Le aziende alimentari sono le più colpite dalle fake news

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Cibo finto (Getty Images)
Cibo finto (Getty Images)

Nel mondo dei beni di consumo sono le aziende alimentari a essere maggiormente prese di mira dalle fake news. Più sono grandi, più sono un bersaglio ghiotto per i detrattori. Ma è anche vero che più sono grandi, più sono strutturate per reagire. Anzi spesso hanno una corazza, sono già avvezze ad attacchi esterni e quindi sanno parare i colpi con più prontezza.

A metterlo in risalto è una ricerca del centro studi di Centromarca del 2018. Analizzando un campione rappresentativo del mercato costituito da 46 aziende, si scopre che quasi la metà, ovvero 22, è stata negli ultimi anni vittime di fake news. Di queste, 16 operano nel mondo dell’alimentazione e addirittura due di loro hanno subito oltre otto attacchi. L’obiettivo sono soprattutto i brand e i prodotti – 15 casi su 22 – piuttosto che le aziende in sé (solo due casi).

Parare i colpi continua a essere complesso, nonostante se ne parli da molto tempo. Le imprese hanno iniziato a reagire, ma il discrimine temporale continua a giocare un ruolo importante: tenere testa con una corretta informazione alla velocità di diffusione e moltiplicazione delle fake news è impresa ardua.

Il libro

Centromarca ha deciso di fare un punto della situazione con il volume Marca, internet e contrasto alla disinformazione, scaricabile gratis online sul sito dell’associazione. Il vademecum ndica alle aziende possibili strade da percorrere per difendersi. Che siano iniziative individuali, spesso dettate da ideologie anti-industriali, o attacchi studiati di soggetti che intendono danneggiare economicamente, il fine dei diffamatori è sempre comune. Denigrare, minare il rapporto di fiducia tra consumatore e impresa.

Sempre secondo la ricerca del 2018 di Centromarca, per gestire la crisi post attacco, solo 3 aziende si sono rivolte alla polizia postale e altre 3 hanno intrapreso azioni corporate, mentre 13 si sono rivolte a specialisti esterni. Questo anche perché le piattaforme spesso non sono di supporto.

Chi sono i consulenti esterni?

Pareri tecnici e pareri legali. O entrambi. Lato legale, l’iter comincia con una richiesta di rettifica. “Più utili sono diffide e segnalazioni, che partono se si hanno elementi per identificare l’illecito”, spiega l’avvocato Stefano Previti. E aggiunge: “Spesso le segnalazioni vengono ignorate o gestite in tempi lunghi o gli illeciti non ritenuti tali dai provider. In questi casi la tutela deve essere ricercata nelle aule di giustizia”. Si agisce in giudizio con azioni cautelari, “chiedendo la rimozione dei contenuti illeciti, la deindicizzazione, i dati identificativi degli utenti anonimi autori delle notizie”. Le azioni risarcitorie sono l’ultimo step.

Dal 2004 opera anche un soggetto come Reputation Manager, che ha messo a punto un sistema dedicato alle fake newss che ledono la reputazione di brand, aziende, istituzioni. Una soluzione di intelligence che unisce sistemi tecnologici e metodologia specialistica. Segue tutta la filiera della notizia falsa: la intercetta e intercetta la sua diffusione su qualsiasi canale, la verifica e interviene su ogni contenuto. Una soluzione adottata anche dal ministero della Salute per il contrasto alle fake news sui vaccini.

Tra il 2017 e il 2018 abbiamo rilevato più di 800 link in italiano che riportavano false informazioni sui vaccini”, spiega Andrea Barchiesi, amministratore delegato di Reputation Manager. “Li portiamo all’Istituto superiore di Sanità che li monitora uno per uno, indicando il grado di falsità”, prosegue. Con i documenti ufficiali dell’Istituto con cui si comprova la fake news, Reputation Manager si rivolge direttamente ai siti, gruppi, blog coinvolti per la rettifica. “Sarebbe importante prevenire. Servirebbe una mappa di quello che già esiste allo stato attuale”, dice lad. E agire anche lato consumatori. “Il 50% degli utenti della rete ha dato credito a fake news secondo il XIV Rapporto Censis”, dice Barchiesi.

Lo scenario

Una recente ricerca di Eurobarometro mette in luce come per l’83% degli europei le fake news sono un fenomeno serio, per l’84% sono in grado di pilotare il dibattito pubblico, per l’88% riescono a influenzare le emozioni di chi le legge”, spiega Antonio Martusciello, commissario dell’Agcom. “Ma un’altra ricerca, questa di Infosfera, dice che il 78% di chi guarda internet non è in grado di capire che cosa sia fake news e che cosa no”, precisa.

L’Agcom ha istituito nel 2017 il Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione, a cui Centromarca e altri soggetti collaborano attivamente. Si propone, tra le altre cose, di arrivare a “un’autoregolamentazione delle piattaforme”, conclude Martusciello. Che non sempre sono collaborative, spesso perché le fake news portano comunque clic.

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