrontata con il Sole) ma estremamente attiva, tanto che secondo i ricercatori sottoporrebbe il Pianeta a una massiccia dose di radiazioni.

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(illustrazione: Mark Garlick/Getty Images)

Tutto quello che resta da scoprire

Che sia davvero abitabile o meno, K2-18b resta per adesso il miglior obiettivo contro cui puntare i telescopi per proseguire gli studi sugli esopianeti. Tra i prossimi aspetti da chiarire, infatti, c’è la precisa composizione dell’atmosfera (incluso lo stabilire quale sia l’esatta concentrazione di vapore acqueo, che si stima possa arrivare anche al 50%), e in parallelo si vorrebbe capire se intorno al Pianeta siano o meno presenti nubi analoghe a quelle terrestri. Come suggerisce National Geographic, la conferma della presenza di sistemi nuvolosi inaugurerebbe l’inedita disciplina della meteorologia extrasolare.

Più di ogni altra cosa, però, si vorrebbe provare a rispondere alla domanda delle domande: è presente una qualche forma di vita extraterrestre? Nessuno si aspetta animaletti verdi saltellanti, sia chiaro, ma potrebbe essere presente un qualche tipo di microorganismo. Resta comunque oggetto di dibattito, anche tra gli scienziati, quali gas in atmosfera possano essere considerati una prova a distanza della presenza di forme di vita. A dare una mano saranno i telescopi spaziali satellitari di nuova generazione che verranno lanciati da qui a pochi anni, come il James Webb Telescope della Nasa nel 2021 e la missione Ariel dell’Esa prevista per il 2028. Questi strumenti sono infatti progettati per identificare altri possibili gas atmosferici, come metano, ammoniaca e anidride carbonica, ritenuti tra i principali indicatori della presenza di vita.

Una scoperta italo-britannica

Nell’individuazione dell’acqua su un esopianeta abitabile c’è tanta Italia, e forse anche per questo la notizia sta avendo una grande risonanza nel nostro Paese. Anche se lo studio è stato condotto all’Ucl, l’University College di Londra, il gruppo di ricerca è guidato da un’astrofisica italiana, Giovanna Tinetti. Commentando i risultati della ricerca alla Bbc, Tinetti ha sottolineato l’importanza di studiare approfonditamente centinaia di esopianeti della nostra galassia: “Solo così potremo imparare a distinguere i pianeti davvero abitabili da quelli che non lo sono”, ha commentato.

Questa scoperta si inserisce comunque all’interno di un filone di ricerca sempre più promettente, che in poco più di 20 anni ci ha portato dall’identificazione del primo Pianeta extrasolare fino alla costruzione di un catalogo che attualmente sfiora le 5mila unità. Una gigantesca famiglia di esopianeti che è in generale tutta da conoscere in termini di composizione e meccanismi di formazione, e soprattutto che è destinata a continuare ad ampliarsi. Lo stesso K2-18b è di scoperta piuttosto recente, dato che è stato identificato dal telescopio Kepler della Nasa solo nel 2015.

Il fatto che si sia impiegato così tanto tempo per trovare acqua su un Pianeta abitabile è legato alle difficoltà di identificazione degli esopianeti di piccole dimensioni. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli esopianeti identificati sono troppo grandi o troppo caldi per poter ospitare la vita.

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